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Non abbiamo un pianeta di scorta - [IFE Italia]
IFE Italia

Non abbiamo un pianeta di scorta

di Francesco Gesualdi
venerdì 11 agosto 2017

Se non bastassero i fiumi in secca e le piogge che non cadono da mesi a farci capire che il pianeta sta collassando sotto il peso dei nostri eccessi, la conferma ci viene dall’overshootday, letteralmente “il giorno del sorprasso”, l’indicatore che ci segnala il giorno dell’anno in cui entriamo in deficit sul piano delle risorse. Una tendenza che si aggrava di anno in anno, considerato che da quando abbiamo cominciato a monitorare il fenomeno non facciamo altro che arretrare fino ad essere arrivati, quest’anno, al 2 di agosto.

Stiamo parlando dell’impronta ecologica che misura la quantità di terra fertile di cui abbiamo bisogno per sostenere i nostri consumi. E se d’istinto siamo portati a pensare che la terra fertile ci serve solo per il cibo, in realtà i consumi che affondano le loro radici nella terra fertile sono molto più ampi. Basti pensare all’abbigliamento che utilizza cotone, alla mobilia che utilizza legname, alle costruzioni che occupano suolo, ai medicinali che usano piante officinali. Ma l’aspetto sorprendente è che ci serve terra fertile anche per andare in automobile o per accendere una lampadina. Troppo spesso dimentichiamo che quando infiliamo la chiave nel cruscotto, insieme al rombo del motore emettiamo anidride carbonica, una sostanza di cui non ci diamo pensiero solo perché madre natura è così generosa da togliercela di mezzo grazie all’attività delle piante. Ma dobbiamo ricordarci che il 60% dell’impronta ecologica dell’umanità è determinato dall’assorbimento di anidride carbonica.

A livello terrestre la terra fertile disponibile sotto forma di pascoli, foreste, terre arabili, ammonta a 12 miliardi di ettari, ma i consumi raggiunti dall’umanità ne richiedono 20. Un deficit di 8 miliardi di ettari che l’overshoot day rappresenta per mezzo del calendario Attestato che ogni giorno ci servono 54 milioni di ettari di terra fertile, l’oveshoot day ci indica il giorno dell’anno in cui entriamo in zona negativa perché abbiamo esaurito tutta la terra fertile di cui madre terra dispone. Un limite che raggiugiamo ogni anno qualche giorno prima: nel 1987 il 19 dicembre, nel 2009 il 25 settembre, nel 2017 il 2 agosto. Ormai i giorni dell’anno in cui viviamo senza corrispettivo di terra fertile sono 150, il 40% dell’intero periodo. Parola dell’istituto americano Global Footprint Network.

Come si possa consumare oltre la capacità produttiva della terra sembra un enigma inspiegabile, tanto più che non abbiamo mai la percezione di trovarci a corto di prodotti naturali. Ma paradossalmente lo squilibrio non si manifesta sotto forma di penuria bensì di eccesso. Il problema riguarda l’anidride carbonica che da vari decenni emettiamo oltre la capacità di assorbimento del sistema naturale con conseguente accumulo in atmosfera. Più precisamente ne produciamo ogni anno 36 miliardi di tonnellate, mentre il sistema delle foreste e degli oceani è in grado di assorbirne 20, un bilancio negativo annuale di 16 miliardi di tonnellate che accumulandosi in atmosfera fa aumentare la temperatura terrestre con gravi conseguenze sul clima.

L’umanità produce anidride carbonica da quando conosce il fuoco, ma solo da quando ha avuto accesso ai depositi di gas e petrolio, ha cominciato a produrne in maniera insostenibile. Basti dire che dal 1870 ad oggi la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera è aumentata di oltre il 40%. passando da 288 a 400 particelle per milione. Una situazione che sta facendo aumentare la temperatura terreste con conseguenze sul clima non ancora del tutto prevedibili, ma sufficienti per paventare scenari apocalittici come desertificazioni, uragani, aumento del livello dei mari. Fenomeni con ripercussioni profonde sulla produzione di cibo, sull’habitat, in una parola sulla sicurezza di vita di larghi strati della popolazione mondiale che si troveranno costretti ad emigrare per trovare salvezza. Già oggi gli sfollati per disastri naturali sono attorno ai 20 milioni all’anno, ma da qui al 2050 potrebbero diventare 150 milioni. Un fenomeno che nessuno sa come arginare, ma che i generali pensano di risolvere con le armi. Per questo si occupano anche loro di cambiamenti climatici per capire dove e quando puntare i cannoni.

Il dramma della situazione è che abbiamo messo il pianeta a soqquadro non per garantire la dignità di tutti, ma lo spreco di pochi. Ed è di nuovo l’impronta ecologica a dircelo. Se suddividiamo i 12 miliardi di ettari di terra fertile disponibile, per la popolazione terrestre, scopriamo che ogni individuo ha a propria disposizione 1,7 ettari di terra fertile. Questa è l’impronta che nessuno dovrebbe oltrepassare, per rimanere in equilibrio con la natura. In realtà solo il 3% della popolazione mondiale si mantiene su questa linea, mentre il 54% è al di sopra e il 43% al di sotto. Gli eritrei, ad esempio, hanno un’impronta di 0,4 ettari e i bengalesi di 0,7. Al lato opposto l’impronta dei lussemburghesi è di 15,8 ettari, mentre quella degli australiani di 9,3, degli statunitensi di 8,2, degli italiani di 4,6. In conclusione, i lussemburghesi consumano nove volte di più di quanto potrebbero, gli statunitensi cinque volte di più e gli italiani due volte e mezzo. Detta in un altro modo se tutti gli abitanti del mondo vivessero come i lussemburghesi ci vorrebbero nove pianeti, mentre se vivessero come gli italiani ce ne vorrebbero due e mezzo.

Noi non abbiamo alcun pianeta di scorta. Ne abbiamo uno solo e con quest’unico pianeta dobbiamo affrontare due grandi sfide espresse anche da Papa Francesco nella sua enciclica Laudato sii: consentire agli immiseriti di risalire rapidamente la china e lasciare ai nostri figli un pianeta vivibile. Per questo non è più sufficiente occuparci solo di regole economiche, commerciali e finanziarie che determinano l’assetto distributivo della ricchezza. Dobbiamo occuparci anche di stili di vita per individuare forme di produzione e di consumo più sostenibili. I tre miliardi di immiseriti hanno diritto a vivere meglio ma la loro strada è sbarrata finché noi abitanti del Nord, 15% della popolazione mondiale, continueremo ad utilizzare il 75% delle risorse planetarie e il 40% della terra fertile disponibile. La conclusione è che loro potranno fare un passo avanti solo se noi sapremo farne uno indietro. In caso contrario potremmo anche costruire un mondo verde, ma avrebbe il volto crudele dell’apartheid.

Articolo pubblicato anche su Avvenire.it


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