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Una voce dal letame - [IFE Italia]
IFE Italia

Una voce dal letame

di Rossana Rossanda
sabato 9 aprile 2011

Che dobbiamo fare, noi sinistra, quando nel mondo arabo dilaga una inattesa protesta contro quelle dittature? Niente. Sperare che il re del Marocco o Assad in Siria o Gheddafi in Libia mollino qualche concessione o perdano le loro forze armate. Se queste passano con gli insorti tutto va bene, possiamo elogiarli, se la sono cavata con qualche centinaio di morti, e inventare nomi insulsi per le loro rivolte: per esempio, dei "gelsomini" o "primavera araba" (in memoria di quella di Praga) Ma se un re o un dittatore si mette a sparare sugli insorti, alt. Vedi il caso di Gheddafi. Chi sono questi insorti? Sono pochi e disorganizzati. Ma sono armati! Chi gli ha dato le armi? Non certo la sinistra europea, il tempo dei Garibaldi o delle Brigate Internazionali è finito. Se poi gli insorti chiedono aiuto alle Nazioni Unite, ecco che si rivelano: sono il cavallo di Troia dell’occidente per mettere le zampe sul loro petrolio. Chi li sostiene è pericoloso imbecille - l’utile idiota dei nostri giorni. Questa qualifica, e altre inerenti al letame, è quella che Tariq Ali affibbia a gente come me. Risponderò a Tariq Ali due o tre cose . Non mi piace, di Tariq Ali e del manifesto , la equidistanza fra i "lealisti" di Gheddafi e gli "insorti" perché non si sa chi siano. Si sa bene chi sono Gheddafi e il suo regime. Si sa bene che cosa è un «basta» di gente che non ha potuto esprimersi né organizzarsi per alcune decine di anni, conosciamo l’esiguità di tutte le forze clandestine, troviamo pulite le parole con le quali il comitato di Bengasi si esprime. Non mi piace che le Nazioni Unite abbiano ordinato non una guerra, che implica una invasione e un’occupazione, ma un intervento dai limiti poco chiari di interdizione delle armi pesanti del regime, quasi a ricreare un equilibrio fra le parti. Mi rifiuto di sostenere che contro Gheddafi e in aiuto di chi non lo accetta più non si possa che mandare, seppure con fini limitati, tre eserciti o niente. Temo che ecciti contro le rivolte chi già le teme in casa sua. Onestamente, però, non la definirei una spedizione imperialista, non sottolinerei soltanto le falle dell’impresa, che ci sono, come ci sono quelle del regime. E le nostre, perché a chi altri attribuiremo gli almeno 150 affogati sul barcone davanti alle nostre coste? Non abbiamo una Greenpeace per il salvataggio degli umani. Non mi piace, anzi mi fa ribrezzo, che Sarkozy abbia tirato a sé il comunicato dell’Onu per rifarsi una faccia dopo avere sostenuto fino all’ultimo il tunisino Ben Ali. Che i caccia Mirage e Rafale, forniti dalla Francia alla Libia, siano tenuti sotto scacco dai Mirage e Rafale della medesima sta fra il grottesco e il sanguinario. Non ho capito perché Obama, pur intervenendo il meno possibile, sia intervenuto. Non lo considero un satrapo. Non penso che voglia impadronirsi di un petrolio che Gheddafi vendeva senza problemi. Non so se abbia ragione Immanuel Wallerstein quando vede nei giovani arabi un nuovo 1968. So che non ho diritto di chieder loro un attestato prima di decidere se sono per stare dalla loro parte o per sparargli. So di avere sbagliato quando ho pensato che i popoli arabi avessero bisogno di una mano forte per imparare a governarsi, per cui ho fatto affidamento ai partiti Baath, ai Gheddafi, financo a Khomeini. Non è vero che basta essere nemici degli Stati Uniti per essere dalla parte giusta. Non è vero che chi è un loro nemico è un amico nostro. Almeno, non è il mio. Avrei preferito e di molto che a chi prendeva la parola rispondessero folle europee, flottiglie di sostegno, medici e anche, sì, chi fosse pronto a battersi, invece che si muovesse l’Onu incaricando alla fine la Nato di una impresa che, temo, non risolverà nulla. Ma mi ricordo che anche noi abbiamo avuto bisogno degli "alleati" per liberarci dal fascismo. Sì, Gheddafi non è il Terzo Reich e il comitato di Bengasi non ha le stellette del Clnai. Ma allora? Per parlare come Tariq Ali, faccio parte del letame che vedendo gente che chiede confusamente pane e libertà pensa: "Sono dei miei. E io dei loro".


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