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Per un femminismo del XXI secolo - [IFE Italia]
IFE Italia

Per un femminismo del XXI secolo

Nicole Edith Thevenin
venerdì 4 aprile 2014 par Nicoletta

In vista del seminario annuale di IFE Italia ( La Peta/ Valserina (BG) 5 e 6 aprile 2014) pubblichiamo uno stralcio della relazione della filosofa francese Nicole Edith Thevenin, presentata durante il primo incontro europeo di FAE , rete europea di IFE Italia, tenutosi a Capannori dal 7 al 10 novembre 2013.

.....In un’ inchiesta condotta insieme ad alcune/i studenti, Sandrine Moeschler nota che alla domanda su che cosa sia il femminismo, la maggior parte delle e degli studenti rispondono" riconoscere o difendere i diritti delle donne" , "valorizzare le donne" " fare avanzare la causa delle donne" , senza partire dalla constatazione che le donne sono subordinate agli uomini e condividono una comune oppressione. Allo stesso modo che la rivendicazione "a lavoro uguale salario uguale" non implica necessariamente la coscienza della divisione sessuata del lavoro. Dunque ci si focalizza sulle donne in quanto gruppo, "categoria" sfavorita senza comprendere la relazione sociale che definisce ruoli, identitá, statuto, senza comprendere cioé i legami con tutto l’insieme. La questione femminile resta dunque confinata in certe problematiche. Quando si parla di"relazioni sociali" non si sta parlando di relazioni inter individuali ma di relazioni produttive nel senso marxista del termine, cioé di un sistema dinrapporti fondati su specifiche modalitá di produzione che determinano le relazioni inter individuali.

Riferendosi ad un sistema si evita di prendersela con il singolo uomo, inteso come individuo - anche se ciascuna donna si confronta nell’intimità e nella sua testa con un uomo occorre essere capaci di liberarsene e non solo di accusarlo- per dimostrare come le donne e gli uomini sono assegnati ai loro rispettivi ruoli. Che gli uomini ne traggano profitto e vantaggio poichè occupano una posizione di potere sta nella forza di costituzione soggettiva di una modalitå produttiva che consente agli uomini di riprodurre per loro stessi questi modalità, bypassando in questo modo la realtà della propria condizione cioè la loro sottomissione alla dominazione di classe.Che anche le donne ne traggano profitto e vantaggio dimostra come questo sistema é capace di mobilitare anche la psiche delle persone sotto forma di " inganno di sé" o di desiderio. Il femminismo , in quanto movimento, deve sapersi confrontare anche con tutto ció e deve saperlo analizzare per cogliere il processo di riproduzione che non puó essere ridotto alle semplici ineguaglianze o mancanza di diritti. Analizzare il processo di assoggettamento sociale e psichico consente di portare la lotta ideologica e politica a tutti i livelli. E questa lotta, evidentemente, non si ridurrà alla denuncia ma dovrà necessariamente contenere un lavoro di analisi critica al fondo del sistema di produzione e di rappresentazione sociale ed individuale. Al tempo stesso essa richiede la capacitá di affrontare la teoria freudiana dell’inconscio , che alcune tendenze della teoria del genere hanno lasciato da parWte, cancellando la differenza tra i sessi al solo vantaggio di una costruzione sociale. Rimane che la ’differenza’ non può essere pensata in termini di ruoli assegnati, ma come una possibilità di incontrare l’irriducibile altro. Il fatto che le donne aspirino ad emanciparsi dea sollevar si contro ogni forma di potere, e quindi contro la forma patriarcale del loro sfruttamento e della l’orso subordinazione, non vuole dire che ci siano da un parte le buone e dall’altra i cattivi. Ciascun soggetto è diviso fra il desiderio di liberarsi e l’accettazione dell’ordine dominante come forma di integrazione e di riconoscimento. Sta qui l’efficacia di una egemonia culturale e sociale che non si richiama solo ad una sottomissione o ad una repressione ma costruisce gli individui nella loro identitá (Michel Foucault). Non si puó pertanto ignorare la costituzione pulsionale contraddittoria e simbolica di ogni soggetto. Aggiungo da subito che la lotta contro un sistema di dominazione non puó essere condotta con l’illusione che il genere umano sará in pace con sè stesso e che noi vivremo "felici" cioé per sempre pacificati in una società senza antagonismi. Sarebbe lo stesso che dire morte al desiderio, essere robotizzate/i, ridotti ai nostri soli bisogni. La libertà e l’eguaglianza saranno sempre da conquistare non importa in quale modello di produzione e la felicitá non è che uno stato per contrasto. La vita é contrasto è per questo che essa é viva. Ecco la forza della disillusione che ci offre la psicoanalisi. Non dobbiamo considerare le donne solo come vittime. Ma come soggetto desiderante che, nella loro stessa sofferenza riproducono senza saperlo il potere che le sottomette e mettono in atto dei sistemi di potere compensatori assolutamente temibili. Ció che ci sottomette ci dona al tempo stesso dei riferimenti identificatori ed un posto costituito,ed allora si gioca. É per questo che la lotta ideologica supera la semplice opposizione o la sola resistenza. Mettersi in movimento verso un al di laà delle rivendicazioni e dei diritti da ottenere significa mettere al lavoro un pensiero che sia sostenuto D una pratica della " massima differenziazione" (D. Sobony).

