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A partire dalla pratica, il femminismo sta rielaborando un nuovo concetto di internazionalismo

Juliana Hernàndez e Julià Martì intervistano Veronica Gago
sabato 28 settembre 2019

Verónica fa parte del collettivo argentino NiUnaMenos di Buenos Aires, città in cui ha preso parte ad azioni femministe contro il vertice del G20. Ha studiato Scienze Politiche e ha conseguito il dottorato in Scienze Sociali presso l’Università di Buenos Aires, dove attualmente insegna Economia Internazionale.(…)

Per iniziare, puoi esporci la tua analisi del neoliberismo in America Latina e la tua opinione rispetto al dibattito su questo tema?

Innanzitutto dobbiamo ragionare su come il neoliberismo ha continuato ad esistere nella nostra regione e su come, contemporaneamente, è mutato. Credo che solo in questo modo possiamo capire in che modo oggi si ripresenta o in che senso necessita di una micropolitica fascista per affermarsi. Penso che questo ci dia un elemento di realismo politico che aiuta a capire di cosa stiamo parlando quando parliamo di neoliberismo e in che prospettiva inquadriamo una situazione quando affermiamo che è post-neoliberista e/o anti-neoliberista. In particolare, mi preoccupano i cosiddetti meccanismi di inclusione sociale. L’inclusione data dalle dinamiche del consumo attraverso un indebitamento massiccio e diffuso ha generato una serie di problemi che non possiamo non vedere, specialmente considerando come la capillarità dell’indebitamento e dei dispositivi finanziari, oggi siano diventati elementi strutturali delle economie domestiche e quotidiane. La finanza ha il compito di prendere in prestito questo desiderio di inclusione, di privatizzarlo, adattarlo e sottoporlo a tassi di interesse molto alti. Si apre quindi un’altra possibile lettura rispetto a ciò che chiamiamo neoliberismo e alle sue dinamiche regionali.

Nella tua analisi dell’economia popolare in Argentina, quali elementi sono secondo te rilevanti per la costruzione delle alternative?

I movimenti sociali hanno messo in discussione ciò che viene chiamato lavoro: che tipo di dignità ti dà quando il lavoro è precario, di merda, etc. Pensare ciò che significa costruire forme di lavoro autogestito senza padroni, senza avere un modello anticapitalista o alternativo perfetto, cosa questo comporta in condizioni di espropriazione, di crisi, di fragilità in tutti i territori, ma comunque lanciarsi e farlo, negoziando con lo Stato le risorse, sempre in autonomia. È un processo che viene dal movimento piquetero, che era anche un movimento fortemente femminilizzato. La spinta fornita da questi movimenti, che hanno rotto i confini del focolare domestico nel momento in cui il "capo famiglia" cadeva in disgrazia, è venuta dalle donne che hanno organizzato mense e asili, che hanno cominciato a fare tutto ciò nei quartieri ed è l’infrastruttura sociale ciò che in seguito ha reso possibile il blocco stradale come meccanismo politico di grande impatto pubblico. Penso che oggi molte delle compagne nell’economia popolare siano figlie dei piqueteros, in termini di traiettoria generazionale, di esperienza accumulata. La mia ipotesi è che possiamo tracciare questa genealogia, evidenziando nell’ambito delle economie popolari i caratteri di radicalizzazione che richiamano elementi di insubordinazione anti-sessista, anticlassista e antirazzista che non possono essere ignorati. Non sarà un modello alternativo perfetto, con un programma da manuale anticapitalista, ma si afferma un ambito in cui, ad esempio, viene messo in discussione che cosa è il lavoro retribuito, qual è il lavoro storicamente invisibile e non retribuito e dove si contrasta il tentativo di “moralizzazione della povertà” messo in atto da coloro (soprattutto in ambito religioso) che promuovono le “economie dell’obbedienza”.

Oltre al movimento piquetero, quali altri processi hanno permesso questa esplosione della marea verde in Argentina ma anche a livello latinoamericano e mondiale?

In Argentina ci sono tre assi molto importanti. Oltre al movimento piquetero che abbiamo menzionato, c’è il percorso del National Meeting of Women che è qualcosa di davvero unico e va avanti da oltre tre decenni. Si è andata accumulando esperienza, è stato uno spazio di pedagogia femminista popolare per molte generazioni, rimane una cosa un po’rituale ma allo stesso tempo molto permeabile a ciò che le varie esperienze stanno proponendo. Il terzo asse è quello delle Madri e Nonne di Plaza de Mayo: la genealogia che fa si che in Argentina i diritti umani non siano liberali, a differenza di molti altri posti nel mondo. È una lotta storica condotta dalle donne, ma ora la stanno rileggendo anche in chiave femminista. Le Madri dicono "ci rendiamo conto che eravamo femministe". Penso dunque che sia incredibile vedere un movimento nel quale lotte di ogni epoca consentono alle precedenti lotte di ripensarsi, ridefinirsi e reiscriversi in una genealogia più ampia. Voglio aggiungere che questa connessione di madri e nonne è molto importante, perché da sempre loro si interrogano su che cosa significhi produrre giustizia e questo le ha sempre portate a cercare alleanze con altre lotte. C’è infatti un ambito di contatto molto importante con il movimento femminista, che rimette in discussione anche l’idea stessa di giustizia. Sia per la critica alla giustizia patriarcale, sia per l’opportunità di pensare ad un’altra possibile ed auspicabile giustizia in tema di abusi, molestie e violenza macista. Come si può pensare ad una riparazione che non sia puramente istituzionale? Qual è il legame tra l’ingiustizia e la condanna sociale? Si tratta di recuperare anche la pratica degli “escraches” contro i responsabili in libertà del genocidio (Ndt si riferisce ai morti ed ai desaparecidos della dittatura): "se non c’è giustizia, c’è escrache", uno slogan che fa parte di un dispositivo collettivo di costruzione di una giustizia sociale, popolare, di quartiere. In America Latina, tutte le dinamiche di lotta contro le imprese neoestrattive sono importanti. Ciò apre tutta una discussione su quella che i compagni del Centro America hanno cominciato a chiamare “la dimensione del corpo-territorio”: l’estensione del corpo inteso non più in termini individuali, un singolo con i suoi confini e con i suoi diritti circoscritti, ma come un territorio esteso. Penso che lì, a livello regionale, ci sia un’altra dinamica che oggi nutre e produce altre immagini e un altro vocabolario per il femminismo.

