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Le origini di classe della Giornata Internazionale delle Donne - [IFE Italia]
IFE Italia

Le origini di classe della Giornata Internazionale delle Donne

di Giovanna Vertova
sabato 7 marzo 2020

Pubblichiamo, con il consenso dell’autrice, una possibile documentata ricostruzione storica della Giornata internazionale delle donne.

Per un 8 marzo di lotta, nonostante il coronavirus.

In questo periodo di scarsa memoria storica è utile ricordare la storia della Giornata Internazionale delle Donne (GID) [International Women’s Day - IWD], partendo da due osservazioni basilari.

Prima di tutto la GID non è una “festa”, ma una giornata di memoria: è legata alle battaglie delle donne dei primi decenni del ‘900, per la rivendicazione dei loro diritti civili e sociali. Niente “festa della donna”, quindi, e nemmeno “auguri”. In secondo luogo, nonostante le sue origini siano controverse, non vi è alcun dubbio sulla connotazione di classe: la GID è emersa dai movimenti per i diritti delle donne e delle lavoratrici durante il rapido periodo della seconda industrializzazione dell’inizio del XX secolo. Sono le proletarie, le lavoratrici, le militanti, le attiviste, le donne di estrazione socialista o comunista ad attivarsi per l’istituzione di questa Giornata. Non esiste una narrazione condivisa sulle origini della GID, e spesso i racconti sembrano suggerire il ricorso alla categoria della “invenzione della tradizione”.

Per esempio, in Italia il discorso pubblico sulle origini della Giornata è rimasto legato ad una presunta commemorazione di operaie morte nell’incendio alla Triangle Shirtwaist Company (Cartosio 2006). E’, quindi, particolarmente difficile ricostruire la nascita di questa Giornata, ma voglio provarci.

Nel 1907, a Stoccarda, le tedesche socialiste organizzarono la prima Conferenza Internazionale delle Donne Socialiste, per raggiungere due obiettivi fondamentali: elaborare le basi per un’attività più uniforme da parte del movimento socialista (nei vari paesi) nella lotta per ottenere il diritto di voto per le lavoratrici; e stabilire relazioni permanenti tra le organizzazioni femminili di tutto il mondo. Clara Zetkin fu eletta segretaria e la rivista da lei diretta, Die Gleichheit (L’uguaglianza), divenne l’organo dell’Internazionale delle Donne Socialiste.

Nel 1908, il Partito Socialista degli Stati Uniti nominò il Comitato Nazionale delle Donne per la campagna per il suffragio e raccomandò a tutte le sezioni locali di riservare l’ultima domenica di febbraio per una manifestazione per il diritto di voto femminile. Così l’anno successivo, il 28 febbraio 1909, a New York si tenne la prima manifestazione, chiamata Giornata della Donna (Woman’s Day). A quel tempo, sia negli Stati Uniti sia in Europa, i socialisti avevano messo in secondo piano la lotta delle suffragette, perché vedevano i diritti politici delle donne subordinati all’avanzamento economico della classe lavoratrice maschile. Tuttavia, negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, le donne della Seconda Internazionale ottennero, finalmente, il sostegno dei loro compagni per la campagna del suffragio universale.

Nel 1910, A Copenaghen, si tenne la seconda Conferenza Internazionale delle Donne Socialiste, dove Clara Zetkin avanzò la proposta di una Giornata Internazionale delle Donne Lavoratrici (International Working Women’s Day), pubblicano la risoluzione su Die Gliecheit: «In accordo con le organizzazioni di classe, politiche e sindacali del proletariato dei rispettivi paesi, le donne socialiste di tutti i paesi terranno ogni anno una Giornata della Donne, il cui scopo principale deve essere quello di aiutare il raggiungimento del suffragio femminile. Questa richiesta deve essere gestita insieme all’intera questione femminile secondo i precetti socialisti. La Giornata delle Donne deve avere un carattere internazionale e deve essere preparata con cura». Inoltre, a quella Conferenza, Aleksandra Kollontaj, Clara Zetkin e Luise Zietz sostennero che l’emancipazione femminile avrebbe dovuto diventare parte integrante della lotta di classe e che la questione suffragista si sarebbe dovuta intrecciare con le rivendicazioni delle proletarie. Infatti oltre al diritto di voto e alla tutela della maternità, si discusse anche di guerra e pace, dell’obbligo delle donne di opporsi al nazionalismo, allevando i figli in uno spirito pacifista, della richiesta di una giornata lavorativa di 8 ore, della lotta contro il cottimo a domicilio e del lavoro notturno. Non a caso, lo slogan proposto, da adottare nelle future Giornate, fu: «Il voto per le donne unirà la nostra forza nella lotta per il socialismo».