Un pensiero si mette al lavoro se é sostenuto dal desiderio. Ed il desiderio non puó che sorgere lá dove ci si allontana dalla norma nella quale l’individuo si muove. Lá dove si rischia qualche cosa di sconosciuto, che ci separa da noi stessi, mette in gioco una scissione e dunque uno slancio. Il desiderio riguarda l’al di lá del bisogno, anche se ad esso si appoggia ( ci sono bisogni vitali che non sono sempre percettibili). Si é troppo sul bisogno e schiacciare il soggetto sui suoi "bisogni" é schiacciarli sulla sua animalitá o, come direbbe Marx, sulla sua "bestialità ( cioé sul reale ridotto a corpo bruto) . Poiché scava oltre, il desiderio porta lontano, forza il cammino, separa la necessitá mentre nel bisogno noi siamo incollati all’immediatezza, alla manipolazione dell’urgenza della soddisfazione, a scapito di una strategia sostenuta da un orizzonte politico. É per questo motivo che il capitalismo cerca di ridurci ai nostri bisogni. Ma il desiderio manifesta un bisogno vitale, specifico del soggetto umano, di poter rimettere sempre tutto in discussione, persino la stessa vita.

Anche negli appelli della sinistra a lottare contro l’austerità si ritrova questa riduzione delle persone ai loro bisogni materiali. En ora una volte blocchiamo il desiderio nella lamentazione, nella rivendicazione, nella semplici c’è con stazione di una offesa che ci viene fatta. Credere che si possa mobilitare sulle sole rivendicazioni economiche ( oltretutto la nozione di austeritá é cosí vaga che incontra il linguaggio consumista) é una pia illusione. Serve al contrario, ed i modo primordiale, sostenere una prospettiva politica, ideologica che non si accontenta di sistemare o migliorare il sistema ma che, facendo leva sulle contraddizioni del sistema stesso, sappia portare il movimento di lotta all’estremitá della separazione. Nella dimensione di una rottura, di una destrutturazione vitale dove ci si costituisca a partire da sé stesse/i e dove si costituisca la forza di un movimento che non può svilupparsi senza entusiasmo. Questo fu la Comune di Parigi, e le rivoluzioni del XX secolo (1917’ la rivoluzione spagnola,...) . È stato il sorgere di un movimento autonomo, di un movimento che sostiene la propria potenza che ha condotto al femminismo. É questa potenza é stata nel medesimo tempo legata alla potenza di un movimento sociale e politico che si é fermato , in qualsiasi epoca storica, davanti alla possibilitá di una rottura rivoluzionaria. Da qui viene la nostra disperazione, non solo dal trionfo del capitalismo. Perché il capitalismo ha trionfato grazie alla deriva dei partiti di opposizione di sinistra.

