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«Io accuso il sistema delle caste. Viviamo in un passato feudale" - [IFE Italia]
IFE Italia

«Io accuso il sistema delle caste. Viviamo in un passato feudale"

intervista ad Arundhati Roy
martedì 10 giugno 2014

L’intervista è a cura di Alessandra Muglia.

Fonte : http://www.fondfranceschi.it/cogito...

«Mi ha colpito che la maggior parte dei grandi media indiani ha evitato di dire che le due ragazze erano dalit. C’è della politica in questo: la volontà di non mettere in questione il sistema delle caste e presentare il fatto come un mero atto criminale. Ma quando lo stupro è usato come mezzo di oppressione di una casta sull’altra diventa uno strumento politico» dice Arundhati Roy. La scrittrice indiana aveva già descritto quasi vent’anni fa nel suo primo e unico romanzo, il bestseller internazionale e Booker Prize "Il dio delle piccole cose" , come il sistema delle caste, negato dalla legge e consuetudine nella realtà, condizionasse perfino uno stato come il Kerala «comunista», con la sua tradizione egualitaria.

«Le caste sono come l’apartheid, ma nessuno in India, dai progressisti all’estrema destra, lo riconosce — accusa dalla sua casa a New Delhi —. Significherebbe criticare l’architrave della nostra società e nessuno è interessato a farlo».

Lo aveva fatto quasi 80 anni fa Ambedkar, il padre della Costituzione indiana. Il suo «Annihilation of Caste», audace denuncia contro l’induismo e il sistema delle caste, è stato recentemente ripubblicato con un saggio-prefazione della Roy, dal titolo The doctor and the saint , giocato sull’opposizione tra lo statista (elogiato) e Gandhi (criticato per il ruolo avuto nella difesa delle caste). «Oggi si fa un gran parlare di violenze sessuali in India, ma in termini generici, e questa isteria mediatica crea una psicosi tra la gente senza arrivare a inquadrare il problema».

Ma le dalit non sono le uniche vittime di stupri. La studentessa violentata su un autobus a Delhi nel 2012, per dire, non era una dalit. E anche le turiste straniere sono a rischio. «Nell’anno in cui il mondo inorridiva per la brutale aggressione a quella ragazza, 1.500 donne dalit venivano stuprate. E questa è la cifra ufficiale, che si stima corrisponda al 10% dei casi. Ma la maggior parte delle violenze continua a non essere riportata per la vergogna sociale».

Le caste in India esistono da secoli, ma sembra che ultimamente la situazione per le donne sia peggiorata. «Da noi la maggioranza della popolazione vive in un passato feudale e patriarcale in cui le donne dalit da sempre sono violentate da uomini delle caste superiori che considerano lo stupro un proprio diritto. Le donne degli intoccabili sono da sempre molto toccabili. Ora stiamo assistendo a due fenomeni nuovi. Da un lato le donne, soprattutto le giovani che vivono in città, stanno cambiando molto più velocemente degli uomini: studiano, entrano numerose nei luoghi di lavoro, si emancipano, sono più libere, cambiano il loro modo di vestirsi, i loro sogni, le loro aspettative. Questo sta creando un nuovo tipo di violenza, di punizione. Dall’altro lato, un fenomeno opposto, ma che dà lo stesso risultato: nei villaggi e nelle aree rurali molte donne stanno diventando ancora più povere e indifese».

Lei definisce lo stupro come punizione. In che senso? «Le donne emancipate sono punite perché sono fuori controllo, le più povere perché non hanno protezione. Poi c’è la violenza contro le donne in aree militarizzate come il Kashmir, Manipur e Chhattisgarh. In questi casi lo stupro diventa un’arma, uno strumento politico».

Il sistema delle caste non si sta indebolendo? «Assolutamente no, si sta solo modernizzando ma continua a dar forma alla società e alla politica».

L’India sta facendo qualcosa per uscire da questo Medioevo? «Altro che uscire, ci stiamo entrando fino in fondo. Temo che nei prossimi mesi assisteremo a un aumento delle violenze. Le politiche perseguite dai Gandhi basate su privatizzazioni, confisca di terre, costruzioni di imponenti dighe temo saranno esasperate da Modi. Con che risultati? Un esercito di nuovi poveri per gli spostamenti forzati di intere comunità».

In un saggio del libro «Quando arrivano le cavallette», getta ombra sulla democrazia come formula ideale per uscire da crisi e barbarie. «Abbiamo bisogno di un progetto a lungo termine. Possono i governi democratici, la cui sopravvivenza dipende da risultati immediati, offrire questo progetto?»

Sta pensando a un’alternativa? «Sono combattuta tra la speranza e la ragione: mi suggeriscono cose diverse».


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