La decisione presa non fu lasciata sulla carta e fu deciso di organizzare la prima Giornata il 19 marzo 1911 in Germania. Secondo la testimonianza di Aleksandra Kollontaj, quella data fu scelta perché, in Germania, durante la rivoluzione, il 19 marzo 1848, il re di Prussia dovette, per la prima volta, cedere davanti alla minaccia di una rivolta proletaria. Tra le molte promesse che fece allora, e che in seguito dimenticò, figurava il riconoscimento del diritto di voto alle donne.

In Francia la manifestazione si tenne il 18 marzo 1911, data in cui cadeva il quarantennale della Comune di Parigi, così come a Vienna, dove alcune manifestanti portarono con sé delle bandiere rosse per commemorare i caduti di quella insurrezione.

Il 1º maggio 1911 la Giornata si svolse in Svezia, in concomitanza con le manifestazioni per la Giornata del lavoro.

Il 3 marzo 1913 si tenne per la prima volta in Russia, a San Pietroburgo, su iniziativa del Partito bolscevico, una manifestazione che fu interrotta dalla polizia zarista, con molti arresti delle e dei manifestanti.

Nel 1915 e 1916 le celebrazioni per la Giornata si affievolirono. Le socialiste di sinistra, che condividevano le opinioni del Partito Bolscevico, tentarono di trasformare l’8 marzo in una dimostrazione contro la guerra. Tuttavia il Partito Socialista in Germania e in altri paesi non permisero alle socialiste di organizzare incontri, rifiutando loro i passaporti ed impedendo loro di recarsi nei paesi neutrali. Nonostante ciò, nel marzo 1915, a Berna, Clara Zetkin organizzò una Conferenza Internazionale delle Donne Socialiste per manifestare contro la guerra. Le manifestanti non sostenevano i loro paesi, ma chiedevano la ricostituzione della Seconda Internazionale, che era crollata sotto il peso del nazionalismo del 1914.

Poi arrivò la svolta. Il 23 febbraio 1917 (nel calendario giuliano, 8 marzo nel nostro calendario gregoriano), a San Pietroburgo, le donne guidarono una grande manifestazione così descritta da Aleksandra Kollontaj: «L’8 marzo 1917, Giornata internazionale delle operaie, esse sono uscite coraggiosamente nelle strade di Pietrogrado. Queste donne, operaie e mogli di soldati, esigevano pane per i loro figli e il ritorno dei mariti dalle trincee. La giornata delle operaie è divenuta una giornata memorabile nella storia» (riportato da Gissi, 2010).

La fiacca reazione dei cosacchi, inviati a reprimere la protesta, incoraggiò successive manifestazioni che portarono al crollo dello zarismo, così che il 23 febbraio 1917 indica l’inizio della Rivoluzione russa di febbraio. Per questo motivo, e in modo da fissare un giorno comune a tutti i Paesi, nel 1921 la Seconda Conferenza Internazionale delle Donne Comuniste, presieduta dalla Zetkin e tenutasi a Mosca, fissò l’8 marzo come data della Giornata Internazionale delle Donne Lavoratrici.

L’origine della Giornata ha, quindi, una precisa connotazione di classe. Fino a circa la fine degli anni ’60 la Giornata rimase una celebrazione principalmente comunista. Nel 1977 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite invitò gli stati membri a celebrare l’8 marzo come la Giornata delle Nazioni Unite per i Diritti delle Donne e per la pace internazionale, cancellando qualsiasi connotazione di classe.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Cartosio Bruno, 2006, I miti dell’otto marzo, il manifesto, 1 marzo. Gissi Alessandra (2010), Otto marzo. La Giornata internazionale delle donne in Italia. Viella. Kaplan Temma (1985), “On the Socialist Origins of International Women’s Day”, in Feminist Studies, Vol. 11, n. 1, pp. 163-171. https://www.marxists.org


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