Non è possibile costituire la propria forza senza crudeltá , cioé senza la capacitá di affrontare il reale nella sua violenza, senza una lucida analisi del livello della lotta di classe di cui siamo responsabili anche noi stesse, senza un bilancio del movimento femminista. Un bilancio che non vuol dire contabilizzare conquiste di sconfitte ma analizzare la nostra strategia di insieme in relazione agli attuali rapporti di forza. Ció implica la capacitá di pensare all’articolazione delle differenti istanze della realtá sociale:

Costituire la propria forza presuppone una certa dose di crudeltá cioé la capacitâ di affrontare la realtá con il suo portato di violenza, la propria forza cioé non si costruisce senza l’analisi lucida del livello della lotta di classe, di cui siamo noi stesse responsabili, Senza un bilancio del movimento femminista. Bilancio che non puó ridursi alla contabilizzazione di conquiste e perdite, ma che significa analisi della nostra strategia in relazione agli attuali rapporti di forza. Questo implica la capacitá di pensare alle differenti istanze della realtá sociale : economica/politica:ideologica ed il modo in cui noi abbiamo condotto una lotta su tutti questi fronti. Analizzare la congiuntura non vuol dire rilevare elementi sparsi e fermarsi ad una loro elencazione (pigrizia dello spirito che lascia condurre la danza al linguaggio spontaneo dell’ideologia poiché non se ne analizza la funzione , il funzionamento e l’influenza che ha su di noi) ma come ha scritto Althusser comprendere "il loro sistema contraddittorio che pone un problema politico ed indica una soluzione storica, é ipso facto un obiettivo politico, un compito pratico" ( Machiavelli e noi, 1962). Analizzare il loro sistema contraddittorio é liberare la posta in gioco e dunque definire la nostra strategia. A partire dalla quale la nostra pratica quotidiana acquista un senso e si costruisce sul lungo periodo. Si potrá precisare, di volta in volta, una dialettica fra la lotte per alcune riforme immediate, partecipazione a manifestazioni e lotta politica ed ideologica.

All’interno di quale rapporto di forze dobbiamo costruire movimento? L’ho giá detto, dentro un rapporto di forze assolutamente sfavorevole. Noi non siamo visibili che al margine con la conseguenza di aver bisogno di sfiatarsi per mantenere uno status quo, sempre piú sottile. L’economico ha preso il posto d’onore e la nostra integrazione nelle istituzioni statali ed europee ci ha un pó strangolate nei discorsi dominanti della sinistra che si é convinta che solo tenendosi sul terreno dell’avversario potrá aumentare il suo margine di manovra. E cosí cambiare le fondamenta dell’Europa con l’illusione del potere! Proprio mentre non si ha nessuna capacitá di presa sui nostri singoli Stati. Al contrario il riformismo della sinistra non fa che sostenere la riproduzione del capitale e i fondamenti di una democrazia rimessa in discussione dal suo stesso ridimensionamento.

La nostra impotenza é pari alla nostra credenza, ogni volta riproposta, circa l’imminente crisi finale del capitalismo liberista ( che al contrario se la passa molto bene) e la capacitá di sollevazione popolare. I movimenti popolari sono essi stessi sfiancati, incatenati nelle strateghe di integrazione di partiti e sindacati e nel loro stesso rifiuto di qualsiasi processo rivoluzionario che ponga la questione del comunismo come forma attuale di una rottura capace di abolire lo stato di cose presente. Come il femminismo esso viene citato come semplice riferimento non offrendo nessuna originale riflessione di insieme. Possiamo dunque dire che l’ideologia dominante si é radicata con successo e noi stesse la sosteniamo non volendone sapere nulla. Noi siamo per ora bloccate in un orizzonte ideologico imposto dalla borghesia e dal capitalismo. E pertanto lo stato delle contraddizioni economiche e sociali , le loro ripercussioni sui popoli ci spingono a porre in modo piú radicale la questione della rottura. Ma su questa frontiera esitiamo, indietreggiamo di nuovo.

Tiriamo le conseguenze: non si puó rispondere alle urgenze e sostenere in ordine sparso questa o quella lotta senza avere un’analisi di insieme che ci consenta di indirizzare i nostri sforzi sull’anello piú fragile. Perché rivendicare, manifestare senza comprendere la posta in gioco ed indicare una strada significa rinforzare l’impotenza generale, la depressione dei popoli, oggi manifestare non serve a niente senza una posizione radicale che, al di lá delle richieste all’Altro, sia costitutiva della propria forza.

