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QUANDO LE DONNE SALGONO SUI TETTI - [IFE Italia]
IFE Italia

QUANDO LE DONNE SALGONO SUI TETTI

di Lidia Cirillo
martedì 11 dicembre 2012

Riceviamo dalla lista "donne nella crisi" e pubblichiamo, con il consenso dell’autrice.

Salire su tetti, torri o gru o su altre piattaforme collocate al di sopra delle teste di una comunità è una pratica di lotta non più nuova. Riflette uno stato dei conflitti di classe in cui, più che in passato, la forza organizzata ha bisogno di sostegni nella pubblica opinione. Ogni espediente diventa quindi legittimo, se serve a far accendere su quella lotta le luci. Quando poi sono delle donne a salire, allora la luce dei riflettori si fa più intensa e scattano forme impreviste di solidarietà. Negli ultimi giorni di novembre due infermiere dell’ospedale San Raffaele di Milano, Graziella e Daniela, hanno deciso di rendere la lotta a cui partecipano più visibile, piantando una tenda sul punto più alto dell’ospedale e restandovi, malgrado il vento e la pioggia. Vale la pena di raccontare brevemente questa storia, quella parallela di altre donne e di come a un certo punto le due storie si sono incontrate.

Sui campi di battaglia

Se si vuole comprendere la condizione delle donne nella crisi, allora bisogna ogni discorso che punti esclusivamente a sottolineare ingiustizie e svantaggi. Non per dimenticarsene in una visione ottusamente trionfalistica della femminilizzazione del lavoro, ma perché altre considerazioni hanno maggiore importanza, se l’ottica con cui si guarda al presente è quella delle lotte. I dati più recenti dell’ISTAT dicono che in Italia aumenta sia l’occupazione sia la disoccupazione femminile. Mentre l’occupazione maschile è diminuita nell’ultimo anno di 184.000 unità, quella femminile è cresciuta di 138.000; sono aumentate però di 288.000 anche le donne disoccupate. Il fenomeno si legge così: la crisi ha spinto un numero maggiore di donne a cercare un’occupazione, uscendo così dalla categoria delle inattive ed entrando in quella delle disoccupate (o delle occupate). Per numerose ragioni le cose potrebbero nel futuro prossimo cambiare, ma per ora stanno come l’ISTAT registra e la morale della favola è che le donne sono gettate dalla crisi ancora di più sui campi di battaglia della guerra di classe. Che cosa questo significhi in termini di difficoltà a gestire la vita quotidiana, nel momento in cui la maggiore presenza sul mercato del lavoro si coniuga con la demolizione del welfare si è detto e scritto più volte. Ciò che ora interessa è che la presenza delle donne nel conflitto sociale diventa più forte, come la loro capacità di essere protagoniste. La lotta del San Raffaele, in cui l’80 per cento dei dipendenti è donna, ne è un esempio significativo.

Le lavoratrici del San Raffaele

Le vicende dell’ospedale e della gestione truffaldina di Don Verzè sono note, pochi sanno però che esso riceve dalla Regione Lombardia finanziamenti per quasi 400 milioni l’anno, che rappresentano il 90 per cento delle sue entrate. La nuova proprietà (padron Rotelli) ha annunciato 244 licenziamenti in tutti i reparti, compreso in quelli in cui il personale è già assai carente, mentre 180 licenziamenti sono già avvenuti nella forma del mancato rinnovo di contratti a tempo determinato. Ai licenziamenti dovrebbe aggiungersi il passaggio dal contratto dalla sanità pubblica, di cui lavoratrici e lavoratori del San Raffaele godevano, al contratto privato in una delle sue versioni peggiori, che comporterebbe arretramenti notevoli sul terreno normativo e retributivo. Le donne sono state della lotta protagoniste assolute e la cosa non è in sé ovvia, come sembrerebbe in un luogo di lavoro all’80 per cento femminile. La radicalità e la partecipazione delle donne negli episodi di lotta del conflitto sociale non è una novità; meno tradizionale invece la loro decisione di prendere in mano le briglie dello scontro, di esporsi, di dirigere, di salire dove si è inevitabilmente più visibili. Ed è anche significativo il fatto che la lotta non abbia solo riguardato la difesa del posto di lavoro e delle sue condizioni; una contestazione si è aperta anche sugli atteggiamenti sessisti della direzione..

