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"Europa che fare?" - [IFE Italia]
IFE Italia

"Europa che fare?"

intervento di Nicoletta Pirotta
domenica 29 settembre 2013

Di fronte alla drammatica situazione economica e sociale che stiamo vivendo in Europa ed alla imposizione delle politiche di austerità fondate su una drastica riduzione della spesa pubblica ( cioè taglio dei servizi pubblici e svuotamento dei diritti sociali e civili), sono necessarie azioni collettive in grado di alludere ad un’altra idea di Europa e più in generale di società.....

Intervento di Nicoletta Pirotta (Ife Italia/Femministe per un’Altra Europa) Roma, 28 settembre 2013 Casa Internazionale delle Donne “Europa che fare? “

Di fronte alla drammatica situazione economica e sociale che stiamo vivendo in Europa ed alla imposizione delle politiche di austerità fondate su una drastica riduzione della spesa pubblica ( cioè taglio dei servizi pubblici e svuotamento dei diritti sociali e civili), sono necessarie azioni collettive in grado di alludere ad un’altra idea di Europa e più in generale di società.

In questa direzione e in base al principio secondo il quale è bene “fare il necessario perché accada il possibile”, durante l’Assemblea delle donne del Forum Sociale di “ Firenze 10+10” nel novembre 2012 si è costituita la lista “Donne nella crisi” che ha preso contatti con un gruppo di donne ateniesi e costruito la “campagna di solidarietà con le donne greche per il diritto alla salute”

Tale campagna è fondata sulla consapevolezza che la totale distruzione del sistema sanitario pubblico ( cioè la negazione del diritto universale alla salute) che si sta agendo in Grecia con la scusa del pagamento del debito pubblico, costituisce un laboratorio di sperimentazione per interventi simili in altri Paesi.

Il primo passo della campagna è stato quello di organizzare un tour di incontri in differenti città italiane con Sonia Mitralia, attivista e femminista greca, che ci ha consentito di far conoscere la situazione sanitaria della Grecia ed in particolare la condizione della donne per quanto riguarda la salute riproduttiva (contraccezione, gravidanza, parto,…)

Ad Atene, lo scorso giugno, durante l’incontro di Altersummit, abbiamo quindi preso contatti, con la clinica autogestita di Elleniko, una delle numerose iniziative di autogestione sanitaria nate in Grecia per aiutare le numerosissime persone (oltre un terzo della popolazione greca, in gran parte donne) a cui è stato negato dall’oggi al domani il diritto alla salute a causa a della perdita del lavoro o per l’impossibilità di pagarsi le cure di tasca propria.

Si è così determinato il secondo passo della nostra campagna : il sostegno concreto ad Elleniko attraverso una raccolta di fondi per l’acquisto di medicinali specifici di cui la clinica ha necessità. Allestiremo un camper che porterà con sé una mostra itinerante sulla situazione dei sistemi sanitari pubblici, in Italia, in Grecia ed in Europa, con particolare attenzione alla condizione delle donne; uno striscione e materiali esplicativi e toccherà le città disponibili ( per ora una quindicina) ad organizzare sia la raccolta di fondi sia iniziative di informazione e di approfondimento sul diritto alla salute . Valuteremo in corso d’opera se e come portare direttamente i medicinali ad Atene, magari organizzando con le amiche ateniesi un’iniziativa di incontro.

Al di là dell’articolazione pratica quello che mi preme mettere in evidenza è l’analisi di fondo che sostiene la campagna e alcune grosse questioni che riguardano fortemente, a mio avviso, il confronto di oggi sulla necessità di costruire un’altra idea di Europa.

Parto dall’analisi. Le politiche di austerità attuate sotto la pressione dei mercati possono essere considerate la continuazione delle ricette neoliberiste applicate negli ultimi trent’anni (privatizzazioni, precarizzazione del lavoro e della vita, messa in discussione dei diritti sociali, …). Tali politiche hanno come obiettivo l’affermazione di un modello sociale fondato sulla drastica riduzione della spesa pubblica, dei salari e delle pensioni che mentre impoverisce un sempre maggior numero di donne ed uomini concentra le ricchezze nelle mani di poche oligarchie di potere. Si assiste, per dirla con Gallino, ad una lotta di classe dopo la lotta di classe sostenuta da una possente campagna ideologica,purtroppo efficace, secondo la quale avendo vissuto per troppi anni da cicale oggi dobbiamo tornare ad essere formiche…

Ed intanto c’è chi , come la JP Morgan, società statunitense fra i responsabili della bolla finanziaria che ha determinato la crisi, sostiene che per uscire dall’attuale empasse c’è bisogno di superare le Costituzioni democratiche dal sapore socialista, come quella italiana per esempio, che riconoscono il principio di eguaglianza come fondamento della società. Eguaglianza ritenuta perniciosa, ovviamente, da chi vuole far pagare la crisi a chi non l’ha determinata. Le politiche di austerità però non sono neutre né dal punto di vista del rapporto fra le classi né da quello fra i generi. Se non si dimentica, o peggio si rimuove, la categoria di genere, ci si accorge che gli effetti della crisi agiscono in modo diseguale sulle donne a partire dalla constatazione che queste ultime sono posizionate in modo subordinato nelle gerarchie di potere.

