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Perché non si riesce a cambiare la tradizione del cognome del padre - [IFE Italia]
IFE Italia

Perché non si riesce a cambiare la tradizione del cognome del padre

di Silvia Vegetti Finzi
mercoledì 29 maggio 2013

Si preferisce il cognome del padre anche laddove si può scegliere.......

da : http://www.fondfranceschi.it/cogito...

Il 12 aprile scorso Franco Gallo, presidente della Corte costituzionale, ha criticato l’obbligatorietà del cognome paterno dicendo che si tratta di un «retaggio della concezione patriarcale della famiglia».

Nonostante alcune, limitate aperture, il nostro Paese è infatti tra gli ultimi a recepire l’invito del Consiglio d’Europa di accordare ai genitori uguale diritto nell’attribuire ai figli il cognome di famiglia. Secondo la legislazione francese, ad esempio, i genitori hanno tre possibilità: attribuire al figlio solo il cognome della madre, solo il cognome del padre o entrambi i cognomi nell’ordine che preferiscono. Devono però scegliere tra i quattro cognomi dei nonni i due da conservare, rinunciando così a trasmettere metà del loro patrimonio genealogico.

Ma non si tratta soltanto di una questione di diritto perché il cognome rappresenta una sedimentazione di geografia e di storia che colloca la nostra identità nelle coordinate dello spazio e del tempo. Non è la stessa cosa chiamarsi Esposito, Brambilla, Levi o Visconti di Modrone. Presentandoci con nome e cognome forniamo già una prima definizione della nostra identità, una cornice in cui inserire ogni irrepetibile individualità. Per secoli, nelle società patriarcali, il cognome è stato quello del padre, l’unico detentore dell’autorità familiare. Portare il cognome della madre rivelava la mancanza della legittimazione paterna. Ma ormai molte cose sono cambiate.

Il Nuovo Diritto di Famiglia, del 1975, stabilisce tra i coniugi parità di diritti e di doveri. E, più recentemente, l’eguaglianza di tutti i figli, nati dentro o fuori il matrimonio. Perché dunque dovrebbe trascinarsi, fuori contesto, il residuo di un passato che nessuno rimpiange. Attribuire ai figli il cognome dell’uno e dell’altro genitore sembrerebbe una opzione da preferire per tante ragioni: conferma la parità tra i sessi e la libertà della famiglia di darsi un proprio statuto anagrafico, indipendentemente dalle norme imposte dalla burocrazia. Eppure le cose non sono così facili, come dimostra una ricerca, svolta in Francia sette anni dopo l’entrata in vigore della legge del 2005 che liberalizza la trasmissione dei cognomi, da cui risulta che l’83% dei nati nel 2012 porta il nome del padre, il 9% il doppio cognome, il 7% quello della madre. Probabilmente varrebbero anche per noi, per i medesimi motivi, le stesse resistenze. Innanzitutto il patriarcato non è ancora tramontato e, almeno nell’immaginario collettivo, la figura del padre conserva tratti della tradizionale autorità. Di questi tempi, inoltre, la figura paterna è diventata così fragile che, esautorarla ulteriormente, sembrerebbe un gesto punitivo, in contrasto con la necessità di conferma e di sostegno che molti invocano. In confronto all’evidenza fisica, corporea della maternità «semper certa», concedere al padre la trasmissione del cognome può essere considerato un risarcimento simbolico che riequilibra la naturale asimmetria della generazione. Non dimentichiamo infine, soprattutto nel nostro Paese, il comprensibile timore di produrre confusioni burocratiche difficile da sbrogliare. Ma il problema merita di essere riproposto chiedendo ai più giovani quale significato rivesta per loro il «nome del padre», l’invocazione che apre la principale preghiera della cristianità.


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