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La sfida del genere: la faccia oscura del lavoro - [IFE Italia]
IFE Italia

La sfida del genere: la faccia oscura del lavoro

di Anonella Picchio
venerdì 1 maggio 2015

In occasione del 1* maggio pubblichiamo un articolo di Antonella Picchio. È stato scritto anni fa ma mantiene una forte attualità.

Buona festa delle lavoratrici e dei lavoratori.

Fonte: www.universitadelledonne.it

E’ sempre più evidente che ci troviamo in una fase di ristrutturazione istituzionale in chiave reazionaria. L’accelerazione delle trasformazioni è responsabilità del nuovo governo di destra, ma la tendenza è stata favorita anche dalle politiche conservatrici del governo di sinistra. Il governo uscente, a livello internazionale, ha partecipato in modo attivo e compiaciuto ad una guerra non dichiarata e contraria alle norme del diritto internazionale; a livello interno, non ha affrontato il conflitto d’interessi per legittimare la destra come referente di riforme costituzionali. Inoltre, in settori fondamentali, come sanità e scuola, ha avallato politiche d’efficienza d’impresa che marginalizzano le finalità fondanti e qualificanti del servizio pubblico. Infine, a livello culturale e simbolico, niente è stato fatto per impedire che i media pubblici inseguissero i media privati in una rincorsa di superficialità, volgarità e diffusa misoginia.

Tutto ciò è stato possibile per una profonda crisi nella rappresentanza democratica dovuta, tra l’altro, ad un’esclusione delle donne come soggetto adeguatamente visibile e valorizzato nella gestione dello stato e nel dibattito politico. A questo riguardo, le proteste della sinistra contro la riduzione della presenza delle donne nell’attuale governo sono piuttosto irritanti, perché evidentemente strumentali e incapaci di riconoscere una continuità nella misoginia e di individuare in essa una delle ragioni della sconfitta.

Il problema non sta tanto nella mancata presenza di un numero adeguato di donne nello spazio della rappresentanza politica, quanto nella rimozione del senso di un’esperienza femminile in materia di sostenibilità del vivere, rispetto a condizioni materiali, simboliche e qualità delle relazioni personali e sociali. Tale esperienza non è più relegabile in una sfera domestica separata, svilita o santificata secondo l’uso che se ne vuole fare, da destra e da sinistra. In questa sfera, si concentra un’enorme massa di lavoro non pagato di riproduzione sociale e si collocano preziose forze di resistenza civile e prassi sociali innovative nell’intreccio tra condizioni del lavoro per il mercato e condizioni di vita. Queste prassi si sono confrontate a Pechino, nel 1995, nel Forum delle organizzazioni non governative, tenutosi a Huairou in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite. Il forum, al quale hanno partecipato decine di migliaia di donne, ha raccolto un movimento internazionale capace di mettere in relazione, sia virtuale che fisica, migliaia d’organizzazioni e di negoziare con i governi.

La dimensione e la struttura del lavoro di riproduzione sociale non pagato, svolto in ambito domestico e sociale, sono ora visibili nelle statistiche sull’uso del tempo, raccolte dagli istituti nazionali di statistica in molti paesi. La massa di questo lavoro, di donne e uomini, risulta statisticamente leggermente superiore al totale del lavoro pagato, di uomini e donne. Si tratta, quindi, di uno dei grandi aggregati del sistema economico. La dimensione e il ruolo di questo lavoro diventano visibili, analiticamente e politicamente, solo se l’analisi è spinta oltre la soglia della famiglia (di qualsiasi forma essa sia), per cogliere, con realismo, le relazioni di genere nella distribuzione di lavori, redditi e responsabilità. La proporzione, maggiore di uno, tra lavoro di riproduzione non pagato e lavoro di produzione di beni e servizi scambiato sul mercato vale, se pur con leggere differenze, in tutti i paesi industrializzati, come viene rilevato per 14 paesi da Goldschmidt-Clermont nel Rapporto sullo sviluppo umano del 1995. Dai dati sull’uso del tempo risulta che la famiglia è il luogo delle grandi diseguaglianze tra uomini e donne rispetto alla distribuzione dei lavori e dei redditi.

