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L'esperienza italiana della rete "Donne nella crisi". Aspetti politici e campagne tematiche. - [IFE Italia]
IFE Italia

L’esperienza italiana della rete "Donne nella crisi". Aspetti politici e campagne tematiche.

di Nicoletta Pirotta
lunedì 8 giugno 2015

L’intervento è stato presentato alla la Conferenza pubblica ""Women in time of Crisis , the feminist movement in Europe" - Budapest 29 maggio 2015

La rete italiana “Donne nella crisi” nasce durante il Forum Sociale Europeo del 2012 a Firenze (“Firenze 10+10). In quell’occasione una serie di associazioni, gruppi, collettivi femministi europeo organizzarono un’assemblea femminista (che fu partecipatissima tanto da indurre gli organizzatori del Forum a concederci una sala molto più grande di quella che all’inizio ci era stata assegnata) con l’obiettivo di confrontarci sulla crisi e sulle donne dentro la crisi a partire da uno sguardo femminista. Uno sguardo, cioè, che non nascondesse o negasse la dimensione sessuata delle dinamiche economiche, sociali e politiche che hanno prodotto, in Occidente, la crisi del modello neoliberista e che oggi condizionano pesantemente le risposte che a questa crisi vengono date.

Durante l’assemblea vennero condivisi, a mio avviso, due analisi importanti:

• quella che stiamo vivendo in Occidente è una crisi profonda che investe i due sistemi di potere e di dominazione, cioè il patriarcato ed il capitalismo. Una crisi però che non vuol dire che tali sistemi siano moribondi. Anzi essi diventano via via più aggressivi come si può vedere dalla forte avanzata di integralismi religiosi di varia natura, di tentazioni autoritarie che mettono in crisi le già fragili strutture democratiche ( del resto patriarcato e capitalismo non hanno necessariamente bisogno di democrazia), della concorrenza sempre più spietata all’interno del lavoro salariato, della costante precarizzazione del lavoro in tutte le sue forme, della liberalizzazione selvaggia dei servizi e dei sistemi pubblici, delle guerre; • la crisi investe tutti, donne ed uomini. Ma non nello stesso modo né con la medesima intensità. Se si osservassero le ricadute della crisi senza dimenticare o nascondere la dimensione sessuata si vedrebbe che sono le donne a pagare il prezzo più alto perché doppiamente sfruttate sia nel mercato del lavoro (salari più bassi, lavori più precari e precarizzati, minori tutele,…) sia sul piano sociale (la scomposizione dei sistemi pubblici di protezione sociale che costringe le donne, in particolare dentro la famiglia e a partire dai ruoli storicamente ad esse assegnati, a colmare i vuoti che tale scomposizione determina).

Durante l’assemblea fiorentina si delineò poi la drammatica situazione della Grecia grazie alla testimonianza di alcune compagne greche che ci spiegarono che , dopo i memorandum europei imposti dalla Troika, in quel paese sciagurato per oltre un terzo della popolazione il sistema sanitario pubblico venne cancellato. In particolare per le donne che non ebbero più copertura sanitaria questo significò essere costrette a pagare il costo di un aborto, di un parto, della degenza post-partum ecc.

Subito dopo l’assemblea del Forum Sociale di Firenze in Italia si diede vita alla lista/rete femminista “Donne nella crisi” che fece proprie le analisi di fondo sopra illustrate e assunse la situazione greca come occasione per promuovere iniziative di informazione, di controinformazione e di contrasto alle imposizioni della Troika.

“Donne nella crisi” (costituita da associazioni, collettivi, gruppi e singole) ha consentito di affinare ulteriormente l’analisi sulla crisi e di invitare all’attenzione su almeno quattro questioni di fondo:

• le politiche di austerità , fondate sulla costruzione ideologica del debito pubblico ed imposte strumentalmente dalla Troika all’Europa intera quale rimedio alla crisi mirano a disegnare un modello di società e quindi di relazioni umane basate sullo sfruttamento, sull’esclusione, sull’ineguaglianza e sull’alienazione;

• è vero che in questa crisi, le donne pagano il prezzo più alto e sono al centro del conflitto ma è altrettanto vero che esse ci stanno con una consapevolezza di sé e del mondo e con un’autonomia di pensiero che non ha precedenti nella storia. E questo grazie il femminismo che, lo si riconosca o meno, le ha rese maggiormente in grado di autodeterminarsi. O almeno di provare a farlo. Le donne sono in prima fila in tutte le lotte ( ricordo il movimento spagnolo di YO decido che ha vinto contro i tentativi di messa in discussione della legge sull’aborto, della lotta delle donne delle pulizie in Grecia vittoriose anch’esse, di alcune lotte in alcuni ospedali italiani che rischiavano la chiusura);

• se è vero che il femminismo ha oggi una formidabile ragion d’essere è pero altrettanto vero che esso deve ridefinire la propria soggettività.. Quello di cui oggi si avverte la necessità non è un “sindacato delle donne” che riaffermi, in modo stereotipato o meccanico, diritti, bisogni, necessità (che pure esistono) ma di un femminismo capace di proporre all’umanità intera un’alternativa di senso, di prospettive e di pratiche. Un’alternativa che non riproduca le logiche che hanno generato la crisi ma che indichi e sperimenti un altro modello di società capace di farci uscire dalla preistoria delle relazioni umane a cui ci costringono i due attuali sistemi di dominazione (patriarcato e capitalismo);

• un femminismo così audace e di rottura deve saper recuperare le parole “rivoluzionarie” che caratterizzarono il femminismo degli anni ’70 del secolo scorso : “il mio corpo mi appartiene; ed “il personale è politico” per esempio. Parole che ci ricordano come non sia possibile tenere separato il piano razionale da quello sentimentale e la politica dalle passioni. Lo sanno bene i sistemi di potere dominanti che hanno sempre utilizzato il potenziale simbolico evocato da sentimenti e passioni per imporre il loro dominio anche sul piano culturale e nella sfera sentimentale. Come non vedere, per esempio, che la precarizzazione del lavoro e la distruzione dei sistemi pubblici consentono il diffondersi di paura, inquietudine, incertezza, solitudine che, a loro volta, sostengono la costruzione di soggettività fragili e disponibili all’assoggettamento. Per questo come rete “donne nella crisi” abbiamo voluto affermare il carattere “rivoluzionario” della dimensione solidale e del sentimento di solidarietà. Non una “solidarietà della miseria” e nemmeno una sorta “carità pelosa” ma il desiderio di costruire legami solidali fra coloro che lottano per “abolire lo stato di cose presenti”.

Le azioni concrete della rete hanno mantenuto una coerenza di fondo con quanto sopra descritto. Per il momento ne sono state organizzate 4:

1) il tour in alcune città italiane di una compagna femminista greca che ha illustrato e fatto conoscere la situazione della Grecia e messo in guardia i rischi che un tale “laboratorio” sociale;

2) la campagna di solidarietà “in camper per Elleniko” che ha consentito di promuovere iniziative in diverse città e raccogliere fondi a sostegno della clinica autogestita di Elleniko. La clinica alle porte di Atene prova a rispondere in modo solidale e con approccio neo-mutualistico ai bisogni sanitari a cui quel che resta del sistema sanitario pubblico greco non riesce più a far fronte;

3) un secondo tour (iniziato il 26 maggio scorso) di una compagna greca e di una spagnola per mettere a confronto due forme di resistenza (il neo-mutualismo greco e le lotte sociali spagnole) ed intrecciarle con la situazione italiana.

L’esperienza della rete “Donne nella crisi” per ora continua, e continua con tenacia.


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