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"Hanno globalizzato l'ingiustizia, la disperazione e il disprezzo" - [IFE Italia]
IFE Italia

"Hanno globalizzato l’ingiustizia, la disperazione e il disprezzo"

intervista ad Aminata Traorè
domenica 19 giugno 2016

Aminata Traoré è una saggista maliana che lotta per l’autonomia dei paesi e i popoli dell’Africa, da sempre dominati e saccheggiati dalle potenze colonialiste occidentali.

Riceviamo da Ada Donno, cara amica e compagna di strada, e volentieri pubblichiamo

Come analizza il fenomeno terroristico che devasta l’Africa e il mondo intero?

In primo luogo è necessario analizzare con rigore le cause: perché ora? E perché dappertutto? Proprio perché sono state globalizzate l’ingiustizia, la disperazione e il disprezzo. Negli anni ’90, prima degli effetti delle politiche di aggiustamento strutturale, suonò il campanello d’allarme che avvertiva che "ogni anno, nella maggior parte dei nostri paesi ci sono tra i 100mila e 200mila giovani laureati che entrano nel mercato del lavoro mentre il modello economico non crea posti di lavoro". Al contrario, si perde occupazione. Cosa si può fare? Spesso i giovani possono solo scegliere tra l’esilio e il fucile. Questi due fattori contemporanei e concomitanti sono legati intrinsecamente al triste fallimento di un modello di sviluppo economico che l’Occidente non vuole mettere in discussione.

Per molti media e analisti il jihadismo proviene direttamente e principalmente dalla religione. Ritiene sufficiente questa spiegazione?

Se fosse così, perché non è emersa molto prima questa corrente del radicalismo religioso? E’ avvenuto a partire dagli anni ’80 e ’90, che molte persone neglette a causa delle politiche neoliberiste si siano rivolte alle moschee e al Corano alla ricerca di risposte alla disoccupazione e all’esclusione. Se non fosse stato così, in Iraq i generali di Saddam Hussein non avrebbero trovato ad Abu Ghraib degli islamisti pronti a gettare le basi di Dáesh. Come sono arrivati a penetrare nei sobborghi e negli ambienti poveri? Perché hanno attratto anche i ceti medi? C’è un vuoto ideologico abissale che ci si rifiuta di ammettere. Se oggi le popolazioni disponessero di più giustizia, più occupazione e più rispetto si potrebbero assicurare la pace e la sicurezza, ma bisognerebbe che coloro che dominano cedessero alcuni dei loro privilegi. E questo non possono farlo, perché significherebbe fare harakiri riconoscendo che si erano sbagliati. Non si crea lavoro e il modello non risponde alle esigenze sociali. Chi trae vantaggio da questa crescita criminale? Le multinazionali, che però si danno anche la zappa sui piedi quando non possono più accedere ai luoghi dove sfruttano le risorse naturali. I jihadisti sono consapevoli di questa sfida e il loro obiettivo sono le stesse risorse, in particolare il petrolio.

Finché saremo sordi e metteremo in campo tipi di opposizione che non sono autentici contropoteri capaci e disposti a farsi carico delle questioni importanti, ci troveremo impantanati ovunque nei temi istituzionali e in politiche di sostituzione dei protagonisti senza alcun cambiamento di paradigma. Per godere della pace oggi, una pace vera e stabile, e della sicurezza umana - che non deve essere confusa con la "securitizzazione" - bisogna introdurre nel dibattito l’estrazione, il petrolio e altre questioni. Garantire la sicurezza umana agli individui attraverso il lavoro, la sanità, l’istruzione e altri servizi sociali di base, considerati spese improduttive.

Qual è il ruolo dell’Unione Africana e quali sono le sue sfide principali?

