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Le passioni come dimensione politica - [IFE Italia]
IFE Italia

Le passioni come dimensione politica

di Nicoletta Pirotta
mercoledì 11 aprile 2012

Il "manifesto per un soggetto politico nuovo" sta suscitando un interessante dibattito Vorrei aggiungere qualche riflessione alla parte del “manifesto" che affronta i sentimenti, le passioni ed i comportamenti.

E’ un aspetto del testo che rischia di essere messo in ombra o banalizzato quando invece, a mio avviso, ne costituisce uno degli elementi di struttura.

Non essendo un’intellettuale non ho la pretesa di aggiungere chissà cosa, sono solo riflessioni che vengono dalle mie personali letture e dal fecondo confronto con le amiche, italiane ed europee, con le quali condivido un’ iniziativa politica femminista.

Inizio proponendo alcuni brani tratto dal bel libretto di Alessandra Kollontaj “Largo all’Eros alato” del 1923. “(…) In quanto emozione (sentimento) l’amore costituisce un elemento di coesione e quindi un elemento organizzatore. Che l’amore sia una grande forza di coesione, la borghesia ne è perfettamente cosciente e ne tiene conto…” “(…) Il riconoscimento, anche nell’amore, dei diritti reciproci, la capacità di tener conto della personalità dell’altro, un fermo e mutuo sostegno, una sollecitudine attenta ed una reale comprensione di ciascuno per i bisogni dell’altro, congiunti alla comunanza degli interessi e delle aspirazioni: ecco l’ideale dell’amore da compagni (…)”. “Il collettivismo dello spirito e della volontà riporterà la sua vittoria sulla fatuità individualista (…)” “I sentimenti degli uomini s’indirizzeranno verso lo sviluppo della coscienza sociale mentre l’ineguaglianza fra i sessi (…) ed ogni forma di dipendenza della donna dall’uomo saranno scomparsi senza lasciare traccia (…)”

Ricordo d’aver letto tutto d’un fiato il testo della Kollontaj . E’ uno scritto breve ma intenso , figlio del tempo in cui è stato scritto, nel quale il desiderio di dare vita ad una società nuova si intreccia con il riconoscimento dell’importanza dei sentimenti. Un’importanza che non ha a che fare con la “sola” dimensione personale o esistenziale ma che investe fortemente “il processo rivoluzionario di trasformazione dell’esistente”. Un processo che riguarda l’economia e le modalità del produrre insieme alla qualità delle relazioni .In “Largo all’Eros alato” Kollontaj si spinge in alto fino ad indicare “ i principi basilari” a cui dovrebbero ispirarsi, in una prospettiva “rivoluzionaria”, sentimenti , emozioni, passioni ; l’eguaglianza ( intesa come superamento processuale di predominio e schiavitù) ; il riconoscimento reciproco dei diritti dell’altra/o ( come antidoto al desiderio di possesso e di proprietà privata); la sollecitudine e l’attitudine ad ascoltare e comprendere “i moti dell’animo” dell’altra/o da sé ( intese come qualità umane, femminili e maschili insieme). I principi indicati esprimono ovviamente il contesto nel quale sono stati pensati , restano però ancora vividi e forse , visto il disinteresse di cui hanno goduto, offrono un’altra chiave di lettura ai tanti perché del crollo di ideali, miti, personalità.

Nel recente libro “Il mostro mite. Perché l’Occidente non va a sinistra” Raffaele Simone sostiene che l’applicazione delle “ricette” del neoliberismo globalizzato in campo economico e sociale ha agito anche sulla sfera dei sentimenti cancellandone alcuni ( la vergogna per esempio, intesa come consapevolezza del limite) e esaltandone altri ( l’arroganza, il disprezzo, l’invidia, la paura) delineando quindi un “modello di umanità”, se posso dire così, più propenso alla competizione e/o alla “rivolta” piuttosto che alla comunanza e/o alla “rivoluzione”. Simone propone un interessante punto di vista, non necessariamente condivisibile ma senza dubbio stimolante, secondo il quale la “bufera della modernità” ha prodotto immense ed enigmatiche innovazioni in campo economico, giuridico ed istituzionale ed anche nella sfera dei consumi, dell’immagine di sé e nell’immaginario collettivo. Una bufera che ha determinato una specie di “dispotismo culturale globalizzato ” “incentrato sui consumi, sull’ubiquità dei media e dell’entertainement, sui continui appelli alla volontà del popolo e su un generico bisogno di religiosità e spiritualità….” Il prodotto è una “cultura di massa” niente affatto marginale tanto che “la politica, l’economia , persino la guerra si fanno, oggi, proprio attraverso … il governo di gusti, consumi, piaceri, desideri, sentimenti, concezioni, rappresentazioni, passioni e immaginario prima ancora che delle idee politiche”. Non è certo un concetto nuovo ma offre strumenti di lettura della realtà un po’ differenti dai soliti.

In diversi scritti e/o interviste (si veda per esempio “Disgusto e umanità. L’orientamento sessuale di fronte alla legge”) Martha Nussbaum insiste molto sull’ intelligenza delle emozioni, ovvero, su un’intelligenza connessa all’emotività. “Vi sono emozioni creative presenti nella nostra vita ed anche nella pratica pubblica (come la compassione e la gratitudine ma anche la rabbia e l’indignazione) che potrebbero “fondare” un’etica ragionevole vicina alla comprensione della natura umana. Al contrario le pulsioni di narcisismo e onnipotenza, che spesso intersecano le emozioni, per quanto fondamentali per lo sviluppo emotivo individuale, sono pericolose quando si estrinsecano nelle pratiche sociali perché sono alla base della stigmatizzazione, ovvero della discriminazione e dell’esclusione.”

So bene che non è consueto né facile riflettere collettivamente anche su questi aspetti, però cancellarli, negarli o sottovalutarli è ancor peggio. Relegare la sfera dei sentimenti e delle passioni “al privato” o delegarla strumentalmente al solo genere femminile cercando di riaffermare improbabili differenze fra donne e uomini (alle prime il sentimento e ai secondi la ragione) sarebbe però mortifero. L’immagine stereotipata di una presunta “natura femminile” (declinata nei sentimenti di dolcezza, sensibilità, disponibilità incondizionata) è servita al “genere maschile” * per coprire le più primordiali forme di alienazione e cioè la dominazione sessuale e l’appropriazione del tempo di lavoro delle donne all’interno della famiglia giustificando in tal modo l’esclusione delle donne dall’esercizio del potere.

Sarebbe tempo di agire una rottura netta riconoscendo a sentimenti, emozioni, passioni una dimensione politica (intesa come idea del mondo che sa farsi corpo, secondo la bella definizione che ne dà Pietro Ingrao in “Indignarsi non basta”) per divenire argomento di confronto e di discussione. Mi spingerei fino a dire ( riportando quanto emerso dal recente seminario dell’associazione femminista di cui faccio parte, IFE Italia) che mai come oggi sarebbe necessario educare ai sentimenti per educarci alla politica.

Nicoletta Pirotta www.soggettopoliticonuovo.it www.ifeitalia.eu

* intendo per genere sia “ l’elemento costitutivo dei rapporti sociali fondato sulle differenze percepibili fra donne e uomini sia la primordiale modalità di significare i rapporti di potere” secondo la definizione che ne diede, nel 1980, la storica americana Joan Wallach Scott


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