Che cosa ci manca? Una analisi della posta in gioco ideologia e politica che sappia mettersi in gioco sulla scena nazionale ed internazionale, in relazione alla strategia del capitale. Ma per fare questa analisi dobbiamo chiarire le nostre posizioni e analizzare l’ideologia che sosteniamo. Noi parliamo a partire da quale campo di pensiero? Come definiamo la nostra azione? Se vogliamo essere soprattutto un movimento allora dobbiamo definire le idee che vogliamo far passare, cosa sosteniamo, come parteciperemo ai movimenti ed alle mobilitazioni che sorgono dai territori, che tipo di alleanze con le diverse organizzazioni. Se la nostra prospettiva é quella rivoluzionaria sta a noi sviluppare una pratica, costruire un movimento dargli respiro.

Mettere davanti la partecipazione alle istituzioni come strategia primordiale ci crea un impasse sul piano ideologico e su quello della mobilitazione. Poiché non siamo dentro un rapporto di forze favorevole questa partecipazione richiese un’energia spossante per degli scarsi risultati. Indebolisce la nostra capacitá di pensare alle fondamenta della nostra strategia e agli obiettivi concrete che ci diamo. Questo non vuole dire che non vogliamo partecipare alle istituzioni. Quantomeno per farsi ascoltare e per approfittare di un buon punto di osservazione e di contatto. Ció é una necessitá reale. Ma diverremo sempre piú inascoltate e scoraggiate se non subordiniamo la nostra partecipazione alle istituzioni al lavoro teorico , alla lotta ideologica ed all’azione nella societá. É un lavoro di lunga lena. E dunque occorre che si cambi la nostra percezione del tempo e della temporalitá nei quali viviamo, per impedire che l’angoscia riempia il nostro presente. (...) Il tempo della riflessione e della costruzione é un tempo ormai impossibile da bypassare. Naturalmente a meno di voler continuare a lanciarsi a testa bassa verso il disastro, credendo di fare bene!

Ancora una parola. Voler portare la lotta nel solo spazio europeo é ancora una volta essere in ritardo sulla storia. L’Europa é stata e resterá una costruzione delle grandi potenze e degli americani. É uno spazio geo-politico studiato per il mercato capitalista e per pesare nei rapporti di forza con il resto del mondo. É un decoupage che ci acceca rispetto alla reale estensione delle lotte. Una lotta rivoluzionaria non puó che essere internazionale perché il patriarcato ed il capitalismo sono internazionali e non si potrá comprendere la pista in gioco se non a livello generale. l’internazionalismo definisce una strategia di relazione fra tutte le nazioni del mondo. Integrare, pensare alla costruzione di una forza. L’Europa é una delle parti del mondo e come tale va compresa.

Versione originale in lingua francese

Dans un travail d’enquête qu’elle a mené auprés d’étudiantes sur “les représentations du féminisme” Sandrine Moeschler note qu’à la question “qu’est-ce que le féminisme?”, la plupart des étudiantes répondent: “reconnaître ou défendre le droits des femmes”, “valoriser les femmes”, “faire avancer la cause des femmes”, “sans partir du constat de la subordination des femmes aux hommes ou de l‘oppression commune qu’elles partagent”. De même que la revendication, “A travail égal, salaire égal”, n’implique pas forcément chez elles une “conscience de la division sexuelle du travail”. Donc on se focalise sur ce qui concerne les femmes en tant que groupe, catégorie “défavorisée”, sans comprendre la relation sociale qui définit leur rôle et leur identité ainsi que leur statut, sans voir le lien à l’ensemble. La question des femmes reste donc localisée à certains problèmes. Or lorsqu’on parle de “relations sociales” on ne parle par de relations interindividuelles, mais de relations de production au sens marxiste du terme, fondées sur des rapports de production spécifiques qui déterminent les relations interindividuelles.