L’Africa ha un bisogno assoluto dell’Unione africana (UA), l’organizzazione che è nata nel 2002 dalle ceneri dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) creata 53 anni fa. Come l’Unione europea (UE), che funziona da modello, l’Unione Africana solleva molti interrogativi tra le popolazioni, che non la vedono dove se l’aspettano, cioè vicina a loro. I suoi detrattori dicono che è solo un club di capi di stato. E’ una constatazione sconvolgente e preoccupante perché sappiamo che i padri fondatori dell’istituzione volevano che fosse lo strumento della decolonizzazione e questa non solo non è finita, ma addirittura il continente è in fase di "ricolonizzazione" nel quadro della globalizzazione capitalistica. Le sfide sono a misura della violenza multiforme di quel sistema.

Per svolgere pienamente il suo ruolo nella difesa degli interessi dei popoli dell’Africa è necessario che l’Unione Africana comprenda la natura della globalizzazione e le relazioni di potere. Perché patisce i peccati originali della divisione, estroversione e dipendenza. Spesso si tende a dimenticare che l’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA), da cui deriva l’Unione Africana, è nata nel dolore della spaccatura tra due gruppi che avevano una visione e un approccio opposti del futuro del continente.

Furono necessari molti incontri e lunghe trattative perché, il 25 maggio 1963, 32 Stati di recente indipendenza creassero l’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) ad Addis Abeba, in Etiopia, sulla base di un accordo minimo. Si affidò la redazione della sua carta al Presidente del Mali Modibo Keita, uno dei leader del gruppo dei progressisti di Casablanca, e al presidente del Togo Silvio Olympio, del campo degli "antifederazionisti". Fu la visione del gruppo di Monrovia che prevalse su quella dei progressisti del gruppo di Casablanca.

Che bilancio si può fare delle sue attività?

Oltre alla gestione della decolonizzazione, l’organizzazione panafricana non assunse alcun progetto né strategia di sviluppo autonomo e emancipatore. I decenni 1980 e 1990 sono stati segnati dalle linee guida di Elliot Berg, con le quali la Banca Mondiale ha sostituito le prospettive africane di sviluppo del Piano d’Azione di Lagos (PAL) pazientemente elaborato dagli Stati africani e adottato nel 1980 nella capitale della Nigeria. Queste linee guida hanno esacerbato le difficoltà del continente con il blocco dei salari e tagli ai budget dei servizi sociali di base: istruzione, sanità, approvvigionamento idrico e servizi igienico-sanitari.

Consapevoli dell’enorme costo sociale e politico dei Programmi di aggiustamento strutturale (SAP) i leader africani hanno proposto orientamenti diversi: il presidente Thabo Mbeki (Sud Africa) ha proposto il Piano d’Azione del Millennio (PAM), elaborato in collaborazione con Olusegun Obasanjo (Nigeria) e Abdelaziz Bouteflika (Algeria), così come il Piano Omega di Abdoulaye Wade (Senegal). La loro fusione ha portato alla "Nuova Iniziativa Africana" (NIA), che in seguito è divenuta "Nuova Associazione per lo sviluppo dell’Africa" ​​(NEPAD) e "Meccanismo Africano di Valutazione dei Pari" nel 2003. Il parlamento panafricano (PP) è stato istituito il 18 marzo, 2004 con sede a Midrand (Sud Africa).

L’Unione Africana accoglie le politiche e le strategie macroeconomiche “salutari” che hanno permesso a molti paesi membri dell’organizzazione di registrare una crescita senza precedenti e una significativa riduzione dei conflitti, il rafforzamento della pace e la stabilità e il progresso in materia di governance democratica. Per il XXI secolo si conta su di una classe media in crescita e un cambiamento nella struttura finanziaria internazionale, sull’ascesa dei paesi BRICS e il miglioramento dei flussi di investimenti diretti.

Questa crescita significativa avverrà di pari passo con un miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni?

Ci sono successi materiali tangibili, ma pochissimi miglioramenti nelle condizioni di vita delle popolazioni. Sempre più cresce la disoccupazione. In questo contesto è sorto quello che in Europa chiamano "emergenza immigrazione", che non è iniziato nel 2015. Il concetto di "migrante economico", per distinguerlo da quello di "rifugiato", significa che "nei paesi di origine c’è lavoro e basterebbe - secondo i tecnocrati - investire di più e combattere la corruzione”. Ma il lavoro non c’è e la corruzione è inerente al sistema.

