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Natascia. Storie di vita - [IFE Italia]
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Natascia. Storie di vita

di Agi Berta
lunedì 3 ottobre 2011

Nata a Zalaegerszeg (Ungheria) , ha studiato Ingegneria all’Università di Poznan in Polonia. Si è trasferita a Napoli dove ha conseguito la laurea in Filologia e Storia dell’Europa Orientale. Ha lavorato come borsista all’Istituto Studi Storici di Napoli, all’Università Eotvos Lorant di Budapest e all’Istituto Universitario Orientale.

dal sito http://www.fondfranceschi.it

Natascia era rimasta incinta nella stessa sera in cui perse la verginità.

Tutto accadde dopo la cena, organizzata per festeggiare la maturità. I professori se ne andarono dopo la torta e il brindisi d’obbligo. Nikolaj Petrovic, professore di fisica, il decano della scuola si girò ancora dalla porta alzando il suo indice, come tante volte durante gli anni del liceo, minacciando scherzosamente la compagnia: “Mi raccomando! Non esagerate con la vodka!” Probabilmente avrebbe aggiunto altre raccomandazioni se la dolce Anna Vasilijevna non l’avesse tirato via dolcemente: “Suvvia Nikolaj Petrovic, non ci hanno ascoltato prima, figuriamoci ora che sono volati via da sotto le nostre ali protettrici. Sono adulti ormai. Maturi. Lasciamoli divertire.” Il vecchio professore non aveva sbagliato, dopo che i docenti ebbero lasciato il ristorante i ragazzi iniziarono a bere. A Natascia non piaceva la vodka, ma non voleva sottrarsi ai ripetuti brindisi. Era considerata dalle compagne una secchiona, apprezzata solo durante i compiti, quando non negava il suo aiuto a nessuno, mentre i maschi non la consideravano proprio. Era magra, la sua sottile figura androgina, i suoi piccoli seni non suscitavano grande interesse e poi tutti sapevano che non era una ragazza che “ci stava”. Aveva vissuto gli anni del liceo un po’ in disparte, un po’ isolata e Natascia non voleva, anche durante la cena conclusiva, sembrare diversa dagli altri, scostante o altezzosa. La vodka però le bruciava la gola e presto le venne anche un forte giramento di testa. All’ora di chiusura barcollava e solo la forte stretta di Kolja riuscì a tenerla in equilibrio, mentre scendeva le scale.

Kolja era un bel ragazzo, alto biondo, allegro. Natascia lo aveva sempre considerato un po’ cretino, ora, però lo guardava con riconoscenza e forse anche con un pizzico di orgoglio perché era evidente che il ragazzo – molto gettonato tra le compagne – aveva un interesse particolare per lei. Forse per questo accettò la proposta di un piccolo gruppo, il gruppo-élite della classe che fino a quel momento l’aveva sempre ignorata, di bere il bicchiere della staffa nel piccolo chiosco sempre aperto che del resto stava sulla via di casa. Non sentì l’ironica domanda di Katiuscia, la ragazza più corteggiata della classe: “Come mai viene con noi anche questa verginella?” Rispose uno dei maschi “ forse perché non vuole più esserlo!” ma Natascia non sentì nemmeno lui, solo la risata che accolse la battuta volgare. Del resto aveva solo ricordi intermittenti: diversi bicchierini di vodka che stranamente non bruciavano più il suo palato…il parco buio dove si ritrovò sola con Kolja…le mani del ragazzo che impazienti cercavano il suo seno…ondate di piacere e di terrore, le risposte con lo stesso ritmo sincopato del suo corpo abbandonandosi e irrigidendosi. Ricordava poi l’umidità dell’erba…un pensiero da brava ragazza che si preoccupava del vestito sgualcito…poi un senso di soffocamento per la mano di Kolja che le tappava la bocca. Il dolore lancinante della deflorazione le fece tornare immediatamente la lucidità, ma non poteva fare nulla. Impietrita dal dolore e dalla vergogna continuava a subire gli ansimanti affondi del ragazzo. Niente poteva fare, solo girare la testa per non sentire l’odore stomachevole dell’ alito dell’altro e sperare che tutto finisse presto. Il ragazzo le crollò addosso dopo pochi minuti, ansimando, ma poi il suo respiro diventò regolare. Si era addormentato. Natascia si divincolò facendo rotolare di dosso il corpo di Kolja che nel suo sonno ubriaco mormorava qualcosa che lei non capiva o non voleva capire. Si alzò, asciugò il rigagnolo di sangue sulle cosce con i brandelli dello slip strappato e corse via. Le era sembrato almeno di correre, ma chiunque l’avesse guardata avrebbe visto solo una ragazza confusa che si trascinava avanti appoggiandosi ora ad un albero, ora alle mura dei palazzi.

