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Essere donne in Germania - [IFE Italia]
IFE Italia

Essere donne in Germania

di Paola Giaculli
venerdì 9 marzo 2012

Dalla rete "per un altra europa" e con il permesso dell’autrice, volentieri pubblichiamo l’interessante ritratto della condizione, materiale e simbolica, delle donne in Germania.

In Germania governa una donna, ma è davvero un’eccezione: secondo il recente studio dell’OCSE su cento dirigenti solo quattro sono donne contro la media del 10 percento dei paesi industrializzati.

Mentre il divario nelle retribuzioni tedesche è, tra i paesi dell’Ue il più alto, con il 22 percento di differenza tra la busta paga di una donna e quella di un uomo. Inoltre un quinto delle donne che lavorano percepiscono salari infimi contro un decimo degli uomini.

Questa rivelazione desta abbastanza stupore nell’opinione pubblica tedesca, così avvezza a bacchettare i paesi del sud dell’Europa, che oltre alla fama di essere economicamente negligenti, sono considerati estremamente maschilisti (in Italia e in Spagna il divario è invece pari al 12 percento). Ma qui, anche se non è diffusa come in Italia la cultura dell’ammiccamento sessuale, il messaggio mediatico e anche il sentire comune tende a immaginare la donna nel ruolo di moglie e madre. In effetti è quasi sempre lei a occuparsi dei figli e per il 70 percento si fa carico del lavoro in casa, anche se tra le giovani generazioni si nota un primo miglioramento e circa un quarto degli uomini va in congedo paternità (di solito per un periodo molto inferiore alla donna). Circa l’82 percento delle donne che si sposano, secondo un sondaggio del 2010, assumono il cognome del marito, nonostante il diritto di famiglia sia stato modificato più volte e ci sia ormai la possibilità di mantenere il proprio nome (e in comune accordo eventualmente trasmetterlo ai figli), e non sia più obbligatorio, come fino al 1976 adottare il nome del marito. Quindi anche le più giovani rinunciano volentieri alla propria identità a partire dal nome, un fatto qui del tutto normale e giustificabile con: “almeno si vede che mi sono sposata” oppure “così nel colloquio con gli insegnanti sanno subito di chi sono madre”. La propensione ai lavori part-time (46 percento delle donne con un lavoro che in Germania sono il 66 percento) è responsabile per due terzi del divario retributivo, e come è noto i lavori part-time richiedono raramente responsabilità dirigenziali. Resta un ulteriore 8 percento di divario, dovuto a pura discriminazione sessuale. Del resto anche la propensione al part-time è in qualche modo obbligata, vista la scarsa diffusione, soprattutto a ovest, di asili nido, che tra l’altro sono chiusi il pomeriggio e costringono quindi a orari di lavoro ridotti o a rinunciare del tutto alla vita professionale. A est si è conservata ancora la tradizione della ex Ddr che garantiva il lavoro sia a donne che uomini, e la cura dei bambini veniva affidata agli asili presenti spesso sul luogo di lavoro. Insomma con l’annessione della Ddr alla Rft molti diritti sociali sono andati perduti e con essi molte conquiste delle donne. Forse non tutti sanno che, fino al 1957 nella Germania dell’ovest il marito doveva dare la propria autorizzazione affinché il contratto di lavoro della moglie fosse valido. E fino al 1976 poteva far licenziare la moglie, se questa trascurava, per motivi di lavoro, il focolare e la famiglia, ovviamente a giudizio del marito. L’art. 1 della Costituzione tedesca (1949) non recita che la Germania (ovest) è una repubblica fondata sul lavoro, bensì che la dignità delle persone è inviolabile. Viene da chiedersi se le donne venivano considerate persone. Del resto la repubblica del dopoguerra governata dal conservatore Adenauer era quanto di più reazionario e bigotto ci si possa immaginare: questo era l’avamposto della civiltà occidentale da difendere contro i comunisti e gli atei dell’est. Il nuovo diritto di famiglia del 1976 è frutto del nuovo vento che soffia dal ’68 in poi, con lo sviluppo del movimento delle donne, la Ostpolitik di Willy Brandt e i governi della Spd. La nuova legge metterà fine al modello giuridico della famiglia monoreddito istituito alla fine dell’800 e ripreso senza soluzione di continuità dalla Repubblica federale tedesca nel 1949, in cui è l’uomo a mantenere la famiglia, di cui la donna si prende cura.

Nel terzo millennio è tanto più doloroso constatare una ripresa della misoginia anche in paesi come la Germania: l’aggressione verbale tipica di un periodo di crisi che si accanisce sui più deboli, prende di mira anche le donne.

Come già due anni fa l’esponente socialdemocratico Thilo Sarrazin se la prendeva coi musulmani, secondo lui biologicamente inferiori, “buoni soli a produrre tante ragazzine col velo e economicamente inefficienti, buoni soli a vendere frutta e verdura”, è in uscita un libro decisamente misogino dal titolo: “Il sesso disonorato: il necessario manifesto per l’uomo”. Tale Ralf Bönts, il suo esecrabile autore, sostiene che “l’attuale femminismo non serve a nient’altro che a continuare l’oppressione sugli uomini”. In altre parole “il femminismo, che dopo la fine della guerra fredda sembra dissolversi come zucchero nel succo di limone caldo in cui non ci sono più vitamine, non serve più alla costruzione della società del XXI secolo”. Oppure “per le donne tutte le scuse sono buone per aderire alla contrapposizione tra vittima e carnefice, passivo e attivo”. E sul pene: “Il membro maschile anche da eretto rimane così morbido che è difficile che possa arrecare lesioni a un corpo (…) nei confronti dell’uomo e del suo membro bisognerebbe portare più rispetto”.

Detto ciò, non sembra poi tanto strano che in Germania Merkel e la ministra per la famiglia, le donne, i giovani e gli anziani (qui non esiste il ministero per le pari opportunità e il linguaggio conta), tale Kristina Schröder (34 anni) siano contro le quote nei consigli di amministrazione delle imprese. Del resto anche la ministra, appena un mese dopo essere stata nominata, ha cambiato nome: si era sposata.


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