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Settanta anni dopo possono tornare le utopie che unirono il mondo alla fine della guerra - [IFE Italia]
IFE Italia

Settanta anni dopo possono tornare le utopie che unirono il mondo alla fine della guerra

di Ian Buruma
domenica 17 maggio 2015

Ian Buruma è uno scrittore e uno studioso di culture orientali.

Fonte: http://www.fondfranceschi.it/cogito...

Alla fine della Seconda guerra mondiale, conclusasi ufficialmente l’otto maggio del 1945, gran parte del mondo era ridotto a macerie. Ma se è vero che la capacità distruttiva dell’uomo conosce pochi limiti, la sua abilità nel ricominciare tutto da capo è altrettanto straordinaria. Forse è questo il motivo che ha permesso all’umanità di sopravvivere sino ad oggi. Al termine del conflitto milioni di persone erano troppo affamate e sfinite per pensare ad altro che non fosse la propria sopravvivenza. Eppure tra le devastazioni della guerra si diffuse e prese rapidamente piede un’ondata di idealismo: un senso collettivo del “mai più”, la determinazione condivisa di costruire un mondo migliore, più equo, più pacifico e più sicuro. Ecco perché nell’estate del 1945, prima ancora della sconfitta del Giappone, il grande eroe della guerra Winston Churchill perse le elezioni in Gran Bretagna. Uomini e donne non avevano messo a rischio la propria vita per ritornare a un’epoca di privilegi di classe e privazione sociale: volevano degli alloggi e un’istruzione migliori, e un servizio sanitario gratuito e accessibile a tutti.

Richieste analoghe si levavano dal resto d’Europa, dove la resistenza antinazista o antifascista era spesso guidata da uomini di sinistra, o addirittura comunisti, e in cui i conservatori del periodo che aveva preceduto il conflitto erano considerati compromessi per aver collaborato con i regimi fascisti. In Paesi come la Francia, l’Italia e la Grecia si parlò di rivoluzione, alla quale tuttavia non si arrivò mai perché era appoggiata né dagli alleati occidentali né da Stalin – il quale si accontentò di stabilire un impero nell’Europa orientale. In Francia persino il generale de Gaulle, leader della resistenza e uomo della destra, fu costretto ad accogliere i comunisti nel suo primo governo del dopoguerra e accettò di nazionalizzare industrie e banche. La sterzata a sinistra, verso degli stati sociali e socialdemocratici, interessò tutta l’Europa occidentale. Era parte del cosiddetto “consenso del 1945” (anche detto “consenso keynesiano”: con questa espressione si intende l’idea della necessità dell’intervento statale per promuovere lo sviluppo ndr.) Nelle ex colonie europee dell’Asia, dove le popolazioni locali non avevano alcun desiderio di tornare a farsi governare da potenze occidentali che erano state così ignobilmente sconfitte dal Giappone, si assisteva intanto a una rivoluzione di altro tipo: vietnamiti, indonesiani, filippini, birmani, indiani e malesi reclamavano anch’essi la libertà.

A queste aspirazioni fu spesso data voce in seno alle Nazioni Unite, fondate nel 1945. Anche l’Onu, così come i sogni di unità europea, furono un’espressione del “consenso del 1945”. Per un breve periodo molti personaggi di spicco, tra cui ad esempio Albert Einstein, nutrirono la convinzione che solo un governo mondiale avrebbe potuto garantire la pace globale. Quel sogno svanì rapidamente quando la Guerra fredda divise il mondo in due blocchi ostili. Anche se per certi versi, in Occidente, la politica della Guerra fredda non fece che rafforzare il Consenso del 1945. Il comunismo, ancora ammantato negli allori dell’antifascismo, esercitava un ampio richiamo intellettuale ed emotivo sul cosiddetto Terzo mondo, ma anche sull’Europa occidentale. La democrazia sociale, con la sua promessa di più eguaglianza ed opportunità per tutti, agì da antidoto ideologico. La maggior parte dei socialdemocratici erano infatti profondamente anticomunisti. Sono trascorsi settant’anni, e del Consenso del 1945 oggi non resta molto. Solo in pochi riescono ad entusiasmarsi per l’Onu; il sogno europeo è in crisi, e gli stati sociali vengono erosi ogni giorno di più.

Il processo di decomposizione ebbe forse inizio negli anni Ottanta, sotto Ronald Reagan e Margaret Thatcher. I neo-liberal criticavano i costi del welfare pubblico e la tutela degli interessi sindacali garantiti per legge. I cittadini, si pensava, avrebbero dovuto imparare a fare affidamento solo su se stessi. Lo Stato ci rendeva fiacchi e dipendenti. Per citare le famose parole della signora Thatcher: la società non esiste. Esistono solo famiglie e individui che dovrebbero prendersi cura di se stessi. Il Consenso del 1945 subì un colpo ben più grave proprio mentre tutti gioivamo per il tracollo dell’impero sovietico, l’altra grande tirannia del Ventesimo secolo. Nel 1989, anno glorioso della storia europea, si ebbe l’impressione che l’asservimento del- l’Europa orientale, tetro retaggio della Seconda guerra mondiale, fosse finalmente giunto al capolinea. E per molti versi era proprio così. Insieme al crollo del tanto odiato modello sovietico, però, molto altro venne meno. La democrazia sociale, considerata un antidoto al comunismo, iniziò a perdere la propria ragione d’essere. Ogni forma di ideologia di sinistra, o meglio: tutto ciò che puzzava di idealismo collettivo, fu visto con sospetto e considerato frutto di un utopismo malriposto che sarebbe potuto sfociare solo nel gulag. Quel vuoto fu colmato dal neoliberalismo, che per taluni si incarnò nella creazione di vaste ricchezze – seppur a scapito dell’ideale di eguaglianza emerso dalla Seconda guerra mondiale. Lo straordinario successo con cui è stato accolto il libro “Il capitale nel XXI secolo” dell’economista francese Thomas Piketty dimostra con quanta intensità sia sentito il crollo della sinistra.

In anni recenti, per soddisfare l’esigenza umana di ideali collettivi, sono emerse anche altre ideologie. Il populismo di destra ha riacceso il desiderio di comunità nazionali “pure”, dove le minoranze sono considerate una minaccia, mentre l’internazionalismo della vecchia sinistra è stato perversamente rivisitato dai neocon americani, desiderosi di imporre un ordine mondiale democratico attraverso la forza militare Usa. La risposta da opporre a questi allarmanti sviluppi non è la nostalgia. Tornare indietro semplicemente non è possibile. Troppe cose sono cambiate. E tuttavia vi è il forte bisogno di una nuova aspirazione verso l’eguaglianza sociale ed economica e la solidarietà internazionale. Non sarà come il Consenso del 1945, ma in occasione di questa ricorrenza sarebbe bene ricordare i motivi che di esso determinarono l’affermazione.

Traduzione di Marzia Porta


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