Non rimuovere la categoria di genere consente per esempio di mettere in evidenza che l’80% dei poveri , nel mondo ed anche in Europa, sono donne. La povertà dunque è di genere femminile non solo grammaticalmente. Tutto ciò non è un casuale se si considera che la maggior parte delle donne svolge lavori precari e sottopagati ( nella categoria degli workingpoors il genere femminile supera di molto quello maschile) a causa soprattutto della ineguale suddivisione fra generi del lavoro di riproduzione sociale e della costante distruzione dei sistemi pubblici di protezione sociale che, seppur troppo timidamente, avevano comunque alluso alla necessità di una assunzione collettiva di responsabilità nei confronti, per esempio, della messa al mondo e della cura dell’infanzia o dell’assistenza alle persone anziane.

Segnalo che la precarizzazione del lavoro e della vita che segna in particolare le giovani donne e le mette oggettivamente al centro del conflitto, può certamente favorire un positivo protagonismo femminile a partire dalla consapevolezza di sé e dei propri diritti, ma allo stesso tempo può determinare una regressione, come parrebbe indicare una ricerca, condotta in ambiente universitario fra alcune ricercatrici precarie, secondo la quale la maternità o il ritorno ai più tradizionali ruoli femminili dentro le mura domestiche sarebbero alla lunga meno stressante di un infinita precarietà professionale e sociale.

Non rimuovere la categoria di genere diventa quindi obbligatorio si vuole pensare, immagire, agire per un’Europa davvero differente.

La campagna di solidarietà mette poi in luce a mio avviso due grosse questioni.

La prima riguarda appunto la solidarietà. Quest’ultima è una delle ragioni che alimenta la campagna e la valorizza. Intrecciare l’impegno per l’affermazione di un diritto con il sentimento della solidarietà consente di superare la classica contrapposizione fra ragione e sentimento per ritrovare un’ immagine di noi stesse non frammentata e non frammentaria e dare forza e vigore alla nostra azione politica.

Ma c’è di più. I comportamenti sociali sono guidati dalle condizioni materiale ma altresì da sentimenti e passioni che spesso li orientano in un senso o in un altro. Non a caso l’invidia, l’odio, il rancore, la paura vengono alimentati a mani basse da chi ha interesse ad affermare una società asimmetrica ed escludente perché essi producono rivalità, voglia di sopraffare, perseguimento esclusivo del proprio interesse personale od anche sconforto, solitudine e rassegnazione.

La qualità dei sentimenti ha molto a che vedere con la qualità delle relazioni sociali e quindi con il modello di società. Rabbia, invidia, rancore, paura difficilmente possono motivare azioni collettive capaci di migliorare noi stesse/i e il mondo.

Al contrario riscoprire collettivamente il piacere di sentirsi solidali aiuta a mettere in circolo energia positiva ed empatia cioè la capacità di mettersi nei panni dell’altra/o, in termini non solo personali ma politici, praticando quella “salda comunanza” ( come la definisce Martha Nussbaum) che esalta le facoltà tipicamente umane di scelta e di socialità.

La seconda questione ha a che fare con la constatazione che dentro la distruzione dello stato sociale nascono esperienze di mutualismo o meglio di neo-mutualismo. La clinica di Elleniko ne è un esempio ma ve ne sono anche in Italia, dove i processi di impoverimento, pur non essendo così drammatici come in Grecia, sono diffusi e purtroppo costanti.

Credo che su tali esperienze sarebbe bene riflettere.

Nel volantino che spiega la campagna di solidarietà vi è scritto che “il sostegno al mutualismo accompagna ma non sostituisce la lotta per un sistema pubblico di servizi”. Facciamo bene a dirlo e a pensarlo.

Il problema però si pone perché in Europa i processi di trasformazione del lavoro, di decostruzione dello stato sociale che abbiamo sin qui conosciuto e di rimessa in discussione dei diritti sociali sono talmente avanzati che nulla potrà più essere come prima. Basti pensare soltanto all’obbligo del pareggio di bilancio nei conti pubblici che guida le politiche di austerità e che nel nostra paese è stato addirittura inserito in Costituzione.

L’introduzione del pareggio di bilancio obbliga a tagli consistenti della spesa pubblica ( per l’Italia parliamo di 48,5 miliardi nel 2012 , 75,6 nel 2013 e 81,3 nel 2014!) . La sanità sembra nel mirino ( si veda “Il sistema sanitario in controluce” Rapporto 2012/Fondazione Censis, Cergas-Bocconi) “perché dei 295 miliardi di spesa pubblica ritenuta “aggredibile” o “ rivedibile” nel medio periodo, il sistema sanitario pubblico ne copre circa un terzo”. ù Per garantire il pareggio di bilancio quindi nel giro di 2-3 anni il sistema sanitario pubblico potrebbe essere non più sostenibile.

Va bene ed è giusto difendere quel che rimane, ma è sufficiente? Oppure le esperienze come quella di Elleniko costringono a domandarci, in una dimensione europea, come riaffermare l’universalità dei diritti e garantire in forma pubblica e partecipata la loro concreta esigibilità?


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