Se référer à un système évite aussi de s’en prendre aux hommes comme individus -même si chaque femme se confronte dans l’intimité et dans sa tête, à un homme dont elle doit se libérer et pas seulement qu’elle doit accuser!-pour montrer comment hommes et femmes csont assignés à leur place respectives. Que les hommes en tirent profit et jouissance parce qu’ils occupent une place de pouvoir, c’est la force de constitution subjective d’un mode de production, qui fait que les hommes reproduisent ce mode par eux-mêmes, escamotant ainsi la réalité de leur propre condition, leur soumission à la domination de classe. Que les femmes y trouvent aussi profit et jouissance, montre comment ce système sait mobiliser le psychique des individus sous la forme de la “duperie de soi” et des formes du désir.

C’est aussi à cela que le féminisme, en tant que mouvement, doit se confronter et qu’il doit analyser, pour saisir le processus d’une reproduction qui ne saurait se réduire à de simples inégalités ou de manquements au droit. Analyser le processus d’assujettisement social et psychique permet de mener la lutte idéologique et politique à tous les niveaux. Et cette lutte on le voit, ne saurait se réduire aux “dénonciations”, mais doit inclure un travail d’analyse critique d’un système de production et de représentation, à la base. Elle requiert du même coup la théorie freudienne de l’inconscient que la théorie du genre a parfois tendance a laisser de côté, en effaçant la question de la différence des sexes au seul profit d’une construction sociale. Reste que la “différence” ne saurait être pensée en termes de rôles dévolues mais en tant que possibilité de rencontrer l’autre irréductible.

Que les femmes aient à s’émanciper et à se soulever contre toute forme de pouvoir, et partant contre la forme patriarcale de leur propre exploitation et domination, ne veut pas dire qu’il y ait d’un côté les bons et de l’autre les méchants. Tout sujet est divisé entre son désir de se libérer et son acceptation de l’ordre dominant comme forme d’intégration d’une reconnaissance. Efficacité d’une hégémonie cculturelle et sociale, qui n’appelle pas seulement une soumission ou une répression, mais construit les individus dans leur identité(cf Michel Foucault). On ne saurait dès lors ignorer la constitution pulsionnelle contradictoire et symbolique de tout sujet. J’ajoute aussitôt, que la lutte contre un système de domination ne peut pas se mener, avec l’illusion qu’un jour le genre humain serait en paix avec lui-même, et que nous vivrons “heureux” c’est-à-dire à jamais pacifiés, dans une société sans antagonismes! Autant dire morts au désir, robotisé(e)s, réduites à nos seuls besoins. La liberté et l‘égalité seront toujours à conquérir dans n’importe quel mode de production et le bonheur n’est un état que par contraste. La vie est contraste, c’est pour cela qu’elle est vivante. Voila la force de désillusionnement que nous apporte la psychanalys Il ne faut donc pas concevoir les femmes seulement comme des victimes. Mais comme sujets désirant qui, dans leur souffrance même reproduisent sans le savoir le pouvoir qui les soumet, et mettent en place des systèmes de pouvoir compensatoires tout aussi redoutables. Car ce qui nous soumet nous donne en même temps des repères identificatoires et des places constituantes, alors on y tient. C’est pour cela que la bataille idéologique dépasse la simple opposition ou la seule “résistance à”. Se mettre en mouvement vers- au-delà de l’accusation et des droits à obtenir-, c’est mettre une pensée au travail qui soit soutenue par une pratique de la “diffenciation maximale” (D.Sibony).

Une pensée se met au travail lorsqu’elle est portée par le désir. Et le désir ne surgit que là où ça fait écart avec la norme dans laquelle se meut l’individu. Là où quelque chose d’inconnu se risque, qui nous sépare de nous-même, fait jouer une scission et donc un élan. Le désir concerne l’au-delà du besoin, même s’il s’appuie sur lui (il y a des besoins “vitaux” qui ne sont pas toujours perceptibles). Il est en excés sur le besoin et rabattre le sujet sur ses “besoins” c’est le rabattre sur son animalité et même dirait Marx sur sa “bestialité” (sur un réel réduit au corps brut). Parcequ’il creuse un au-delà, le désir porte loin, force le chemin, disjoint la nécessité, alors que dans le besoin nous sommes collés à l’immédiat, collés à la manipulation des urgences à combler, au détriment d’une stratégie portée par un horizon politique. C’est bien pourquoi le capitalisme cherche à nous réduire à nos besoins. Mais le désir manifeste ce besoin vital, spécifique au sujet humain, de pouvoir remettre toujours tout en question, jusqu’à la vie elle-meme.

