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Anita Ribeiro da Silva Garibaldi - [IFE Italia]
IFE Italia

Anita Ribeiro da Silva Garibaldi

dal sito http://www.url.it/donnestoria/testi/trame/anita.htm
sabato 17 marzo 2012

Nella giornata che chiude le commemorazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia ricordiamo la leggendaria Anita.

VITA

Nasce a Morrinhos, nel distretto di Tubarao, stato di Santa Catarina. I genitori, Bento Ribeiro da Silva de Jesus e Maria Antonia, erano entrambi originari delle isole Azzorre. Quando intorno all’anno 1820, seguendo una tumultuosa corrente di emigrazione interna, si stabilirono a Morrinhos, villaggio non lontano dalla costa, erano poverissimi e destinati ad avere molti figli. Nasce forse nel 1821 quando il Brasile si apprestava a diventare stato indipendente dal Portogallo. In tenerissima età, a non più di quattro anni, essendo morto il padre, rimane con la mamma e i fratelli in una ancor più aggravata miseria, e dimostra subito tutto il suo carattere deciso. Non è possibile stabilire se è temprata dalla condizione e dalla disgrazia, oppure se è nata rude e fiera. All’età di 14 anni sposa Manuel Duarte, uomo di condizione agiata. Dopo un po’ di tempo l’amore, che non c’era mai stato forte tra i due, si scompare.

ANITA E GARIBALDI

Quando la rivoluzione riograndense si estende allo stato di Santa Caterina il quale pure proclama la sua indipendenza dall’Impero centrale nella città di Laguna nel luglio 1839, e Garibaldi è nominato comandante della squadra navale catarinense, questi vede col cannocchiale, dalla sua nave, ancorata alla foce del Tubarao, la splendida Anita (il marito è scomparso ormai da due anni) transitare in terraferma e subito la va a cercare nel villaggio peschereccio di Barra da Laguna, oggi Ponta da Barra (agosto dello stesso anno). In quel primo incontro egli pronuncia la famosa frase: "Tu devi essere mia!". È per lui il colpo di fulmine. Nei giorni successivi si incontrano con lunghe cavalcate sulla spiaggia dove Anita, abile cavallerizza, è maestra all’inesperto marinaio; finché si installa a bordo della Rio Pardo diventando "corsara della Repubblica Catarinense". Lì ha inizio il suo addestramento militare. Il battesimo di fuoco arriva nella battaglia navale di Imbituba (3 novembre) dove combatte sparando col fucile, caricando i cannoni, aizzando i codardi, soccorrendo i feriti: incurante della pioggia di pallottole e di una cannonata che la travolge fra i cadaveri. Dopo alterne peripezie partecipa eroicamente all’ultima battaglia navale della Barra (15 novembre) trasportando in salvo per dodici volte le munizioni di bordo con una piccola barca, da sola, sotto il fuoco nemico, prima che Garibaldi incendi le sue navi sconfitto da forze nemiche in numero e armamento schiaccianti. Cominciano, per ambedue, le peripezie a terra, durante un’epica marcia di ritirata verso il Rio Grande do Sul, attraverso montagne impervie e attanagliati dai rigori del clima, fino alla battaglia di Santa Vittoria (15 dicembre) in cui 500 soldati repubblicani, fra i quali la stessa Anita, sconfiggono 2.000 imperiali.

PRIGIONIA E FUGA

Nella battaglia di Curitibanos del 12 gennaio 1840, durante la quale una pallottola le attraversa il cappello, viene colpito il suo cavallo e, appiedata e circondata, si difende all’arma bianca, ma viene fatta prigioniera mentre Garibaldi, che credeva ormai morto, si è salvato con pochi uomini. Ammirato dal suo atteggiamento indomito, il comandante nemico le concede di cercare il cadavere del marito fra i caduti nella battaglia. Ella rivolta invano, ad uno ad uno, tanti volti insanguinati e sfigurati, fino a notte inoltrata, alla luce macabra di una torcia. Riuscendo a eludere la vigilanza, afferra un cavallo e fugge attraverso la selva galoppando per quattro giorni finché si ricongiunge con Garibaldi a Vacaria, nel Rio Grande do Sul, come egli scrive nelle sue memorie. Sostano, fra l’altro, qualche giorno a Setembrina, dove Garibaldi si intrattiene a leggere la Divina Commedia che lei stessa (analfabeta!) ascolta con interesse. Dopo altre peripezie e battaglie, nel tentativo vano di isolare Porto Alegre che era rimasta in mano degli imperiali, si fermano nel paesello di Mostazas dove viene alla luce il primo figlio Menotti. È lì che, dopo soli 12 giorni dal parto, la casa, assente Garibaldi, viene circondata dagli imperiali; ma ella riesce a eludere l’accerchiamento lanciandosi a cavallo, montando a pelo, seminuda e col neonato in braccio appena avvolto in un copriletto, rimanendo nascosta nel bosco per quattro giorni alimentandosi con radici e frutti silvestri mentre lo allatta; finché Garibaldi riesce a rintracciarla.

