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Nuove maree per cambiare tutto - [IFE Italia]
IFE Italia

Nuove maree per cambiare tutto

di Carla Maria Ruffini*
mercoledì 3 ottobre 2018

* Docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna e formatrice in ambito pubblico, si occupa da anni di diritti sociali e civili e di beni comuni (oggi in particolare con Arsave-Laboratorio per la città che vogliamo, Università Invisibile e Forum dei movimenti per l’acqua). Femminista da sempre, è impegnata nel movimento Non Una Di meno.

Fonte: https://comune-info.net/

Immagine dal sito: https://www.cicap.org/n/articolo.ph...

Una nuova stagione di maree femministe. Per cambiare tutto

Il messaggio fondamentale gridato dalle donne argentine in Plaza de los Dos Congresos il 4 giugno – nel pieno della combattiva campagna per l’aborto libero, sicuro e gratuito – è che le donne non sono disposte ad accontentarsi di singoli provvedimenti, ma vogliono “cambiare tutto”. Nel documento, potente e “denso” di tutte le rivendicazioni di Ni Una Menos e dello spirito di lotta che anima l’attuale movimento femminista internazionale, si sostiene che è necessario affrontare a tutto campo gli innumerevoli e pervasivi dispositivi politici, economici, giuridici e sociali che, con ancor maggiore accanimento in questo momento storico, originano la violenza etero-patriarcale sulle donne sia nella dimensione pubblica che in quella privata, mettendoli in discussione in modo radicale e sistemico.

Se guardiamo al nostro vessato Paese, siamo sempre più consapevoli che, per andare in questa direzione, è fondamentale rivendicare la centralità e l’efficacia della lotta globale e intersezionale delle donne, sollecitando una riflessione e un’attivazione non più rinviabile dopo i recenti eventi e provvedimenti – annunciati o già presentati dal Governo – che hanno caratterizzato il debutto del nuovo esecutivo a forte connotazione patriarcale e razzista.

Lo sciopero globale delle donne, messo in scena nel contesto mondiale per il secondo anno consecutivo l’8 marzo 2017, merita un’attenzione particolare nelle analisi del panorama dei movimenti di lotta attuali, dopo esser stato ignorato dai media – come è accaduto in modo clamoroso in Italia – o tutt’al più trattato sommariamente e con sufficienza e subito archiviato quale episodio contingente e scarsamente influente e significativo.

Negli scenari svuotati di quel potenziale di lotta e di liberazione che aveva animato passate stagioni, lo sciopero globale femminista, lo sciopero sociale, e tutte quelle pratiche e forme di lotta che “tengono insieme” le due dimensioni della produzione e della riproduzione, si confermano come la via maestra per aggredire, da una parte, gli snodi cruciali in cui la violenza determinata dalla precarietà e dalla vulnerabilità socio-esistenziale si origina e per ricomporre, dall’altra, ciò che è stato diviso, frammentato dal lucido disegno dell’odierno capitalismo di frode, sanando la dicotomia tra produzione di valore e socialità, solidarismo, organizzazione di lotte.

Lo spazio “largo” ma oppressivo e ingabbiante rappresentato dall’inestricabile intreccio di lavoro produttivo e riproduttivo, “res extensa” del processo di valorizzazione che mette al lavoro l’intera società ed erode progressivamente fette fondamentali di welfare, diviene luogo d’elezione per nuovi sfruttamenti e rinnovate servitù. Le servitù che il patriarcato – quello mai domato e quello di ritorno – riserva alle donne, nell’alleanza di ferro stretta con il neoliberismo, sono come sempre le più aggressive e violente; e già si colgono in modo evidente, nelle sconsiderate azioni e dichiarazioni che hanno contraddistinto la prima fase dell’attuale governo, segnali inquietanti di recrudescenza di un patriarcato disposto a “uscire allo scoperto” per annullare le conquiste fondamentali di libertà volute dalle donne e creare condizioni favorevoli per il consolidarsi delle nuove strategie di sfruttamento e violenza scientemente progettate.

La pedagogia della crudeltà

In alcuni decenni, a partire almeno dagli anni Ottanta, lo spazio reale delle vite vissute in una dimensione collettiva, dove i luoghi di lavoro e le “agorà” dell’incontro e della socialità rappresentavano occasioni di scambio e solidarietà, è stato progressivamente cancellato per far posto allo spazio virtuale in cui si dibattono monadi e solitudini individuali. In piena sintonia con il tempo “mondializzato”, funzionale alla produzione di una ricchezza per un manipolo di speculatori – che viene sistematicamente sottratta a chi la produce – tale spazio virtuale ha creato la vorace omnipolis, regno assoluto dell’economia fondata sulla speculazione finanziaria e sulle aggressive logiche estrattiviste del mercato. E il “capitalismo di rapina”, come afferma l’antropologa femminista Rita Segato, alimenta la violenza machista attraverso quel dispositivo di condizionamento delle coscienze definito “pedagogia della crudeltà”, facendo del corpo delle donne e dei soggetti femminilizzati un vero e proprio campo di battaglia in cui compiere scorrerie con esiti sempre e comunque violenti.

