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Relmu Namku e la lotta indigena - [IFE Italia]
IFE Italia

Relmu Namku e la lotta indigena

di Silvia Ribeiro
lunedì 9 novembre 2015

Relmu Ñamku, sorriso tranquillo e sguardo fermo, ha 37 anni ed è madre di tre figli. Fa parte della comunità mapuche Winkul Newen, provincia di Neuquén, Argentina del sud. Per aver difeso il suo territorio nei confronti della compagnia petrolifera statunitense Apache– ora di proprietà dell’impresa argentina YPF-, viene accusata di tentato omicidio: una montatura da parte della società petrolifera e di funzionari corrotti.

Per il fatto di essere indigena, donna e parte di una comunità in resistenza, [Relmu] è stata scelta con lo scopo di infliggere una punizione esemplare e per cercare di intimidire tutte le altre comunità che lottano per difendere i loro territori, la loro identità, la loro dignità. A seguito delle molteplici situazioni di ingiustizia che si sono sovrapposte, è diventata un caso emblematico, seguito da organizzazioni sociali, indigene, contadine, di donne, di diritti umani, ambientaliste: in Argentina e nel resto del mondo, in sostegno di Relmu e degli altri mapuche .

Il pubblico ministero Sandra González Taboada chiede per Relmu 15 anni di carcere. Martín Maliqueo e Mauricio Rein (delle comunità Winkul Newen e Wiñoy Folil) sono accusati di “danno aggravato”. Il processo è iniziato lunedì 26 ottobre e continuerà fino al 5 novembre.

Da una decina di anni, le comunità mapuche di questa zona sono in resistenza per i soprusi contro di loro e contro il loro territorio ad opera soprattutto delle imprese petrolifere che godono della protezione di funzionari razzisti e corrotti. I loro diritti non sono rispettati, non vengono consultate prima dell’installazione di impianti sul loro territorio, hanno subito sversamenti e grave inquinamento, le imprese non fanno nulla né per prevenire né per riparare i danni. Nel 2012, le comunità hanno deciso di bloccare un impianto dell’impresa petrolifera Apache. Nell’aprile dello stesso anno, una banda legata alla società petrolifera ha attaccato la comunità con proiettili di gomma, ferendo bambini, un’anziana e la lonko (autorità mapuche) Violeta Hernández, che era incinta. La comunità ha presentato denuncia al pubblico ministero Sandra González Taboada (la stessa che adesso rappresenta l’accusa contro Relmu), ma il procuratore non ha fatto nulla.

Il 28 dicembre 2012, ultimo giorno utile dell’anno, la giudice Ivonne San Martín (molto contestata per le sue ripetute sentenze contro i popoli indigeni), ha emesso un ordine di sgombero. L’ufficiale giudiziario Verónica Pelayes, con un’ingente scorta di polizia e la presenza di una ruspa, si è recata a consegnare l’ordine. Di fronte all’avanzare della ruspa che quasi travolgeva un ragazzo mapuche, la comunità ha opposto resistenza tirando pietre: una di queste ha ferito Verónica Pelayes, con rottura del setto nasale.

Senza prove, [Verónica Pelayes] ha accusato Relmu Ñamku di aver lanciato la pietra e Maliqueo e Reyn di altri danni, classificando il caso come “lesioni”. La comunità si è scusata pubblicamente per le ferite riportate dall’ufficiale, che non erano intenzionali. Julián Álvarez, avvocato della Pelayes e famoso difensore di latifondisti e di un giudice che aveva collaborato con la dittatura, ha preso contatto con [il pubblico ministero] González Taboada, accordandosi per cambiare l’accusa in “tentato omicidio”, con 15 anni di carcere: il doppio di quanto viene chiesto per gli omicidi commessi dai sicari, nella provincia [di Neuquén] . González Taboada, così veloce nell’accusare Relmu senza prove, è sotto inchiesta per non aver portato avanti le indagini sul caso dello studente Sergio Ávalos, picchiato dalla polizia e scomparso nel 2003.

Il processo che è iniziato lunedì [26 ottobre], per la prima volta ha una giuria composta per metà da giurati mapuche e sarà tradotto nella loro lingua, il mapundungun. Al terzo giorno del diario del processo, Dario Aranda ha scritto: “Hanno già testimoniato quasi una decina di testi e nessuno ha indicato Ñamku come responsabile delle ferite della denunciante” (http://www.amnistia.org.ar/relmu). La polizia ha portato come prova alcune pietre raccolte nella zona, nove mesi dopo i fatti accaduti ed in una zona colma di tali pietre, ma nessuno ha indicato gli accusati. Secondo le testimonianze mediche [rese] durante il processo, le ferite di Pelayes non hanno mai costituito una minaccia alla sua vita. Álvarez/Pelayes stanno intentando una causa contro lo stato e la società petrolifera per [ottenere] un risarcimento di 6,5 milioni di pesos argentini (circa 700 mila dollari) per la quale serve la specifica di violenza estrema.

Tutto il processo è un esempio delle aggressioni e delle impunità subite dalle comunità in molte parti del mondo ed attuate da imprese petrolifere e di altro tipo, che godono della protezione dei governi. Si tratta di una punizione nei confronti delle donne e delle madri che resistono. È anche parte del tentativo di rendere invisibili i popoli indigeni e la violazione dei loro diritti.

Per molti argentini e latinoamericani, l’Argentina è un paese dove non ci sono indigeni o ce ne sono molto pochi. Nel suo libro Argentina originaria, genocidios, saqueos y resistencia, Dario Aranda, giornalista e ricercatore, dimostra che “Lo Stato riconosce almeno 995 mila persone appartenenti a più di 30 popoli originari (°K). Il mondo accademico è concorde sul fatto che sono molti di più. Studi scientifici hanno stabilito che il 56 per cento della popolazione ha nel suo profilo genetico qualche traccia indigena. Eppure ancora, un tema ricorrente è quello che si riferisce ai popoli originari come a una situazione che riguarda il passato e non come a una cultura che è attualmente viva e presente“.

Ingiustizia e profondo razzismo storico, che si rivela molto utile alle imprese petrolifere, minerarie, forestali, dell’agrobusiness, che vogliono sfruttare le risorse nei territori dei popoli indigeni. E che ora sta unendo tutte le lotte a sostegno di Relmu e delle comunità in resistenza.


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