VERSO L’URUGUAY

Diventata ormai insostenibile la situazione militare degli insorti Garibaldi, nell’aprile 1841, chiede ed ottiene dal Generale Bento Gonçalves di lasciare l’esercito repubblicano e, con Anita e il bambino, portandosi dietro 900 capi di bestiame, e trasformatosi in mandriano, si dirige verso l’Uruguay. Dopo 50 giorni, percorrendo più di 600 chilometri, arriva a Montevideo, quasi senza bestiame, dove rimane per sette anni e dove sposa legalmente Anita ed ha altri tre figli (Teresita, Ricciotti e Rosita). Lì sopravvive i primi tempi insegnando storia e matematica mentre ella, a sua insaputa, si ingegna da sarta. Intanto intesse rapporti con i rifugiati politici italiani, carbonari e massoni, organizzando la famosa Legione Italiana con cui si schiera ancora una volta dalla parte delle forze indipendentiste, che sono comandate dal Presidente Generale Fruttuoso Rivera, contro gli unitaristi filo-argentini comandati dal Generale Oribe e sostenuti da Rosas, dittatore appunto dell’Argentina, che contrastava la sovranità dell’Uruguay. Ben presto è nominato colonnello dell’esercito e comandante della flotta uruguayana e conduce diverse battaglie, alla testa della sua Legione italiana, con alterne vicende, fra le quali rimane famosa quella di San Antonio del Salto (febbraio 1840) dove con soli 190 uomini sconfigge 1.500 avversari oribisti. Ad essa partecipa come infermiera sul campo, la stessa Anita. Ma è l’ultima volta, continua a occuparsi dei suoi figli nell’umile casetta di Montevideo, oggi museo, soffrendo privazioni di ogni genere. Nel giugno del 1847 Garibaldi è addirittura nominato comandante generale di tutte le forze di difesa di Montevideo, carica dalla quale si dimette quasi subito per le invidie che lo circondano, decidendo alla fine, spinto dalle notizie incoraggianti che arrivano dalla penisola, il ritorno in Italia dopo aver rifiutato, a nome di tutta la Legione italiana, una grande estensione di terra, con relative case e bestiame, che il Presidente Fruttuoso Rivera aveva offerto in dono per i rilevanti servizi prestati a favore della Repubblica.

A NIZZA CON I FIGLI

Anita si imbarca qualche mese prima di lui, nel dicembre 1847, insieme ai suoi figli Menotti, Teresita e Ricciotti (Rosita era morta in Uruguay e sepolta in quel cimitero), e raggiunge a Nizza la madre di Garibaldi. Egli parte a sua volta dopo alcuni mesi portando con sé l’urna contenente i resti mortali di Rosita, con sessanta legionari. È assente dall’Italia da una dozzina d’anni. Il 21 giugno 1848 arriva a Nizza dove ha calorose accoglienze. Il 25 giugno, in occasione di un banchetto in suo onore, alla presenza del rappresentante del Re Carlo Alberto (quello stesso a cui deve la condanna a morte che ha determinato l’esilio americano).

LA PARTENZA PER VENEZIA

l2 luglio 1849 Garibaldi abbandona Roma insieme con Anita, sofferente e in avanzato stato di gravidanza. La drammatica fuga, attraverso pericoli e privazioni d’ogni genere, che Anita vuole condividere con l’eroe finché può, indebolisce seriamente la giovane donna.

MORTE DI ANITA

Ormai agli estremi essa è trasportata nella fattoria Guiccioli, vicino a Ravenna, dove il 4 agosto 1849 spira. Garibaldi, braccato dagli Austriaci, disperato, deve fuggire immediatamente dal luogo. Nel 1859 le spoglie di Anita sono per volontà di Garibaldi trasportate a Nizza; oggi riposano tumulate nel monumento innalzatole sul Gianicolo nel 1932.


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