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La città delle donne - [IFE Italia]
IFE Italia

La città delle donne

di Elena Stancanelli
sabato 28 giugno 2014

Riceviamo dalla rete e volentieri pubblichiamo

Fonte: "La Repubblica"

Violette Ailhaud aveva sedici anni quando, nel 1851, sparirono tutti i maschi dal suo villaggio. Un minuscolo paese nelle Alpes-de Haute-Provence. Borgogna, Provenza: fu quella l’unica zona di Francia in cui scoppiò la rivolta che avrebbe dovuto seguire il colpo di stato di Luigi Napoleone. Parigi tacque, mentre contadini, artigiani, borghesi abitanti del Midi - che non parlavano neanche il francese, ma una dialetto provenzale, un patois - si armarono per combattere il tiranno. Formarono una sorta di guardia nazionale, e scelsero come simbolo la farigoule, il timo, la pianta aromatica che non smette di rifiorire. I repubblicani conquistarono e tennero le città del sud della Francia per tutto il mese di dicembre, prima di cedere alle truppe bonapartiste-monarchico-clericali. Che, una volta ottenuta la vittoria, massacrarono, imprigionarono e deportarono tutti gli insorti con efficentissima ferocia.

Gli uomini, dunque, sparirono. Le madri, le mogli, le fidanzate li aspettarono a lungo, poi capirono che non sarebbero tornati. Da quel momento avrebbero dovuto fare a meno di loro. Fecero un accordo. «Sembravamo un gruppo di faraone impazzite. Le nostre idee volavano come cavallette, si incrociavano con le ali aperte di tutti i colori: blu, rosse, arancioni. Avevamo detto tutte la stessa cosa in mille modi diversi. Ma eravamo d’accordo». Tra queste donne, c’è Violette. Molti anni dopo, quando nel 1925 morì, tra le carte del suo testamento trovarono una busta e la richiesta che non fosse aperta prima dell’estate 1952. Alla data prevista, la maggiore dei suoi discendenti di sesso femminile, Yveline, secondo le istruzioni entrò in possesso del suo contenuto. Un manoscritto, poche decine di pagine scritte in patois, un lessico semplice, metafore terrigne e un’enorme potenza icastica. Oltre alla efficacia di una storia che sembra una parabola del vangelo.

L’homme semence è il titolo scelto dalla casa editrice Parole, che lo ha pubblicato in Francia. Decine di migliaia di copie vendute, ha ispirato spettacoli di teatro, danza, fumetti. C’è persino un festival a Digne dedicato a L’homme semence.

Che somiglia a un racconto distopico, e invece è una storia vera. Violette Ailhaud era una contadina e scriveva col coraggio e il pianto, la vergogna e l’orgoglio di chi ha vissuto, non di chi sa. Non sa niente, tranne quello che accade. «Piango quelle braccia perdute, fatte per stringerci e rovesciare la pecora durante la tosatura. Piango quelle mani falciate, fatte per accarezzarci e per tenere la falce per ore». Ripetizioni e slanci lirici sono a carico dell’autrice, e sono conservati, giustamente, anche nelle traduzione italiana che Monica Capuani cura per l’editore Playground, che mantiene il titolo L’uomo seme.

Che cosa manca, quando mancano gli uomini? Qualcuno che regga le pecore, certo. Abbracci. Ma a tutto c’è rimedio tranne che a una cosa: il seme appunto. Almeno fin quando non avremo imparato a riprodurci in maniera un po’ meno brutale. Il mondo senza uomini (o senza donne, senza bambini, senza animali...) è un topos letterario. Per ragioni diverse, dalla terra scompare di colpo una categoria di esseri viventi: disastri naturali, epidemie, guerre fratricide, effetti nucleari mirati... Esiste addirittura un batterio, tra i più diffusi per altro, che agisce in maniera selettiva attaccando solo i maschi della specie. La “wolbachia” uccide, oppure trasforma i maschi infettati in femmine. In Herland (1915), romanzo della scrittrice femminista Charlotte Perkins Gilman, si racconta che dell’eliminazione dei maschi fu responsabile l’eruzione di un vulcano. E fu una benedizione. Da allora le donne vivono in pace, in una società egualitaria, riproducendosi per partenogenesi, nella bellezza e nell’intelligenza. E il sesso tra donne, secondo le abitanti di Herland, sarebbe molto più soddisfacente e articolato.

Anche la scienza lo sostiene, scoperta che provocò una reazione furibonda nel mondo accademico. Quando negli anni Sessanta uscirono i risultati degli studi del dottor William Master e la sua collega Virginia Johnson, fu un bel colpo per gli uomini venire a sapere che l’orgasmo femminile vale dieci volte quello maschile, e che anche senza la loro preziosa anatomia otteniamo grandissima soddisfazione. Ma se sul sesso non c’è niente da eccepire, la partenogenesi umana sembra ancora un po’ lontana. Nonostante l’entusiasmo suscitato dalla nascita di Kaguya, nel 2004 in un laboratorio giapponese: la prima topolina venuta al mondo con un patrimonio genetico interamente femminile. La partenogenesi è un processo presente in natura e quindi, chissà quando, applicabile anche agli esseri umani: si prende un ovulo femminile e attraverso un processo chiamato “mitosi” si ottiene un embrione. Ovviamente femminile, dal momento che il cromosoma Y non partecipa alla festa, e quindi in grado di produrre soltanto esseri di sesso femminile.

Ma questo è il futuro. Quando nel 1851 spariscono i maschi dal villaggio di Violette (uccisi dalla guerra) il patto tra le donne non riguarda la manipolazione genetica. Il primo uomo che fosse capitato per caso sulla collina, decidono invece, sarebbe stato di tutte. Fine del matrimonio, della coppia, persino dell’amore: l’uomo è il seme, e il seme si divide. Sera dopo sera le donne del villaggio si divertono a immaginare come sarà quest’uomo. Come parlerà, riderà, dormirà e mangerà. Lo vestono e lo spogliano mille volte, come fosse una bambola. Fin quando un giorno, dalla collina, vedono finalmente salire un uomo...


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