Arrivò a casa alle 4 del mattino, sperando che i suoi dormissero, ma fu la madre ad aprirle la porta appena udito il rumore delle chiavi nella toppa. Il sorriso le si spense in volto appena vide la figlia, prima l’abbracciò d’istinto, ma poi le diede uno schiaffo: “Svergognata! Che cosa hai fatto?!” E chiamò il padre.

Il mattino dopo Natascia dal letto sentiva i genitori che confabulavano in cucina, ma non volle alzarsi, non avrebbe sopportato lo sguardo di suo padre. All’alba era stato terribile. Non la sgridò, né la picchiò come aveva fatto la madre, le chiese solo: “Chi è stato?” E lei lo disse. Sentì la porta sbattere. Il padre se ne era andato. Dalla cucina arrivavano i rumori quotidiani, il borbottìo della caffettiera, lo scroscio dell’acqua. Come sempre. Ma per Natascia il “come sempre” non sarebbe esistito mai più.

Scoprì dopo un mese e mezzo di essere incinta. Fu la madre a ritirare le analisi della gravidanza, ma non glie le fece nemmeno vedere. Le consegnò senza una parola al padre, che le prese e uscì di casa. Al ritorno sembrò sollevato. “Tutto è a posto. Per fortuna Kostantin Ivanovic è un compagno di vecchio stampo” disse alla moglie.

Il sabato successivo la madre di Natascia preparò una ciambella al miele, lavò i bicchieri di cristallo che usavano solo a natale e alle feste comandate. Spostò la brandina pieghevole di Natascia dal soggiorno, sistemò le sedie intorno al tavolo. “Che guardi così?” si rivolse alla figlia con la quale non parlava più da settimane. “Tra poco arriverà Kostantin Ivanovic, il padre di quel disgraziato. Prego iddio che venga con tutta la famiglia come si conviene per chiedere la mano alla futura nuora.” “Ma io no…” “Zitta! Devi stare solo zitta e sorridere. Al resto ci pensiamo noi.”

Natascia non aveva mai più rivisto Kolja da quella sera. Del resto non usciva quasi più di casa e quando la madre la costringeva ad andare almeno nell’emporio vicino, la ragazza percorreva la strada veloce, con la testa abbassata. Quando lo rivide le sembrò un altro Kolja. Pallido con gli occhi cerchiati. Sfuggiva allo sguardo della ragazza. Si accomodarono tutti e sei nel soggiorno intorno al tavolo. Dopo i convenevoli, si alzò Kostantin Ivanovic alzando il bicchierino colmo di vodka: “Benché le circostanze non siano del tutto regolari, l’arrivo di un bambino è sempre fonte di gioia. E per assicurare a questo nascituro una famiglia serena e felice, con rispetto chiedo la mano di vostra figlia Natascia per mio figlio Kolja.” Tutti svuotarono i bicchieri e secondo l’antica usanza li gettarono per terra.

Solo allora i due ragazzi si guardarono. Kolja con imbarazzo, Natascia con fredda lucidità. Il resto si svolse secondo il copione più prevedibile: Kolja e Natascia si sposarono alcune settimane dopo l’affrettato fidanzamento e andarono a vivere in un piccolo appartamento messo a disposizione dalla fabbrica dove Kolja aveva trovato lavoro. Natascia decise di rimanere a casa fino alla nascita del piccolo e solo dopo avrebbe cercato un impiego. La gente sorrideva per strada guardandoli: “Ma che bella coppia” dicevano. Il pancione di Natascia aggiunse un ulteriore tassello a quella generale simpatia che circondava da sempre i giovani sposi. Ma appena rientravano tra le quattro mura della loro casa, tornarono ad essere estranei. Kolja all’inizio aveva giustificato l’atteggiamento scostante e freddissimo di Natascia con la gravidanza, ma dopo la nascita della piccola Olga la situazione non cambiò. Natascia cedeva alle insistenze di Kolja solo per evitare le sempre più frequenti violenze, gli schiaffi e i pugni e durante i rapporti si concentrava a controllare i conati di vomito e il senso di soffocamento che provava. Continuava a sentire la mano di Kolja sulla bocca anche quando non c’era. Fu un sollievo per lei, quando Kolja iniziò a frequentare altre donne. Divorziarono quando Olga compì 1 anno.