Il paradigma del lavoro delle donne è divenuto l’emblema del lavoro di tutte e tutti: la femminilizzazione del lavoro, costrutto riconosciuto ormai in letteratura e nel dibattito corrente, è realtà vasta e diffusa e gli esperimenti legati alla cosiddetta fabbrica sociale (“la vita al lavoro”) si sono condotti innanzitutto sulla pelle delle lavoratrici, per estendersi poi ad ampi settori della società. La cancellazione delle mappe costruite sulla distinzione tra occupazione, disoccupazione e precarietà ha riguardato in primo luogo le donne e dalle donne sono state tracciate le nuove mappe dell’attuale configurazione del lavoro/non lavoro finanziarizzato e frammentato. Percorsi professionali e di vita del tutto nuovi, figure e ruoli che non appartengono alla tradizionale composizione sociale e categorizzazione dei “soggetti al lavoro” nel mondo globalizzato, creano quell’effetto di spaesamento, di non riconoscimento che ha travolto l’intero universo del lavoro, mettendo in crisi i vecchi modelli di intervento delle organizzazioni sindacali tradizionali. Precariato di diverso tipo e natura (dall’apprendistato reiterato al tempo determinato privo di prospettive di continuità). Intreccio inscindibile di lavoro e vita governato dalle app. Lavoro (e disoccupazione) intermittente. Sub-occupazione sprovvista di diritti e tutele e schiavitù degli appalti (che colpisce in larga misura le lavoratrici e i lavoratori migranti). Voucher proteiformi e mimetici che ricompaiono puntualmente in vesti e con etichette nuove. Lavoro autonomo di seconda e terza generazione che condanna all’insicurezza e alla povertà. Micro-imprenditoria e piccola cooperazione impegnata in forme di economia eco-sostenibile, strangolata dalla presenza dei colossi multinazionali. Lavoro gratuito che, dietro il ricatto del “fare curriculum”, alimenta vuote speranze di occupazione qualificata. Perfino il lavoro part-time, come sostiene Cinzia Arruzza nel volume Storia delle storie del femminismo (scritto insieme a Lidia Cirillo), ben lontano dal rappresentare un’opportunità di scelta, si è trasformato in “uno strumento di ulteriore attacco alla condizione di vita delle donne e, per estensione, di tutti i giovani precari colpiti dalla femminilizzazione del lavoro”, provocando “indigenza e dipendenza dal partner per milioni di lavoratrici precarie impiegate in settori non remunerativi”.

L’esasperata e alienante intermittenza, la mancanza di sicurezza, la perdita dei diritti e della dignità del lavoro hanno determinato una spirale di precarietà occupazionale ed esistenziale che le donne per prime – e più di chiunque altro – hanno sperimentato sulla loro pelle e a cui è sempre più difficile sottrarsi. Le catene patriarcali che costringono, a partire da condizioni salariali inadeguate e da scarsa accessibilità a forme di sostegno sociale e opportunità formative, a dover moltiplicare il tempo del lavoro di riproduzione e di cura e, quando si perde il lavoro, a doverne accettare un altro, il più delle volte poco remunerativo e scarsamente qualificato – per far fronte a una situazione di emergenza che non è possibile gestire economicamente -, sono all’origine della perversa spirale che uccide ogni prospettiva di futuro e possibilità di autodeterminazione, creando i presupposti della violenza di genere e del sopruso sociale diffuso. Nel caso delle migranti, che si accollano una quota rilevante del lavoro di cura a causa dell’erosione massiccia del welfare e della scarsità di servizi e strutture pubbliche di assistenza – lavoro mal pagato e spesso privo di qualsiasi tipo di tutela, al limite del lavoro servile -, la deprivazione economica e la perdita di progettualità rivela il volto più crudele di questo sistema di sfruttamento scientifico. Senza dimenticare le donne trans, in posizione di emarginazione nel mercato del lavoro ed esposte, nei contesti lavorativi in cui faticosamente si inseriscono, a manifestazioni sempre più frequenti di discriminazione transfobica e a forme di violenza e aggressione, se possibile, ancor più odiose di quelle che colpiscono le altre donne.