Rispetto al lavoro di riproduzione sociale non pagato, l’Italia presenta, a livello internazionale, la distribuzione di genere più ineguale e costituisce un caso limite nel carico di lavoro domestico delle donne e questo si riflette nella dimensione e nella struttura dei servizi alla persona, pubblici e privati. La forte diseguaglianza di genere non dipende dai bassi tassi d’attività femminile, ma piuttosto dai comportamenti maschili. A tale riguardo, il caso emiliano diventa emblematico: in presenza di tassi d’attività femminile molto elevati, quanto meno rispetto all’Italia, il lavoro totale (pagato e non pagato) delle donne emiliane risulta il più alto a livello nazionale. Questo dato evidenzia il cumulo dei due lavori per le donne, mentre i dati disaggregati sull’uso del tempo dimostrano che i comportamenti degli uomini emiliani differiscono di poco da quelli delle regioni meridionali. I dati mostrano anche che i destinatari del lavoro domestico non sono solo i figli piccoli o gli anziani, ma, in misura anche maggiore, i figli adulti ed i maschi conviventi.

La diseguaglianza nella divisione del lavoro di riproduzione si riflette nella distribuzione ineguale dei redditi tra uomini e donne all’interno della famigia, con un rapporto di circa tre ad uno, essa trascina, infatti, i suoi effetti sul mercato del lavoro salariato, pubblico e privato, e sui trasferimenti pubblici (pensioni, indennità, sussidi, et.).1 Infatti, i minori tassi d’attività, minore permanenza nel mercato del lavoro nel ciclo di vita, intermittenza dei rapporti di lavoro, sistematica sottovalutazione delle mansioni “femminili”, segregazione in lavori senza progressione di carriera, portano ad una massa di redditi monetari più bassa. Per le stesse ragioni, le pensioni delle donne sono molto diverse, per quanto riguarda livelli e tipologie, da quelle degli uomini.

L’opacità politica del lavoro di riproduzione non pagato connota le negoziazioni sociali in materia di lavori e trasferimenti e nasconde le effettive condizioni di sostenibilità dell’intreccio tra condizioni di lavoro salariato e condizioni di vita. Non dare voce alla consapevolezza delle donne rispetto ai problemi inerenti alla relazione tra sfera domestica e sfera del lavoro salariato, significa perdere lucidità sull’effettivo funzionamento del mercato del lavoro capitalistico. Nei fatti, le condizioni di scambio del lavoro salariato, dei maschi oltre che delle femmine, si reggono sulla delega alle donne, storicamente determinata, della responsabilità finale rispetto alla qualità della vita e delle relazioni di convivenza familiare e sociale. Ciò avviene anche nelle economie avanzate, vale a dire, nei paesi industrializzati, con un forte settore di servizi, pienamente inseriti in un sistema globale d’interdipendenze economiche e politiche. Se, da un lato, molto lavoro è ancora da fare per svelare quanto lavoro, pagato e non pagato, di donne e bambini, ha sempre sostenuto il salario dei lavoratori maschi capofamiglia, anche se occupati stabilmente in settori di produzione di massa o in impieghi statali, dall’altro, il dibattito sui lavori cosiddetti post-fordisti di nuova generazione, continua ad ignorare la realtà dell’intreccio tra condizioni di vita e condizioni di lavoro. In tal modo l’analisi della produzione di merci e servizi, virtuali o meno, non trova ancoraggi materiali e simbolici nella concretezza della vita dei lavoratori e delle lavoratrici, nei loro corpi e nelle loro aspirazioni. Se si perde attenzione ai corpi, alle rappresentazioni simboliche di sè e della società e alle relazioni sociali che creano le condizioni per una vita sostenibile, inevitabilmente l’unico senso della produzione che viene rappresentato è il profitto e la sua accumulazione. Il modello sociale prevalente diventa quello dell’impresa capitalistica intesa come chiave dei rapporti sociali fondati sulla concorrenza tra imprese e tra individui. Ciò che dipende da un rapporto di forza storico tra classi e generi, appare come un fatto naturale e inevitabile. Il Mercato, la Famiglia, l’Impresa, diventano concetti assolutizzati e astorici, per definizione inattaccabili dai mutamenti storici e dalle tensioni sociali. In questo contesto, le persone vengono rappresentate come puro strumento di produzione o come settore di mercato, il senso stesso dell’agire individuale e sociale si immeschinisce e si connota d’impotenza. Nella migliore delle tradizioni conservatrici, l’umanesimo dei diritti, della cultura e delle pratiche di vita e convivenza, viene ridotto a pochi spazi d’assistenza umanitaria.

