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Genova 2021: ritorno al futuro? - [IFE Italia]
IFE Italia

Genova 2021: ritorno al futuro?

di Nicoletta Pirotta
giovedì 8 luglio 2021

Non è semplice scrivere sulle prossime iniziative di Genova a 20 anni da quelle giornate, epiche e drammatiche al contempo, che segnarono un confine fra un prima e un dopo.

Non è semplice sopratutto adesso perché in questi ultimi mesi, abbiamo dovuto assistere a tragiche morti sul posto di lavoro causate dalla bramosia di profitto e da una condizione operaia (già, le e gli operai ancora esistono) segnata da ricatti padronali, mancanza di diritti e sicurezza, solitudine e rabbia. Sempre in nome del guadagno, abbiamo appreso che c’è chi non si fa problemi a manomettere il sistema frenante di una funivia fino a farla cadere provocando decine di morti.

Abbiamo avuto notizia dell’ennesimo, probabile, femminicidio per impedire ad una ragazza di scegliersi da sé quale vita vivere. E trattandosi di una ragazza pakistana abbiamo dovuto ascoltare i soliti noti che si ergevano a strenui difensori della libera scelta delle donne indicandone il baluardo nella cultura occidentale ma scordandosi che in Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa da fidanzati, mariti, padri, fratelli. Un genere di uomini che in occidente come in oriente, al sud come al nord, non sopportano l’idea che le “loro” donne possano scegliere e decidere in autonomia. Abbiamo dovuto indignarci per l’ennesima strage nel mar Mediterraneo che fra le sue acque trattiene il dolore, la sofferenza, le speranze di donne, uomini e bambini che hanno tentato di migliorare la propria condizione di vita senza riuscirci a causa di scelte politiche scellerate ed escludenti. Ed apprendere con disgusto che si continua a morire per il caldo e lo sfruttamento raccogliendo frutta nelle infuocate campagne del sud Italia. Abbiamo sperato che il contagio da Covid-19 rendesse evidente quanto c’è di perverso e di profondamente disumano nel modello economico e sociale del sistema capitalista ma poi abbiamo letto il PNRR del governo Draghi e abbiamo capito che la lezione della pandemia non è stata colta e che la “cura” verrà intesa come una pezza per rattoppare l’esistente, come farmaco per far scomparire il sintomo e lasciare intatta la causa del male. Cioè per continuare come prima. Forse più di prima. Lo sprezzante atteggiamento di Confindustria nel voler imporre, sopra ogni cosa, le ragioni dell’impresa la dice lunga. E gli incontri del G20, che si tengono proprio in questo periodo in diverse città italiane e vedono la presenza dei potenti della terra (come fu per il G8 di vent’anni fa) confermano quanto sia inutile confidare nella loro capacità di cambiare.

Vent’anni fa gridavamo l’esigenza di “un altro mondo possibile” come alternativa necessaria all’incuria del sistema capitalista. Oggi non possiamo che prendere atto che l’alternativa non si è realizzata, che quell’incuria è sovrana e che il mondo in cui viviamo è peggiore di quello di vent’anni fa. Non è una bella consolazione aver avuto ragione.

Proprio per questo la Genova del 2021 non può essere una commemorazione di noi stesse/i e delle nostre capacità di visione. Serve ricordare, quello sì. In particolare serve ricordare la violenza del potere che portò all’uccisione di Carlo Giuliani ed alla mattanza nella Diaz perché questa violenza ancora esiste e l’abbiamo vista all’opera nel manganellare chi manifesta magari per difendere un territorio, nel reprimere le proteste sindacali, nel recentissimo pestaggio, in carcere a Santa Maria Capua Vetere, ad opera della polizia carceraria.

Le giornate genovesi del prossimo luglio dovranno rispondere all’incuria e alla violenza con un messaggio chiaro e preciso: di fronte ad una pandemia che ha messo in evidenza la fragilità dei nostri corpi e la nostra interdipendenza con l’ambiente che ci circonda, è solo l’”economia della cura” e non quella del profitto che può salvarci. Una cura,però, intesa come nuovo paradigma capace di una rottura radicale per un diverso mondo di stare al mondo. Una cura che costringe ciascuna e ciascuno di noi a rivedere il nostro modo di vivere, la qualità delle nostre relazioni, la nostra capacità di ricostruire quel tessuto sociale che il sistema capitalista ha frammentato. Perchè, come scrive Angela Davis, non basta “immaginare un nuovo mondo, ma diventare degni di partecipare a quel mondo nel corso della lotta per esso”.

Questo modo di intendere la “cura” è il portato di una lunga riflessione del movimento femminista, in particolare di quei femminismi che hanno saputo cogliere le intersezioni fra il genere, la classe, la provenienza. Non è un caso che il movimento femminista sia uno dei più vitali sulla scena internazionale. Un movimento in grado di mobilitarsi, di agire conflitto, di lanciare nuovi strumenti di lotta come lo sciopero globale femminista. Un movimento capace, soprattutto, di ottenere risultati concreti. In Argentina, Spagna, Polonia le femministe hanno saputo portare in piazza centinaia di migliaia di persone per contrastare i tentativi di cancellare o peggiorare le legislazioni sul diritto all’aborto. Riuscendoci. In Italia durante il congresso dei fondamentalisti reazionari ed omofobi, che si tenne a Verona nel 2019, il movimento di Non Una Di Meno, grazie anche all’intelligente convergenza di altre realtà sociali e politiche, seppe dare vita ad una manifestazione superba e partecipatissima che ribadì l’importanza del diritto all’autodeterminazione e la volontà di contrastare ogni forma di integralismo. Un femminismo non elitario com’è scritto nel bel libro Femminismo per il 99%. Un manifesto scritto da Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya, Nancy Fraser, che dà la priorità alle vite delle persone, non crede che la questione principale per le donne sia il raggiungimento di posti di potere perché a fronte di qualcuna che rompe “il tetto di cristallo” ve ne sono migliaia, povere e quasi sempre immigrate, che devono pulirne i cocci (come denuncia in modo sublime uno slogan delle femministe argentine), che reclama il diritto alla salute e un ambiente non inquinato, ripudia guerra e razzismo e lotta per tutto il vivente, umano e no. Spero che la vitalità di pensiero e di azione di questo movimento femminista internazionale possa contagiare le giornate genovesi del 19 e 20 luglio prossimi. Anzi di più, mi auguro che sia riconosciuto come uno dei pilastri sui quali ricostruire le fondamenta di un altro mondo possibile.


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