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Vogliamo parlare di povertà? - [IFE Italia]
IFE Italia

Vogliamo parlare di povertà?

Immanuel Maurice Wallerstein
martedì 28 dicembre 2010 par ifeitalia

Per i quindici-venti anni (1975-1995 circa) in cui il consenso con il discorso di Washington dominato nel sistema-mondo, la povertà - che pure andava aumentando a passi da gigante - era una parola tabù. Ci avevano spiegato che l’unica cosa che contava era la crescita economica e che l’unica strada per arrivare alla crescita economica era quella del «mercato» la cui logica doveva prevalere senza interferenze da parte degli «statisti» - salvo naturalmente quelli del Fondo monetario internazionale (Fmi) e del tesoro statunitense. Dalla Gran Bretagna la signora Thatcher aveva lanciato il suo famoso slogan: «Non c’è alternativa», col che intendeva dire che non c’era alternativa agli Stati Uniti e, immagino, al Regno Unito. I paesi derelitti del Sud del mondo dovevano abbandonare la loro ingenua speranza di decidere del proprio destino. Così facendo un giorno (ma chi poteva dire quando?) sarebbero stati premiati dalla crescita, altrimenti erano destinati - posso osare dirlo? - alla povertà.

Fondo monetario e morbillo Ma i giorni di gloria del consenso con Washington sono ormai lontani e per gran parte dei paesi del Sud del mondo le cose non sono migliorate - anzi -, e la rivolta era nell’aria. I neo-zapatisti si sono sollevati nel Chiapas nel 1994. Nel 1999 a Seattle i movimenti sociali hanno portato a un impasse l’incontro dell’Organizzazione mondiale del commercio (impasse da cui non si è mai ripresa). E nel 2001 nasceva a Porto Alegre il World Social Forum, destinato a una rapida espansione. Quando nel 1997 esplose la cosiddetta crisi asiatica, causando gravi danni economici nell’est e nel sud-est asiatico, ed estendendosi a Russia, Brasile e Argentina, il Fmi ha tirato fuori dalla tasca la sua lista di richieste standard da imporre a quei paesi se volevano aiuto. La Malesia, che ebbe il coraggio di dire no, fu il paese che di fatto ne uscì più velocemente. L’Argentina, ancora più audacemente, rispose che avrebbe pagato il 30% sul debito o non se ne faceva niente. Invece l’Indonesia si piegò e ben presto la lunga e apparentemente stabile dittatura di Suharto fu rovesciata da un’insurrezione popolare. Allora niente meno che Henry Kissinger se la prese col Fmi criticandone l’ottusità. Per il capitalismo mondiale e per gli Stati Uniti era più importante mantenere al potere un dittatore amico in Indonesia che non far rispettare a un paese il dettato di Washington. In una lettera aperta del 1998, Kissinger accusava l’Fmi di comportarsi «come un medico che si specializzi in morbillo e poi voglia curare ogni male con lo stesso farmaco». Prima la Banca Mondiale e poi l’Fmi capirono la lezione: forzare i governi ad adottare le formule neo-liberali come politica (e come prezzo dell’aiuto finanziario quando il loro bilancio fa acqua) può produrre pessime conseguenze politiche. Dopotutto si scopre che delle alternative esistono: la gente si può sollevare. Masse che non stanno al loro posto Quando scoppiò la bolla successiva e il mondo entrò in quella che adesso viene chiamata la crisi finanziaria del 2007 o 2008, l’Fmi si fece ancora più comprensivo nei confronti di quelle spiacevoli masse che non sanno stare al loro posto e - ma guarda un po’ - scoprì la «povertà». Anzi non solo scoprirono la povertà ma si attrezzarono per fornire programmi per «ridurre» il livello della povertà nel Sud del mondo.

Vale la pena di capire la loro logica. L’Fmi pubblica una rivista patinata trimestrale dal nome Finance & Development. Non si rivolge agli economisti professionisti ma a un più vasto pubblico di politici, giornalisti e imprenditori. Il numero del settembre 2010 riporta un articolo di Rodney Ramcharan che dice tutto già dal titolo: «La disuguaglianza è insostenibile». Rodney Ramcharan è un «senior economist» del dipartimento africano del Fmi. E ci spiega come - è questa la nuova linea dell’Fmi - le «politiche economiche che si limitano a concentrarsi sui tassi di crescita standard potrebbero essere pericolosamente ingenue». Nel Sud del mondo la forte disuguaglianza può «limitare gli investimenti nel capitale fisico e umano che favoriscono la crescita ed aumentare la tendenza a una ridistribuzione sostanzialmente inefficiente».

Storcere il braccio alle élite Ma c’è di peggio: la forte disuguaglianza «dà voce ai ricchi in misura ben più larga che alla sua disomogenea maggioranza». E questo a sua volta «può distorcere ulteriormente la distribuzione del reddito e ossificare il sistema politico, portando a conseguenze ancor più gravi nel lungo periodo». Sembra che il Fmi abbia finalmente dato ascolto a Kissinger. Devono preoccuparsi, in particolare nei paesi dove la disuguaglianza è più marcata, delle masse straccione e anche delle élite che tendono a ritardare il «progresso» per mantenere il loro potere sul lavoro non specializzato. Forse che l’Fmi è diventato il portavoce della sinistra mondiale? Non siamo così ingenui. Quello che vuole, e che vogliono anche i capitalisti più sofisticati di tutto il mondo, è un sistema più stabile in cui prevalgano i «loro» interessi di mercato. E questo richiede di storcere il braccio alle élite del Sud del mondo (e perfino a quelle del Nord del mondo) perché cedano un po’ dei loro famigerati profitti investendoli nei programmi per la «povertà» in modo da calmare la massa sempre più oceanica dei poveri e smorzare le idee di rivolta. Può darsi che sia troppo tardi perché una simile strategia funzioni. Le fluttuazioni caotiche sono immense. E «la disuguaglianza insostenibile» cresce di giorno in giorno. Ma l’Fmi e quelli di cui rappresenta gli interessi non smetteranno di provarci.

Traduzione di Maria Baiocchi.


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