La mortificazione delle capacità umane inerente alla perdita di consapevolezza rispetto alla qualità del vivere, come senso e non solo come possesso di beni o come “capitale umano”, viene così accettata come parte di una normalità indiscutibile; al massimo, si richiama l’attenzione, con crescente “cinismo sentimentalista” e mediatico, sulla sofferenza delle fasce marginali della popolazione. In realtà, la vulnerabilità della sussistenza umana è profondamente radicata nelle regole del mercato del lavoro salariato e nella particolare relazione conflittuale tra condizioni di vita della popolazione lavoratrice e profitto delle imprese. Tale stato di conflitto, e le mediazioni in atto, dovrebbero essere rese esplicite nelle analisi del sistema economico e nelle negoziazioni politiche, a livello locale e globale. La nuova consapevolezza dovrebbe, tuttavia, avere le donne come soggetto di una prospettiva, analitica e politica, e non come semplici destinatarie di aiuto o oggetto di analisi.

Il lavoro di riproduzione svolto in ambito familiare, di cui quantitativamente il lavoro domestico (manutenzione di luoghi e cose e loro trasformazione) costituisce la componente di gran lunga maggiore, svolge tre funzioni fondamentali che, se rese visibili, potrebbero aiutare a svelare alcuni aspetti del mercato del lavoro. La prima è quella di “estendere” il salario in uno standard di vita che comprende beni e servizi effettivamente fruibili e, quindi, non solo acquistati sul mercato ma anche trasformati in ambito domestico, vale a dire: la bistecca cotta, i vestiti puliti e i bambini portati a scuola. La seconda è quella dell’espandere il reddito “esteso” in benessere, inteso, secondo l’approccio di Amartya Sen, come complesso di capacità individuali in grado di attivare funzioni umane fondamentali, effettivamente agibili in un sistema di relazioni sociali. Per quanto Sen non lo ricordi, è esperienza di uomini e donne che tali capacità sono formate e sostenute, in prima istanza, in ambito familiare dal lavoro delle donne. La terza funzione è quella di sostenere il funzionamento del mercato del lavoro, facilitandone, tra l’altro, i filtri selettivi di accesso e di uscita. Ad esempio, in mancanza di condizioni di lavoro adeguate per una vita autonoma, giovani adulti/te continuano a vivere in famiglia, con un aggravio di lavoro domestico che risulta con evidenza dalle statistiche sull’uso del tempo e supera quello richiesto da bambini nella seconda infanzia. Dagli stessi dati, emerge anche che, a parità di reddito e di istruzione, le femmine tendono ad uscire di casa, mentre gli uomini restano in famiglia a farsi accudire.2 Inoltre, per quanto riguarda gli anziani, i livelli delle pensioni ed i crescenti costi di assistenza e la mancanza di servizi pubblici e privati adeguati, non consentono loro livelli adeguati di autonomia. Anche nei confronti della vecchiaia, come in quelle della salute e dell’istruzione, la qualità e la quantità dei servizi pubblici sono fondamentali nel definire lo standard di vita normale, lo spazio dei diritti e la qualità delle relazioni e delle convivenze familiari e sociali. A questo livello si evidenzia, infatti, lo stato della negoziazione collettiva in materia di responsabilità, visioni della relazione individuo-società, definizione dello spazio privato e pubblico in cui si concretizza lo stato delle relazioni di genere e classe