Pensa che il processo di democratizzazione sia rimasto in superficie?

Mi è difficile ritrovarmi in un panorama politico in mezzo a una tale quantità di partiti. L’Europa sa perfettamente che non ci può essere democrazia con tale sminuzzamento del campo elettorale, senza un vero e proprio contenuto ideologico. Come uscire da questa "democrazia" telecomandata, ​​finanziata e strettamente monitorata, a seconda dei paesi e delle questioni, da Bruxelles, Parigi e Washington?

Proprio a questo riguardo, la Cina sta gradualmente sostituendo l’Occidente nell’economia africana. Bisogna considerare i cinesi come i nuovi "impostori", parafrasando il titolo di uno dei suoi ultimi libri?

Storicamente l’Africa non ha lo stesso tipo di relazioni con la Cina che con l’Occidente. La Cina non è arrogante. Nell’immaginario degli africani è un male minore, perché sappiamo che i cinesi ci sono perché hanno un gran bisogno di materie prime. Ma questa relazione può anche essere una trappola se i nostri Stati restano nella logica di esportatori di materie prime, piuttosto che cogliere l’occasione per porre le basi dell’industrializzazione del continente. In altre parole, se gli Stati africani non sviluppano il proprio settore industriale non saranno in grado di emanciparsi dalle relazioni di dipendenza.

La nozione stessa di emergenza è problematica. Essa si traduce in una crescita che non avvantaggia i popoli. Nei paesi cosiddetti "emergenti" il carrello della spesa non registra alcun miglioramento. La Cina emergente è una fonte di ispirazione per i paesi africani, che sanno che un continente sbriciolato e diviso è una preda facile nel quadro attuale di "imbarbarimento" del mondo. La Cina non ha liberalizzato indiscriminatamente, è progredita al proprio ritmo e in funzione dei propri interessi.

Quali sono, dal suo punto di vista, le sfide della società civile e degli intellettuali africani del XXI secolo?

Dobbiamo procedere spediti nel lavoro di smontaggio delle idee importate e di decontaminazione delle menti a proposito della crescita, l’emergenza e altre storie assurde. Se il sistema fosse buono, perché l’Europa sarebbe in una crisi esistenziale che la sta squassando? Penso che le soluzioni prese in prestito abbiano rivelato i loro limiti, alla luce delle nostre esperienze, delle nostre vite, delle nostre aspirazioni. Purtroppo gran parte di quella che si chiama "società civile" non ha il coraggio di sollevare le questioni che infastidiscono i "donatori". Localmente non possono fare nulla senza l’aiuto della "comunità internazionale".

Tuttavia l’Africa ha avuto grandi intellettuali, pensatori come Julius Nyerere e le sue idee chiave a favore del diritto allo sviluppo. Non possiamo "contare sulle nostre forze"?

Naturalmente l’Africa non ha solo avuto dittatori corrotti come i suoi detrattori vorrebbero farci credere. A molte persone che avrebbero potuto e voluto fare qualche cosa è stato impedito. L’assassinio di Patrice Lumumba fu l’atto che generò il caos politico congolese. Gli assassinii politici nel corso degli anni 60 e 70 traumatizzarono e dissuasero apertamente i leader che volevano fondersi con i loro popoli. Più di recente è il caso di Laurent Gbagbo, attualmente all’esame della Corte penale internazionale e il cui errore è stato toccare questioni che danno fastidio. E ciò che è vero per i leader, lo è in gran parte per la società civile.

Oggi quando si parla di società civile, quella che si sollecita spesso, è formattata, è prudente e anche timorosa. Ora sta emergendo un senso di rivoluzione interiore e di umiliazione di fronte alla seconda ricolonizzazione del continente che non lascia indifferenti gli africani. Dobbiamo capitalizzare questi sforzi di messa in discussione per sviluppare la nostra capacità di proposta, anticipazione e azione di trasformazione delle nostre economie e delle nostre società, nel senso dell’interesse comune.

(Trad. dallo spagnolo di A.D.)
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