Ainsi des appels de la gauche à lutter contre l’”austérité”, qui réduit la perception des individus à leur soi-disant besoins matériels. Là encore nous bloquons le désir dans la plainte, la réclamation, le simple constat du malheur qui nous est fait. Croire que l’on peut mobiliser sur les seules “revendications” économiques (encore que la notion d’austérité est si vague qu’il rejoint le langage consumériste) est une illusion. Il y faut au contraire, de manière primordiale, le soutien d’ une perspective politique, idéologique, qui ne s’en tient pas à vouloir aménager ou améliorer le système mais qui, prenant appui sur les contradictions du système, porte le mouvement des luttes au bord extême d’un franchissement. Dans la portée d’une “brisure”, d’une destruction vivifiante où l’on se constitue soi-même, où se constitue la force d’un mouvement qui ne peut se développer sans enthousiasme. Telle fut la Commune de Paris et les révolutions décisives du Xxe siècle (1917, la révolution espagnole...), C’est le surgissement d’un mouvement autonome, d’un mouvement portant sa propre puissance qui a porté le féminisme. Et cette puissance était en même temps liée à la puissance d’un mouvement social et politique qui s’est pourtant arrêté à chaque période historique, devant la possibilité d’un franchissement révolutionnaire. De là vient notre désespérance, et pas seulement du triomphe du capitalisme. Car le capitalisme n’a triomphé que porté par les reculs incessants des partis de gauche dits opposés.

Constituer sa propre force ne va pas sans cruauté, c’est-à-dire sans capacité à affronter le réel tel qu’il est dans sa violence, sans l’analyse lucide du niveau de la lutte des classes dont nous sommes nous-mêmes responsables, sans bilan donc du mouvement féministe. Bilan veur dire, non pas comptabilité des acquis et des reculs, mais analyse de notre stratégie d’ensemble par rapport au rapports de force actuels. Ce qui veut dire être capable de penser l’articulation des différentes instances de la réalité sociale: économiqe/politique/idéologique et la manière dont nous avons mené la bataille sur tous ces fronts. Analyser la conjoncture n’est pas relever des éléments épars et s’en tenir à une énumération (paresse de l’esprit qui laisse le langage spontané de l’idéologie mener la danse, puisqu’on en n’ analyse pas la fonction, le fonctionnement et l’emprise qu’il a sur nous), mais comme l’écrit Althusser comprendre “leur système contradictoire qui pose le problème politique et désigne sa solution historique, et en fait ipso fact un objectif politique, une tache pratique”(Machiavel et nous, 62); Analyser leur système contradictoire c’est en dégager les enjeux et donc définir notre stratégie. À partir de laquelle notre pratique quotidienne prend sens et se construit sur le long terme. Alors peut se préciser à chaque fois une dialectique entre luttes pour des réformes immédiates, participation aux mobilisations et lutte politique et idéologique.

Dans quels rapports de forces avons-nous à construire ce mouvement? je l’ai dit, dans un rapport de force nettement en notre défaveur. Nous ne sommes visibles qu’à la marge, avec pour conséquences d’avoir à s’essoufler pour maintenir un statu quo, qui lui-même s’amenuise. L’économique a pris le dessus, et notre intégration dans les institutions étatiques et européennes, nous a peu à peu étouffées dans le discours dominant de la gauche, qui s’évertue à croire qu’en se tenant sur le terrain de l’adversaire, elle pourra élargir ses marges de manoeuvre. Ainsi de l’illusion de pouvoir changer les fondements de l’Europe! Alors même que nous n’avons aucune prise sur nos propres Etats. Bien au contraire, le réformisme de la gauche n’a fait que conforter la reproduction du capital et les fondements d’une démocratie qui n’est remise en cause que dans ses manquements.