Donne e precarizzazione del lavoro

E se la questione della povertà – assoluta e relativa – dagli anni Ottanta in poi ha assunto dimensioni allarmanti, allargando in modo esponenziale la forbice della disuguaglianza economica, sociale e culturale, noi sappiamo che essa ha colpito e colpisce in modo drammatico le donne, sovraesposte al fenomeno della vulnerabilità sociale ed esistenziale che sempre di più si rivela condizione di vita “programmata”. All’origine della condizione di vulnerabilità programmata, che consiste nella presenza sempre più massiccia di individui collocati in una situazione di fluttuazione sociale e di “non-luoghi” esistenziali, è la cosiddetta flessibilizzazione del lavoro, la costituzione di rapporti di lavoro non fondati sulla continuità di una capacità professionale messa a disposizione – e meno che mai sulla ricerca di percorsi di sviluppo personale e soddisfazione professionale -, ma sulla realizzazione immediata di compiti specifici e sullo sfruttamento di una potenzialità lavorativa da mettere a valore hic et nunc, per poi disfarsene quando non serve più o non è più sfruttabile in modo intensivo.

Dall’insediamento nella precarietà di una vasta massa di individui – che vanno a popolare una desolata periferia precaria -, alla destabilizzazione sistematica di chi è ancora stabile, alla creazione di una popolazione sovrannumeraria di soggetti che non trovano più una collocazione occupazionale, neppure di tipo precario (disoccupate/i di lunga durata, beneficiarie/i di sussidi assistenziali, etc.): come già aveva intuito la sociologia francese degli anni Novanta (Robert Castel in particolare), non c’è nulla di marginale in questa dinamica, la precarizzazione del lavoro è un processo centrale, strategico, determinato dalle nuove esigenze tecnologiche, economiche e organizzative del moderno capitalismo di rapina. Alla precarietà occupazionale si aggiunge la perdita graduale di densità delle reti parentali, amicali e di socialità primaria, che via via si sono trasformate, da luoghi di forte radicamento e supporto, in tessuti composti da trame fragili e sempre meno dense, sino ai casi, sempre più frequenti, in cui i soggetti sono lasciati nel completo isolamento sociale.

La vulnerabilità nasce proprio all’incrocio tra la precarizzazione del lavoro e il venir meno dei supporti di prossimità, è una condizione di vita caratterizzata dall’inserimento precario nei canali di accesso alle risorse materiali fondamentali – innanzitutto il lavoro e il reddito, ma anche i benefici erogati dal welfare state – e allo stesso tempo dalla fragilità del tessuto relazionale di riferimento, dei supporti parentali e amicali, delle comunità e reti sociali territoriali. Non si tratta semplicemente di un deficit di risorse, ma di un’esposizione a processi di disarticolazione e impoverimento sociale che raggiunge livelli fortemente critici, mettendo a repentaglio la stabilità dei modelli di organizzazione della vita quotidiana e la progettualità delle soggettività marginalizzate. Nella condizione di vulnerabilità pesa non solo la deprivazione di risorse, ma anche la riduzione delle possibilità di scelta e l’offuscamento della prospettiva temporale, che si esprime nel rallentamento dei processi di sviluppo personale e collettivo, nel differimento di azioni di scelta, nell’umiliazione del corpo e nella rinuncia al desiderio. E ben conosciamo le conseguenze devastanti che questo ha sulle possibilità di autodeterminazione delle donne.

Sottosopra

In tale scenario diviene non più rinviabile l’attuazione del “Piano femminista contro la violenza maschile e di genere” messo a punto da Non Una Di Meno attraverso un intenso lavoro di analisi e progettazione condiviso tra tutte le realtà territoriali del movimento. Tra le principali rivendicazioni finalizzate a contrastare la violenza economica, lo sfruttamento e la precarietà socio-esistenziale, all’origine di molte altre forme di aggressione e oppressione sulle donne e sui soggetti femminilizzati – nelle tante situazioni e nei tanti modi espliciti e taciti in cui si manifestano -, può essere utile, a titolo esemplificativo, richiamarne alcune particolarmente significative: l’istituzione di un autentico reddito di autodeterminazione, incondizionato, universale e svincolato dalle prestazioni lavorative, dalla cittadinanza e dalle condizioni di soggiorno, l’introduzione di un salario minimo europeo, il ripristino di un welfare universale, gratuito e accessibile a tutte e tutti – incluse le persone migranti e le soggettività lgbtqi+ -, misure diffuse e realmente efficaci a sostegno della maternità e della genitorialità condivisa.