In che modo la pluralità è stata costruita o cercata all’interno del movimento femminista?

Oggi questa capacità di costruire trasversalità ha a che fare con la costruzione di punti di contatto tra lotte molto diverse: le lotte delle migranti; delle lavoratrici; delle compagne che sono nei sindacati; nelle università; nelle scuole secondarie; nei villaggi e ti dicono " non è che qui debba arrivare il femminismo, noi facciamo un femminismo popolare". Il femminismo ha cessato di essere un elemento esterno che si relaziona agli "altri" ed è stato assunto in ognuno di questi ambiti come chiave per leggere il conflitto. Una questione importante posta dal femminismo è che nessuna sta al di fuori di un territorio, nessuna è priva di territorio, siamo tutte localizzate da qualche parte ma allo stesso tempo il corpo è un corpo-territorio. Quindi, una certa idea di solidarietà implica che ci sia sempre un grado di esteriorità per cui si solidarizza con qualcuna il cui conflitto non è legato a noi.

Come vedi il prossimo 8 marzo? Che opinione hai di quella che viene chiamata la nuova onda globale? Quali sfide pone?

La dimensione internazionalista, globale, è stata molto importante per il femminismo che ora sta riconcettualizzando ciò che noi intendiamo per internazionalismo, a partire dalla pratica. Penso che i modelli precedenti di internazionalismo omogeneizzassero le esperienze di luoghi diversi, mentre ora c’è qualcosa che potrei definire con la domanda: come l’internazionalismo si sente oggi forza concreta in ogni lotta? Qui si apre la discussione sull’aborto e inaspettatamente ciò dà forza ad una serie di altri paesi per sollevare la questione; e il tema giustamente travalica il confine di quello che è il mero diritto individuale per arrivare a parlare di chi sono le donne che muoiono per abortire, chi paga e chi no, chi legifera su di noi, in che senso vogliono mantenere questo potere di legiferare sui nostri corpi, chi è protagonista di questa controffensiva, etc. L’espansione della problematica, i discorsi e le pratiche relative all’aborto, sono indissolubilmente legate al tessuto politico degli scioperi internazionali e all’impulso internazionalista che ne è scaturito. Sono molto colpita dal fatto che gli scioperi, presi e reinventati dal movimento femminista, abbiano aperto una possibilità di ricerca concreta e transnazionale. C’è una forte differenza con il sindacato che dice "bene, scioperate" e già sapete cosa dovete fare, cosa significa e come si misurerà l’esito e anche chi interpellare. E ’diverso quando lo sciopero è convocato dal movimento femminista, dicendo "siamo tutte lavoratrici", quindi ogni collettivo, ogni compagna deve dire in che senso lavora, come lavora, quanto e chi riconosce questo lavoro. Si apre una possibilità molto pratica di pensare a ciò che chiamiamo lavoro, quale è riconosciuto come tale e quale no, come stiamo producendo valore oggi, come appare l’economia di cura. Cioè, molte discussioni importanti acquisiscono concretezza a partire dall’esperienza quotidiana.

Come dovremmo articolare questa idea di nuovo internazionalismo?

Io penso che ci siano due piani, che possono essere di risonanza. Non è solo spontaneo ma v’è una sorta di ripercussione, la condivisione di immagini, testi, slogan, il riconoscersi in qualche altra lotta. Direi che è un tipo di connessione per affetto. E poi l’altro livello è come lo strutturiamo, con le reti, in modo da essere in contatto continuo, per spiegare un accumulo di conoscenza e il nostro potere che non è il modo di accumulazione politica classica. Direi una sorta di connessione che ci permette di prendere in carico le nostre forze e anche prenderci cura di loro. Penso che non puoi fare a meno di vedere la triplice controffensiva che ci viene rivolta: militare, finanziaria e religiosa. Sta rispondendo direttamente alla forza destabilizzante del femminismo. Quello che succede è che quello che stanno cercando di fare è sottolineare quella relazione, ma dal punto di vista della colpa. Ad esempio in Brasile è molto chiaro. Ci fu detto: " #EleNão finì col favorire il trionfo di Bolsonaro", incolpando le dimostrazioni di EleNão e quelle per l’assassinio di Marielle Franco, quando in realtà sono state le più massicce degli ultimi tempi. Il tentativo di incolpare mi sembra molto forte e su questo si innesta anche la criminalizzazione del movimento. Quello che sto dicendo è: come pensare ai modi per consolidare questo internazionalismo che ci permetta di aver cura delle nostre forze a livello globale e allo stesso tempo di far fronte a questa controffensiva? Dobbiamo pensare a meccanismi di autodifesa, perché il livello di attacco sta peggiorando, è sempre più brutale, e penso che questo sia il compito di un nuovo tipo di internazionalismo..

*Fonte: https://www.elsaltodiario.com/femin....

Traduzione di Dario Di Nepi



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