Per raggiungere un livello di chiarezza che consenta di affrontare la questione della riproduzione sociale partendo dai processi reali, sia materiali che simbolici, che determinano le effettive condizioni di vita, è necessario mutare il quadro analitico di riferimento, partendo dalle diseguaglianze nella divisione dei lavori e delle responsabilità all’interno della famiglia. Ciò richiede di mettere in relazione visibile, in un quadro esteso del sistema macroeconomico della ricchezza sociale, il processo di produzione di merci con il processo di riproduzione sociale della popolazione. Questa estensione del quadro analitico è essenziale per svelare le condizioni effettive di scambio nel mercato del lavoro salariato e le dinamiche strutturali del sistema economico. Un approccio di questo tipo ha origini nobili nella storia delle teorie economiche che nelle loro fondazioni classiche vedevano nell’insicurezza dell’accesso ai mezzi di sussistenza, e nella povertà endemica della popolazione lavoratrice, la chiave del comando sul lavoro salariato e nelle trasformazioni epocali dei modi sussistenza la chiave dinamica.3 Povertà significa non solo un livello basso di reddito e, quindi di beni, ma anche una sistematica mortificazione della capacità e delle funzioni umane, quali: istruzione, salute, benessere, fisico e relazionale ed è su questo piano multidimensionale che si gioca il conflitto tra profitti e salari. Come Mandeville notava con grande chiarezza all’inizio del ‘700, allora come ora, il problema non è la povertà, ma la necessità della povertà come chiave del comando sul lavoro in sistemi economici non fondati sulla schiavitù, ma su “servi liberi”, come più tardi li definirà Smith. Su questa scia analitica, Marx porrà alla base della sua analisi le tensioni e le contraddizioni inerenti alla relazione tra valore del lavoro, dato dalle condizioni di vita dei lavoratori, e valore in lavoro incorporato nelle merci.

Una maggiore chiarezza sulla divisione delle responsabilità a livello di riproduzione sociale potrebbe aiutare anche a porre con più forza la questione del senso delle attività produttive, private e pubbliche. In un quadro esteso della produzione della ricchezza sociale, in grado di evidenziare la relazione tra famiglia-stato-imprese e di comprendere sia il processo di produzione di merci e servizi per il mercato che il processo di riproduzione sociale non di mercato, si possono evidenziare le relazioni tra i soggetti che sono alla base dei processi reali e dei loro mutamenti. Si tratta di soggetti sessuati e dialettici perché costretti a reagire continuamente alle tensioni profonde inerenti alla mai assestata tensione tra produzione di beni e servizi per il profitto e condizioni di vita della popolazione lavoratrice. Tali tensioni sono sempre più aggravate dalla crescente ineguaglianza nella distribuzione dei redditi e da un generale peggioramento delle condizioni di scambio nel mercato del lavoro. In un momento in cui tutta l’attenzione viene posta sui processi di globalizzazione finanziaria e produttiva per svelarne l’effetto sulla crescita delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito, è importante mantenere un’attenzione diretta anche sulle condizioni del vivere, intese come processo sociale (materiale e simbolico). Questa è la dimensione più “locale” dell’economia nella quale si trovano elementi di grande materialità e concretezza che possono essere contrapposti alla pretesa virtualità della globalizzazione dei profitti delle multinazionali e delle rendite finanziarie. A questo livello si possono individuare, per chi ha occhi per vedere, pratiche di resistenza di donne e di uomini in difesa delle condizioni del vivere quotidiano, in grado, per la ricerca continua di nuovi intrecci tra pratiche e rappresentazioni simboliche, di proporre nuove visioni del mondo.

Un quadro possibile delle relazioni tra istituzione e processi è indicato nella figura che segue che rappresenta il flusso circolare della ricchezza sociale. Esso include tutti i soggetti istituzionali, famiglie, stato, imprese e comprende sia le attività contabilizzate nel Sistema della Contabilità Nazionale che quelle non pagate del lavoro di riproduzione sociale, svolto nei nuclei di convivenza e nella comunità.