Notre impuissance n’a d’égal que notre croyance, toujours renouvelée, en l’imminence de la crise finale que nous analysons comme l’impasse du capitalisme libéral (qui au contraire se porte très bien), et sur la force des soulèvements populaires. Or les mouvemenst populaires sont eux-mêmes étouffés, cadenassés par la stratégie d’intégration des partis et syndicats, et par leur propre rejet de tout processus révolutionnaire qui poserait la question du communisme comme forme actuelle d’une rupture pour abolir l’état existant. Comme le féminisme n’est lui-même cité que pour référence, n’ouvrant aucune réflexion d’ensemble. On peut dire que l’idéologie dominante s’est implantée avec succés et que nous la soutenons en voulant ne rien en savoir. Nous sommes pour l’instant enfermé(e)s dans l’horizon idéologique imposé par la bourgeoisie et le capitalisme . Pourtant l’état des contradictions économiques et sociales, leur répercussion sur les peuples, nous poussent à poser de manière la plus radicale la question du franchissement. C’est sur cette frontière que nous hésitons, reculons à nouveau.

Tirons les leçons: on ne peut simplement répondre aux urgences et soutenir en ordre dispersé telle et telle bataille, sans avoir une analyse d’ensemble qui nous permette de porter prioritairement nos efforts sur le maillon le plus faible. Car revendiquer, manifester, sans comprendre les enjeux politique d’une situation, et dégager un chemin, c’est renforcer l’impuissance générale, la dépression des peuples. Aujourd’hui manifester ne sert à rien sans une position radicale, qui au-delà de la demande à l’Autre, soit constitution de la puissance.

Qu’est-ce qui nous manque? Une analyse des enjeux idéologique et politique qui se jouent sur la scène nationale et internationale, liés à la stratégie du capital. Mais pour faire cette analyse il nous faut éclaircir nos positions et analyser l’idéologie que nous soutenons. A partir de quel champ de pensée parlons-Nous? Comment allons-nous définir notre action? Si c’est avant tout comme mouvement, alors ce sont les idées qu’il veut faire passer, soutenir qui importent et qui définira la manière dont nous participerons aux mouvements, mobilisations surgies des luttes sur le terrain, le type d’alliance à passer avec telle ou telle organisation. Si c’est une perspective révolutionnaire, à nous de développer une pratique, de construire ce mouvement en lui donnant du souffle.

Mettre en avant la participation aux institutions comme stratégie primordiale, nous fait faire l’impasse sur la question idéologique et la mobilisation de masse. Comme nous ne sommes pas dans un rapport de forces favorable, cette participation demande une énergie épuisante pour peu de résultats. Elle nous fragilise dans notre capacité à penser les bases de notre stratégie, et les fins réelles que nous nous donnons. Cela ne veut pas dire qu’il ne faut pas participer aux institutions. Au moins pour se faire entendre et pour profiter d’un poste d’observation et de contact. C’est un relais nécessaire. Mais nous serons de plus en plus inaudibles, découragées, si nous ne subordonnons pas notre participation au travail théorique, à la bataille idéologique et au rassemblement sur le terrain. C’est un travail de longue haleine. Alors il nous faut changer la manière dont nous pensons le temps, la temporalité dans laquelle nous vivons, nous arracher à l’angoisse d’avoir toujours à combler l’immédiat. (...) Le temps de la réflexion et de la construction est un temps désormais impossible à contourner. A moins de vouloir continuer à foncer tête baissée vers le désastre en croyant toujours “bien faire”, naturellement!

Encore un mot. Vouloir mener la lutte dans le seul espace européen c’est encore être en retard sur l’histoire. L’Europe a été et restera une construction des grandes puissances et des américains. C’est un espace géopolitique défini pour le marché capitaliste et pour peser dans le rapport de forces avec le reste du monde. C’est un découpage qui nous aveugle sur l’extension réelle des luttes. Or un combat révolutionnaire ne peut être qu’international, car le capitalisme comme le système patriarcal sont internationaux et on ne saurait comprendre les enjeux politiques qu’au niveau international. L’internationalisme définit une stratégie de relations avec toutes les nations du monde. C’est à partir de là que nous pouvons déplacer les rapports de force, intégrer, penser la construction d’une puissance. L’Europe est une partie du monde et c’est comme cela qu’il faut comprendre.

Tratto dalla relazione di NICOLE EDITH THEVENIN, Presentata a Capannori 7/10 novembre 2013 Per il primo incontro europeo di FAE


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