Natascia tornò dai genitori, ma i soldi non bastavano mai. La bambina aveva delle esigenze particolari, era allergica al latte e ai farinacei i cui costi non erano coperti dall’assistenza sanitaria. Dopo un anno di convivenza molto difficile, fu sua madre, che nel frattempo era andata in pensione, a proporle di andare a lavorare in Italia come colf. La figlia di una sua amica si trovava molto bene, guadagnava 5 volte la paga di un’operaia e in pochi anni era riuscita mettere a parte una cifra considerevole. La piccola Olga era una bimbetta deliziosa, lei sarebbe stata ben lieta di occuparsi della nipotina e forse anche Natascia avrebbe potuto rifarsi una vita, una volta messo da parte un gruzzoletto. Natascia si sentì morire all’idea di dover separarsi dalla sua piccola, ragione unica della sua vita, ma si rese conto che solo cosi avrebbe potuto assicurare alla bimba non solo gli alimenti necessari, ma anche un futuro migliore.

Partì con un pulmino sgangherato che faceva la spola tra Mosca e Napoli e trasportava solo donne. Giovani e di mezz’età, tutte alla ricerca di un posto da cameriera. L’autista aveva delle conoscenze italiane, e in cambio del 20% della paga di un anno – detraibile mensilmente – distribuiva indirizzi di persone che cercavano badanti o tate. Per le ragazze più belle e più giovani aveva delle proposte diverse, a suo dire molto più remunerative, ma il suo lascivo ghigno non lasciava dubbi su che tipo di lavoro si trattava. Provò ad insistere anche con Natascia, ma la ragazza assunse lo stesso atteggiamento altezzoso che l’aveva resa cosi impopolare nei tempi del liceo. Nel primo anno cambiò diversi posti, era troppo giovane e bella e le signore timorose che potesse turbare la quiete familiare presto trovarono delle scuse per licenziarla. Dopo un anno difficile – durante il quale comunque riuscì a mandare ogni mese dei soldi alla madre e anche ad estinguere il suo debito con l’autista – approdò nella casa dei signori Rago, commercianti benestanti che avevano un grosso magazzino di abbigliamento a Nola.

Era un buon posto, doveva badare alla casa e assicurare i pasti ai due figli adolescenti della coppia. Il ragazzo più grande, Marco, era un ragazzo dolce, buono e gentile. Era molto diverso da Luca, il fratello più piccolino che aveva molti amici ed era impegnatissimo tra studio e sport. Marco non usciva quasi mai dopo la scuola, né veniva nessun compagno a trovarlo nel pomeriggio. Natascia non capiva come mai non l’avesse degli amici, era un bellissimo ragazzo, alto, moro ben fatto. Aveva 18 anni e solo in teoria frequentava il liceo, ma nei fatti non ci andava quasi mai. I genitori lasciavano che ciondolasse per casa giocando con la play-station o guardando la tv. Sapevano del suo marinare la scuola da lei che all’inizio riferiva con una certa ansia, temendo che la rimproverassero perché era compito suo svegliare i ragazzi, visto che i genitori uscivano molto presto. Luca si alzava subito, ma Marco dopo un sorriso assonnato si girava dall’altra parte: “Lasciami dormire ancora un poco, devo finire questo sogno…è cosi bello…” mormorava. Si alzava dopo le nove e quando vedeva dalla finestra Natascia che tornava dalla spesa – la signora le lasciava spesso un elenco con le cose da comprare –scendeva per andarle incontro e per aiutarla con le buste più pesanti. La aiutava anche nelle faccende di casa, perfino in cucina. Pelava le patate, tagliava la cipolla, cose così insomma. Durante le faccende domestiche era più sciolto che normalmente e parlava di più. Oddio non è che esprimesse i propri pensieri, questo no, però rispondeva alle domande della ragazza, le correggeva sorridendo i più grossolani errori grammaticali, quelli di pronuncia no, gli piaceva molto l’accento marcatamente russo di Natascia. Alla ragazza non dava fastidio la presenza di Marco. Talvolta si sorprese di osservarlo con un interesse da donna “E’ proprio un bel ragazzo, molto ben fatto” – e durante le notti d’insonnia si lasciava andare in pensieri lascivi accarezzandosi il ventre pensando alla pelle tesa e leggermente olivastra del ragazzo che avrebbe voluto accarezzare, ma non osava mai a farlo. Era la prima volta che provava desiderio per un uomo dopo quella orribile notte di 4 anni fa. Aveva solo 23 anni.

