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"Così ho capito le patate di mia madre" - [IFE Italia]
IFE Italia

"Così ho capito le patate di mia madre"

intervista a Herta Muller, premio Nobel per la letteratura
venerdì 11 maggio 2012

Dal quotidiano "La Stampa" dell’ 8-05-2012 / dal sito di "cogito ergo sum" Fondazione Franceschi www.fondfranceschi.it/cogito...

un’intervista che invita a riflettere su quanto siano complesse le vite umane, le relazioni sociali, la realtà storica e quanto sia da evitare ogni tipo di superficialismo.

foto: dipinto di George Grosz

La vita è bella perché è varia, ma una storia così non ci saremmo mai aspettati di raccontarla: la figlia di un membro delle SS che viene in una delle più prestigiose associazioni culturali ebraiche di New York, per raccontare la tragedia dei tedeschi deportati nei campi di lavoro sovietici dopo a Seconda guerra mondiale.

Romeni di origine germanica, che magari durante il conflitto erano stati filonazisti, ma poi avevano subito il loro «Olocausto» per mano dei liberatori comunisti, se il paragone non fosse sproporzionato per le cause e per gli effetti. Il tutto spiegato in tedesco, davanti a una platea che deve essere composta soprattutto da immigrati di quelle regioni, forse sopravvissuti al vero Olocausto, perché commentano le battute dell’ospite prima ancora che la traduttrice le ripeta in inglese.

La figlia del membro delle SS è la premio Nobel per la letteratura Herta Müller, nata da genitori tedeschi a Nichidorf, nel Banato che si considerava parte della Germania. Cresciuta nella Romania di Ceausescu, è scappata in Germania nel 1987. A New York è venuta per presentare The Hunger Angel, l’edizione americana di Atemschaukel, che in Italia era uscito come L’altalena del respiro (Feltrinelli). L’istituzione che la ospita è l’autorevole «92nd Street Y», che dal 1874 diffonde arte, cultura e decine di iniziative legate alla vita ebraica. Ha consacrato scrittoìi come T.S. Eliot, Pablo Neruda, Saul Bellow, Eugene lonesco e, perché no?, adesso anche Müller. In fondo una delle lezioni dell’Olocausto è che la memoria è preziosa, e le parole non pronunciate possono uccidere. E questo, evidentemente, alla «92Y» è vero per tutte le memorie e tutte le parole. Anche quelle di HungerAngel, che racconta la storia del diciassettenne Leopold Auberg, modellato un po’ sulla vicenda personale del poeta Oskar Pastior, un po’ su quella della madre di Herta, e un po’ sulla fantasia. La vicenda però è tanto vera, quanto dimenticata: quella di migliaia di tedeschi romeni che furono costretti a salire sui treni per andare nel gelo dell’Ucraina, a ricostruire ciò che i nazisti avevano distrutto durante la guerra. Herta conversa con la scrittrice Claire Messud, ma soprattutto col pubblico, che l’ascolta e la segue in un dialogo diretto, ridendo persino alle sue battute prima che la traduttrice le renda in inglese, se ridere si può in certe circostanze.

È vero che non le piace scrivere?

«Sì, perché non mi fido del linguaggio. Vedete, il linguaggio in sé non esiste e non è un valore: tutto dipende dall’uso che ne fanno gli uomini. La vita esiste, il linguaggio è una roba artificiale. Può aiutare a uccidere, o a salvare. Io ho visto come le dittature possono usarlo per piegare la realtà ai loro fini, e quindi ho sempre paura di scrivere. Temo costantemente di essere fraintesa o usata a scopi che non condivido. E poi c’è un’altra cosa che mi frena»

Cioè?

«Non ho voglia di lavorare [risate in platea alla battuta in tedesco, ndr]. Fosse per me, preferirei starmene ferma a far nulla».

E allora perché scrive? «Per abitudine. E ormai anche per dipendenza. Ho iniziato per sopravvivere, perché sotto la dittatura comunista mi sembrava l’unico strumento a disposizione per tenermi in piedi. Ogni libro che scrivevo, però, mi sembrava l’ultimo: ero sempre convinta che fosse venuto il momento giusto per smettere. Poi, non so bene come, due anni dopo mi ritrovavo sistematicamente alla scrivania per riprendere»

Anche nella storia di Leo il linguaggio diventa uno strumento per sopravvivere alla durezza del campo. Una specie di lessico interno a quella comunità, come capita nelle famiglie, che poi quando torna a casa non può condividere con chi non ha avuto la sua stessa esperienza, perché nessuno lo capisce.

«Vero, il linguaggio a volte è un codice per. nascondersi. Una bugia che usiamo per sopravvivere. Tutti mentiamo nella vita, chi più, chi meno. Nelle dittature, però, la menzogna diventa uno strumento sistematico del potere, e anche di chi dal potere deve difendersi. Una volta finito in un campo di concentramento, poi, la bugia, o il linguaggio usato come un codice segreto diventa indispensabile per comunicare con i tuoi alleati e non farti capire dai tuoi nemici»

Perché ha deciso di raccontare questa storia, e perché lo ha fatto con Oskar Pastior, che poi si è scoperto collaboratore dei servizi di Ceausescu?

«Mia madre fu deportata, ma lei era una contadina, e tutta la gente del villaggio che era finita nei campi sovietici non ne parlava. Un po’ perché erano riservati, e un po’ perché non si poteva. Durante la guerra la maggior parte dei romeni erano stati fascisti come Antonescu, ma una volta conquistati dai sovietici eravamo diventati tutti comunisti. Quel passato, che aveva portato i tedeschi come mia madre nei campi, andava dimenticato. Un po’ come dopo la caduta di Ceausescu, quando di colpo sono diventati tutti dissidenti. Mia madre parlava solo dei morti nei campi, e poi pronunciava poche frasi, sempre le stesse: «La sete è più dolorosa della fame», «Il vento è più freddo della neve», «Una patata è come un letto caldo». Mi ha insegnato centinaia di volte a pelare le patate, affinché non si sprecasse nulla [mormorio di approvazione in sala, sempre prima della traduzione, ndr]. Ho capito che dentro di sé aveva una grande storia, ma per farmela raccontare ho dovuto chiedere l’aiuto di Pastior, deportato come lei. Lui mi ha spiegato che nel campo si era costruito un abete finto, per ricordare la casa e la civiltà perduta. Allora ho capito le patate di mia madre»

E in Romania ci torna ancora?

«Ogni anno, anche se la gente laggiù non mi vuole più vedere, perché so troppe cose di loro. Non mi sento più a casa. Ogni volta che vado mi delude, eppure ogni volta ritorno. Ormai ho capito due cose, del concetto di casa: è insopportabile, e irrinunciabile»

Intervista di Paolo Mastrolilli


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