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Mutilazioni genitali femminili: l’Onu dice no ufficialmente. Ma la strada è ancora lunga - [IFE Italia]
IFE Italia

Mutilazioni genitali femminili: l’Onu dice no ufficialmente. Ma la strada è ancora lunga

di Monica Lanfranco
lunedì 24 dicembre 2012

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione contro le mutilazioni genitali femminili. La notizia appare come positiva, perché il documento è ufficiale ed esorta gli Stati membri a condannare la pratica più cruenta contro la sessualità femminile che ha già colpito nel mondo 140 milioni di bambine, e che ogni nuovo anno ne vede circa 3 milioni a rischio. Si scrive ‘nel mondo’ e si intende, in particolare, l’Africa, dal momento che le mutilazioni genitali sono praticate principalmente in 28 paesi della zona sub-sahariana del continente. Ma non solo lì.

In Italia, nel 2004, due anni prima dell’entrata in vigore della legge che punisce ufficialmente le mgf praticate sul suolo nazionale, un ginecologo somalo propose una cerimonia alternativa, con fuoriuscita simbolica di sangue dal clitoride, per permettere alle donne di origine africana che volessero fare la mutilazione alle loro figlie di essere in qualche modo in pari con la tradizione, evitando il peggio alle bambine. Il fatto stupefacente fu che una parte di intellettuali italiani non disdegnò la proposta, in base al principio multiculturale di ‘accoglienza’ delle differenze tra tradizioni e usanze. Come dire: non siamo colonialisti, rispetto per le usanze altrui, ossequiando specialmente quelle che annientano le donne. Ci fu anche chi, per pari opportunità e cogliendo l’occasione per mettere in ombra il tema femminile, invocò proteste per la circoncisione di ebraica tradizione. Come a dire: le donne si lamentano, ma che facciamo per i poveri bambini ebrei mutilati? Dimenticando, o ignorando, che il taglio del frenulo nel pene non è una mutilazione, ed è praticato per migliorare le funzionalità igienico sessuali maschili, non per annientarle come nel caso delle mutilazioni genitali femminili, che appunto si chiamano mutilazioni. Daniela Colombo di Aidos, una delle ong che maggiormente si sono adoperati fin dagli anni ’80 contro queste pratiche, si è detta soddisfatta, ma realista, in una intervista recente su Radio 3 mondo: “Ancora c’è molto da fare - ha commentato - perchè mancano le risorse economiche per permettere che la risoluzione abbia gambe sulle quali camminare. In molti luoghi dell’Africa sono stati formate giornaliste e giornalisti sull’argomento, poichè la radio è uno degli strumenti più diffusi e di grande impatto educativo e informativo, ma senza denaro tutto il lavoro non avrà esito”.

Una amica ginecologa, tornata anni fa dalla Somalia, mi raccontò di aver dovuto letteralmente aprire con il bisturi centinaia di giovani donne che non solo erano state private del clitoride, ma anche cucite, sigillando le grandi labbra, dopo essere state fecondate. Inimmaginabili le conseguenze fisiche, igieniche, psicologiche di queste mutilazioni: Waris Dirie, modella somala oggi ambasciatrice delle Nazioni Unite e vittima dell’infibulazione a 4 anni, racconta nel suo libro Figlie del dolore di come ogni mese, allo scoccare del ciclo mestruale, fosse costretta a letto con dolori fortissimi, che l’anno accompagnata, ogni mese, per tutta la vita.

Un misto di ignoranza, desiderio di potere e controllo sulla sessualità femminile, uso distorto e malevolo delle scritture (e delle interpretazioni religiose) fanno di questa pratica una manifestazione dell’odio contro il corpo delle donne e la loro autonomia: dare sostegno a chi le combatte è anche lottare contro una delle forme più orrende di dominio patriarcale che ancora abitano il mondo contemporaneo.


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