Fu un’amica della signora Rago durante una cena a pronunciare una frase che avrebbe cambiato la vita di tutti : “Non è che Marco si sia innamorato di Natascia? La segue come un cagnolino.” Tutti risero, seppur con un pizzico di imbarazzo. Solo Marco rispose in un tono molto serio: “Si, mi sono innamorato e la sposerò.” “Non dire sciocchezze” – intervenne il padre, - “Sei ancora piccolo, piccolo per lei e poi tu non puoi…Dai, lasciamo perdere questi discorsi.”

Da quel giorno però, Marco, come investito di un nuovo ruolo aumentò le sue attenzioni per Natascia. Non la lasciva per un attimo e visibilmente soffriva, quando la ragazza la domenica usciva con le sue connazionali. Erano intraprendenti quelle donne e nonostante le limitate disponibilità economiche spesso facevano delle gite nei dintorni approfittando magari di qualche tour religioso a basso costo oppure di quelle gite organizzate da aziende, produttori di articoli per la casa che speravano di vendere la loro merce ai gitanti. Natascia tornava da quelle gite sempre con qualche regalino per Marco: una penna con l’immagine di Padre Pio oppure qualche ricordino tipico del luogo visitato. Una volta gli portò una composizione di conchiglie con la scritta: Ricordo di Sorrento” e sporgendogli la guancia per il bacetto di ringraziamento forse intenzionalmente, forse per caso gli sfiorò le labbra e si lasciò travolgere dall’ondata di calore e di emozioni che la avvolse.

Si baciarono persi. Per Marco fu per la prima volta, salvo un unico bacio che aveva dato molti anni prima, ancora nella scuola media ad una compagna durante una gita. Stavano nel pullman e la ragazzina che gli sedeva accanto si era addormentata e nel sonno si fece scivolare la testa sulla spalla di Marco. Il ragazzo guardando il suo viso dolce e rilassato le baciò le guance. Successe un finimondo! Per i restanti 2 giorni dovette rimanere accanto al suo insegnante di sostegno con il divieto tassativo di avvicinarsi alle compagne. Marco non capiva il perché di quel divieto, aveva visto anche i suoi amici ad amoreggiare con le ragazzine che accoglievano con visibile piacere le attenzioni dei maschi. Lo capì solo al rientro, quando la madre della ragazzina chiamò sua madre. Urlava talmente forte nel telefono che riuscì anche lui a sentire ogni parola: “ E passi che ora pure gli handicappati possono andare a scuola, ma che un piccolo pervertito psicopatico possa molestare la mia bambina, è intollerabile. Badi dunque a suo figlio signora, che non succeda mai più una cosa del genere”

Fu allora, che per la prima volta Marco vide piangere suo padre. Il ricordo umiliante di quell’episodio lo fece irrigidire e si sciolse dall’abbraccio della ragazza mormorando: “Io non posso…io sono.” “ Tu sei dolce, tu sei buono” – sussurrava Natascia.

Finirono a letto dopo alcuni giorni. Con infinita dolcezza e con l’amore impararono a dare e a darsi il piacere. Erano felici di una felicità indicibile. Anche i genitori di Marco si erano accorti di qualcosa perché una notte avevano parlato a lungo:“ E’ cresciuto, è un uomo ormai” – disse il padre - “Certe esigenze non appagate potrebbero compromettere il suo già precario equilibrio. Prova a parlare tu con Natascia, sembra che gli voglia bene. In cambio di un aumento potrebbe accettarlo. In fin dei conti potrebbe essere un’ottima soluzione… ”

Natascia fece cadere il denaro che la signora Rago le aveva dato. E rimase così, ferma e immobile a guardare la porta della sua stanzetta anche quando la donna se ne fu andata. Aveva gli occhi pieni di lacrime e il cuore le batteva forte. Poi pensò a Marco. Pensò alle notti che avrebbero potuto passato insieme, senza la paura di essere scoperti. E pensò anche alla piccola Olga che avrebbe potuto far venire dalla Russia. Il pensiero di Marco e Olga la fece sorridere, allora si chinò e raccolse il denaro.

La signora Rago riferì al marito l’accaduto: “Credo che l’accetterà. Le avevo promesso anche di potersi trasferire nell’appartamentino accanto. Sì, lo so, lo abbiamo comprato per Luca, ma per lui non sarebbe andato bene comunque è troppo piccolo, mentre per Marco mi sembra un’ottima soluzione seppur temporale.” “Benissimo! Brava. Sì, mi sembra una ragionevole soluzione. Certo, queste donne dell’est, anche quelle che sembrano brave….un po’ puttane lo sono.”


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