Ma, cogliendo l’importante stimolo fornito da Transnational social strike platform nel documento “Il potere sottosopra. Lo sciopero globale delle donne”, sarà ugualmente importante sperimentare nuove pratiche e nuove forme di lotta, risignificando lo sciopero – considerato a torto uno strumento obsoleto e rituale, non più adatto all’attuale assetto e organizzazione del lavoro – in una prospettiva femminista e mettendo in atto un insieme integrato di modalità d’azione e di pratiche (alcune da inventare) in grado di contrastare alle radici e in modo sistemico la crescente, pervasiva e drammaticamente sinergica violenza che viene esercitata nella dimensione produttiva e in quella riproduttiva. Facendo emergere l’aspetto sociale e di “creazione del valore” dello stesso lavoro riproduttivo e creando connessioni trascurate o inedite – prima fra tutte la connessione tra la violenza patriarcale e lo sfruttamento che è alla base della società neoliberale – tra ambiti e temi, soggetti, modalità di lotta differenti.

Come sottolineato dalle spagnole di Marea Granate – Femigrantes trovare modi per allargare lo sciopero a tutte quelle attività svolte dalle donne nello spazio domestico, da sempre considerato “privato” e quindi impolitico, non consiste soltanto nel dare visibilità all’interruzione del lavoro domestico e di cura, ma anche nel far emergere il modo in cui i ruoli sessuati, e le gerarchie sociali che su di essi sono state erette, si riproducono attraverso le violenze e le aggressioni sessiste, le molestie nei luoghi di lavoro e la divisione sessuale del lavoro e nel “colpire i processi istituzionali e sociali di gerarchizzazione che intensificano la precarietà producendo isolamento e frammentazione”.

Ma consiste anche nell’includere la lotta contro il razzismo nel processo dello sciopero, ovvero nella costruzione del sistema di azioni di contrasto alla violenza patriarcale, perché ogni giorno le donne migranti, nei loro travagliati percorsi per conquistare la libertà, devono fare i conti con molteplici forme di abuso sessuale e oppressione machista e, a causa della condizione di precarietà imposta dal permesso di soggiorno, si trasformano in una forza lavoro ricattabile e più esposta allo sfruttamento.

Nuove forme di pensiero e di azione sociale femminista

Per tutto ciò è importante trovare forme e modi di lottare all’altezza della sfida e della complessità del contesto in cui ci muoviamo. La ricomposizione del “noi” in nuovi spazi di conflitto sociale, mutualismo e solidarietà, attraverso le lotte ingaggiate dai movimenti femministi e la piena espressione del potenziale rivoluzionario globale che esse portano con sé, può sparigliare l’attuale assetto patriarcale e neoliberale nei suoi meccanismi fondativi e intrinseci, che sono alla base della struttura – per se stessa violenta e generatrice di violenza – del sistema sociale che ci opprime.

Il consolidarsi di nuove forme di pensiero e azione sociale femminista – lo sciopero globale dell’8 marzo è stata la plastica rappresentazione delle potenzialità che tale strumento, interpretato in chiave femminista, può avere nella strategia per “cambiare tutto” -, in grado di superare i vecchi schemi della rappresentanza sindacale e la natura del rapporto rappresentanti-rappresentate/i, basato quasi esclusivamente su vertenzialità ed erogazione di servizi, appare oggi come condizione indispensabile per l’emersione e il contrasto della violenza patriarcale che nasce dal nesso “vizioso”, e apparentemente indissolubile, tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo e di cura. Una sorta di nuovo “sindacalismo femminista” fondato su idee e pratiche di conflitto “globale” per l’autodeterminazione, agito nella “normalità” della violenza quotidiana e nella straordinarietà (per vastità e intensità) dell’oppressione sociale, un progetto/processo dove anche la conflittualità delle donne e dei soggetti femminilizzati può/deve essere ripensato come forma di contrasto intersezionale, radicale e al tempo stesso costituente, mettendo in comune le lotte contro le solitudini lavorative ed esistenziali.

Esperienze come quelle dei centri antiviolenza e degli spazi femministi autogestiti, delle battaglie per la riappropriazione democratica dei beni comuni e delle istituzioni del welfare, delle pratiche di mutualismo solidale, autorganizzazione e autogestione collettiva di forme e pratiche del “comune”, se messe in relazione tra loro attraverso connessioni virtuose e sistemiche, possono essere linfa vitale per processi di rottura dei dispositivi di “confinamento” e separazione che rendono i conflitti incapaci di incidere, e per la creazione di spazi di interconnessione con tutte le soggettività che il capitale tenta di segmentare e dividere. A partire dalle lotte delle donne.

Nei territori i nodi vitali della rete di Non Una Di Meno stanno già tessendo la tela dell’iniziativa futura ed è convocata a Bologna per il 6 e 7 ottobre un’assemblea nazionale per la progettazione collettiva delle azioni, imminenti e a più lungo termine, che permetteranno l’attuazione del Piano antiviolenza. Per riprendere una splendida suggestione delle compagne argentine, un’altra tappa nell’inarrestabile marcia delle donne MosseDalDesiderio. Il desiderio di cambiare tutto.


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