Donne nella crisi

Mentre le dipendenti del San Raffaele presidiavano l’ospedale giorno e notte, nasceva a Firenze “Donne nella crisi”. Un’assemblea di duecento donne nel contesto del Forum sociale europeo (8-9-10-11 novembre), chiamata dall’appello “per un femminismo di movimento e di lotta”, firmato da un centinaio di compagne di diverse appartenenze, decideva di tentare il percorso di costruzione di una rete sui temi della crisi e dell’austerità. L’ipotesi di lavoro è semplice, almeno a dirsi. Senza proclamare reti che ancora non esistono e a partire da una lista, ci si propone di mettere in contatto lotte differenti di donne, dar vita a campagne di solidarietà nazionali e internazionali, raccogliere fondi e appoggiare vertenze individuali. Dal momento che il nucleo per ora più attivo è in Lombardia, l’incontro con le lavoratrici del San Raffaele è stato il secondo passo della lista, dopo quello dell’assemblea di Firenze. Si è fatto ciò che si poteva fare, obiettivamente poco ma l’uso di siti, blog, facebook, liste, twitter e giornali on line ha consentito una diffusione di notizie con altri mezzi impensabile. Alle iscritte è stato dato il suggerimento non solo di far circolare attraverso Internet il volantino di sostegno alla lotta, ma anche che ciascuna ne stampasse un certo numero da diffondere tra conoscenti e in riunioni. Se si tiene conto che la lista ha 125 iscritte, l’ampiezza della campagna di solidarietà è risultata alla fine più ampia di quanto ci si potesse aspettare da un piccolo aggregato ai primi passi. Lavoratori e lavoratrici del San Raffaele hanno ancora una strada difficile da percorrere perché, dopo aver mimato un’apertura quando Graziella e Daniela erano sul tetto, la direzione sembra tornata sulla sua posizione iniziale che non concede assolutamente nulla. E se la lotta è stata compatta e coraggiosa, bisognerà che la RSU, che finora ha guidato egregiamente la resistenza, affini le sue capacità di stringere relazioni con il resto del mondo.

Se la lotta davvero continua

La lotta delle lavoratrici del San Raffaele continuerà, anche se sui suoi esiti non possono esservi certezze. Forse continuerà anche l’attività della lista “Donne nella crisi” e tra un’incertezza e l’altra esiste un legame. La crisi ha aperto in gran parte del mondo un periodo di resistenze e proteste, che hanno indotto il Time a nominare persona dell’anno 2011 The Protester, il manifestante, colui/colei che cambia la storia. Ma si tratta di movimenti e proteste ad alto tasso di sconfitte per il logoramento di strumenti di lotta una volta centrali e per lo stato dei rapporti di forza. The Protester, uomo o donna che sia, agisce in un contesto in cui tutto è più difficile e tra le altre cose è anche più difficile immaginare. Trovare modalità di superamento della frammentazione, compiere l’insieme degli atti e delle pratiche che avvicinano un pensiero politico al suo referente sociale, concepire soluzioni e propositi che vadano oltre il proprio “particulare” sono compiti che una rete di donne potrebbe assolvere e che avrebbe oggi l’autorità di proporre anche ad uomini. Ma è difficile: è come se di certe pratiche obiettivamente necessarie, si fosse persa la capacità e l’intenzione stessa.

Se però davvero la lista comincerà a funzionare come un embrione di rete, allora non ci sarà che l’imbarazzo della scelta. Altre lotte di donne sono in calendario; sono aperte vertenze di donne licenziate perché in gravidanza; circola l’idea di una campagna nazionale che sia di solidarietà e raccolta di fondi per le donne greche e interessi le italiane sul tema della sanità pubblica. Si è pensato infatti a una campagna nazionale che sia di solidarietà e raccolta di fondi per le donne greche e nello stesso tempo interessi le Italiane sul tema della sanità. La compagna greca intervenuta nell’assemblea di Firenze ha raccontato che nel suo paese non c’è più copertura per l’assistenza al parto in ospedale. Chi la desidera deve pagare 1500 euro, una cifra enorme per la maggioranza delle cittadine greche in questo momento. Raccogliere un po’ di fondi per loro su un appello e aprire nello stesso tempo un discorso sulla questione in Italia, sarebbe davvero opportuno, soprattutto se si tiene conto che prima di cadere Monti aveva già aperto il fuoco sul servizio sanitario italiano. E infine può anche accadere che Graziella e Daniela salgano di nuovo sul tetto.


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