In questo quadro, si esplicita il lavoro non pagato svolto all’interno della famiglia, le imprese non profit sono messe insieme alle imprese profit come produttrici di beni e servizi per il mercato sociale e come esempi di pratiche di efficienza ormai competitive anche in settori di frontiera tecnologica. Lo stato è collocato al centro come fondamentale istituzione di mediazione tra imprese e famiglie attraverso la produzione di servizi, la distribuzione di reddito, la gestione dell’apparato e della rappresentanza politica. Il legame tra i tre spazi istituzionali si fonda sulla necessaria interdipendenza tra processo di produzione di merci e servizi e processo di riproduzione sociale della popolazione. La qualità del legame tra questi due processi dipende dai modi di produzione e dalla struttura delle classi sociali e dalle relazioni tra uomini e donne e tra generazioni. Tanto più elevati sono i processi di sfruttamento e la diseguaglianza della distribuzione del reddito, tanto più forte è la tensione tra produzione e riproduzione; tanto più forti sono le disparità di potere tra uomini e donne e ineguali i rispettivi carichi di lavoro totale e le condizioni di accesso al reddito, tanto più facile è chiudere le donne in un ruolo sacrificale di supporto che nasconde e, in parte, assorbe le tensioni strutturali. Sino a che il sogno maschile resta quello di farsi servire dalle donne, la profondità delle tensioni di classe, su corpi, capacità ed aspirazioni, non emerge come terreno politico e continua a scaricarsi sulle relazioni personali con effetti devastanti.

La rimozione della questione della riproduzione sociale come senso fondamentale in un mercato del lavoro in cui si scambiano tempi di vita, energie e capacità umane, pesa fortemente anche nell’analisi del ruolo dello stato e libera le imprese capitalistiche di ogni responsabilità rispetto alle condizioni di vita di lavoratori e lavoratrici. Rimane solo lo spazio per le coincidenze di interessi, vale a dire per un livello di condizioni di vita dei lavoratori, compatibile, in quantità di beni e qualità delle relazioni e delle funzioni sociali, con la produzione di merci per il profitto. Questo spazio “armonioso” si riduce ai consumi e ad un uso della spesa pubblica come regolatore di breve periodo della domanda effettiva (Keynes). Inoltre, il processo di formazione delle capacità si riduce a quello della formazione professionale e dell’istruzione, in un’ottica puramente strumentale, mentre tutto il processo riproduzione fisica e di cura e formazione delle capacità relazionali è delegato alle donne come funzione naturale. Questa delega implica anche un parziale svuotamento e una sistematica svalorizzazione dei contenuti di cura dei servizi alla persona che passano attraverso il mercato o gli enti pubblici. L’attuale forte crescita del mercato dei servizi alla persona evidenzia l’esistenza di una forte domanda effettiva (capacità di pagare) che riflette una crescita dei bisogni di cura e marcate diseguaglianze di reddito. Il mercato privato dei servizi alla persona, soprattutto se sostitutivo dei servizi pubblici e se finalizzato al profitto, porta a due conseguenze perverse: la prima, è quella di sfruttamento dei lavoratori, soprattutto lavoratrici, che erogano mansioni di cura, la seconda, è quella dell’esclusione dai servizi di coloro che, pur avendone bisogno, non hanno possibilità di pagarli. In tal modo, servizi necessari sono trasformati in beni di lusso che discriminano in base al prezzo di mercato. Inoltre, per chi lavora nel settore dei servizi alla persona, l’intreccio tra lavoro pagato e non pagato diventa particolarmente alienante perché, come risulta da studi finlandesi, diventa difficile continuare a casa a svolgere mansioni di cura dopo averlo fatto per il mercato. Lo spostamento del mercato capitalistico nel settore dei servizi alla persona e, in particolare, della cura dei corpi, sta aprendo una nuova fase di sviluppo che aggrava la necessità di porre la questione del legame qualitativo tra processo di produzione per il profitto e processo di riproduzione sociale della popolazione.

La crescita di potere sociale delle imprese, multinazionali e nazionali, ha portato all’affermazione di un modello basato sul profitto e, quindi, su di una crescente deresponsabilizzazione delle imprese e dello stato rispetto alle condizioni di vita della popolazione lavoratrice. Le imprese, tuttavia, hanno sempre più bisogno delle famiglie come nucleo di riproduzione del lavoro e come mercato, non è quindi un caso che le ideologie familiste siano in forte ripresa, non solo a destra. Le tensioni crescenti tra produzione e riproduzione vengono affrontate rafforzando l’ istituzione, nell’assurda speranza che il controllo domestico riesca a contenerle. La visibilità di un diffuso conflitto tra i sessi e la crescita di un variegato movimento internazionale anticapitalista, focalizzato anche sulla qualità ed il senso del vivere, rendono questa speranza poco realistica.


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