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Lavoro non « mercatizzato » e ineguaglianza di genere. - [IFE Italia]
IFE Italia

Lavoro non « mercatizzato » e ineguaglianza di genere.

i dati dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCDE)
mercoledì 30 marzo 2011 par ifeitalia

tratto dal sito OCDE www.ocde.org, testo in lingua originale (francese) con traduzione (a cura di IFE Italia)

« Cucina, lavoro di cura, volontariato : il lavoro non retribuito nel mondo » Uno studio dell’OCDE* , pubblicato ai primi di marzo, aggiunge nuova luce sulle ineguaglianze di genere nella distribuzione dei lavori domestici e di riproduzione sociale. E invita a pensare che le attività non « mercatizzate » corrisponderebbero ad un terzo del PIL (Prodotto Interno Lordo) mondiale se le si calcolasse nel misurare la ricchezza di un paese o e il benessere individuale e sociale di una società. Lo studio dell’OCDE sul « lavoro non retribuito » nel mondo rimette in discussione a sua volta il « sacrosanto » PIL. Lo studio segnala che i lavori domestici costituiscono una parte importante dell’attività economica, non calcolata nel PIL, e chè sarebbe necessario tenerne conto per definire la misura della ricchezza dei paesi. In questo studio Veerle Miranda, economista dell’OCDE, propone una stima del valore di queste attività non « mercatizzate ». Le cifre sono impressionanti : contribuendo in maniera significativa al benessere della società esse valgono un terzo del PIL mondiale. In Portogallo arrivato al 53% (oltre la metà !). L’OCDE si unisce così alla Commissione Sitglitz ( la Commissione che, insediata da Sarkozy si è resa protagonista di una delle più dure denuncie contro la natura e la funzione del PIL, ndr) : occorre inserire il lavoro non « mercatizzato » nel calcolo della ricchezza di un paese. E per una « corretta valutazione » è necessario tenere conto, in questo quadro, delle ineguaglianze di genere. Perchè « un tutti i paesi le donne effettuano molti più lavori di questa natura che gli uomini » ricorda lo studio OCDE.

Il « gap di genere » Gli abitanti dei paesi industrializzati dedicano il 15% del loro tempo al lavoro non remunerato (attività volontarie e domestiche, in particolare la cucina, le pulizie e i lavori di cura alle persone) . E in tutti i paese il gap di genere si materializza. Le donne dedicano a queste attività molto più tempo degli uomini. Almeno 2 ore e mezzo al giorno di media. Il gap è particolarmente significativo nei paesi meno industrializzati ( « in Messico o in India le donne passano gran parte del loro tempo in cucina o ad occuparsi della cura dei bambini mentre gli uomini sono al lavoro ») come ad esempio nell’Europa del Sud , in Corea o in Giappone.

Una importante segnalazione : laddove è alto il numero di donne che hanno un lavoro salariato risulta inferiore il numero di ore che le donne stesse dedicano ai lavori non retribuiti. Di contro aumentano quelle degli uomini. Senza che per questo l’eguaglianza ne sia sminuita. Anche nei casi estremi come in Danimarca dovegli uomini dedicano circa 200 ore ai lavori non retribuiti o in Norvegia dove sono le donne a svolgere meno lavori di questa natura. Il gap è particolarmente evidente in rapporto ai lavori di cura destinati all’infanzia. Le donne svolgono questi lavori per un tempo due volte superiore a quello degli uomini : 1h e 40 minuti in media contro i 40 minuti degli uomini. I congedi parentali, il lavoro a tempo parziale, i tassi di occupazione inferiori non bastano a spiegare questo surplus di lavoro femminile. Perche in tutti i paesi presi in considerazione dalla studio dell’OCDE, i padri che non hanno un lavoro salariato passano con i loro figli meno tempo delle donne che il lavoro retribuito ce l’hanno ( in francia per esempio 48 minuti contro 62) . Ecco confermata « la tradizionale separazione del lavoro fra i sessi ». Non solo esiste una differenza anche rispetto alla « natura » delle attività svolte con i bambini : le madri si occupano soprattutto degli aspetti psicologi e assistenziali, i padri di quelli ricreativi e ludici.

L’incidenza delle politiche pubbliche Osservata la comparazione fra paesi, lo studio OCDE arriva alla conclusione che la riduzione dello scarto fra generi è legato in una certa misura al livello di sviluppo economico. Ma che « il fattore demografico e le politiche pubbliche hanno un incidenza molto maggiore ». L’OCDE prende in considerazione a questo proposito le politiche sui congedi parentali. Costatando che « il maggior numero di congedi sono utilizzati ancora dalle donne (…) cos ache consolida i ruoli tradizionali fra sessi e nel mercato del lavoro penalizza il genere femminile ». In questo caso, come avviene nei paesi del Nord Europa, laddove il gap è meno accentuato, « un congedo paterno non trasferibile aumenta la speranza di una suddivisione più egalitaria fra madri e padri. Ma non c’è la prova , ad oggi, che ciò possa avere una qualche ricaduta anche sulla suddivisione degli altri compiti famigliari ».

Grosse opportunità di discussioni, dunque, per i ministri dei paesi dell’OCDE che si ritroveranno iln 2 e il 3 maggio prossimi a Parigi per un incontro sulle politiche sociali. Con in agenda anche queste questioni da trattare : « Quali politiche possono aiutare meglio i genitori a conciliare lavoro e responsabilità famigliari ? Come è possibile garantire la presa in carico di buone pratiche a favore delle famiglie e dei loro figli ? Cosa si può fare per raggiungere una maggiore eguaglianza fra donne ed uomini nel lavoro ? »

*Studio condotto nei 25 paesi membri dell’OCDE e in 3 paesi « emergenti » : Sud Africa, Cina ed India. .

Versione originale:

Une étude de l’OCDE, publiée jeudi 3 mars, vient fournir un nouvel éclairage sur les inégalités de genre dans le partage des tâches domestiques. Et appelle à prendre en compte les activités non-marchandes dans la mesure de la richesse et du bien-être : leur valeur correspondrait à un tiers du PIB.

Voilà un nouvel appel à revoir les indicateurs de richesse. L’étude de l’Organisation de coopération et de développement économiques (OCDE) sur « le travail non rémunéré dans le monde » remet en cause à son tour le sacro-saint PIB (Produit intérieur brut). Elle reconnaît que les travaux domestiques constituent une part importante de l’activité économique, non calculée dans le PIB, et qu’il importe de prendre en compte pour mesurer la richesse . Dans cette étude Veerle Miranda, économiste à l’OCDE, propose une estimation de la valeur de ces activités non-marchandes. Les chiffres sont impressionnants : « contributeur important au bien-être de la société », elles valent en moyenne un tiers du PIB. Jusqu’à 53% au Portugal.

L’OCDE se joint ainsi aux recommandations de la commission Stiglitz : il faut intégrer ce travail non-marchand aux calculs de la richesse. Et « pour une prise en compte plus équilibrée », il est nécessaire, dans ce cadre, de prendre en compte les inégalités de genre. Car, « dans tous les pays, les femmes effectuent davantage de travaux de cette nature que les hommes », rappelle le document.

Fossé

Les habitants des pays développés consacrent en moyenne 15% de leur temps à des travaux non rémunérés (activités bénévoles et domestiques - et avant tout la cuisine, le ménage et le soin aux autres). Et dans chacun de ces pays le gender gap, le fossé entre genres, se matérialise. Les femmes consacrent à ces activités non-marchandes bien plus de temps que les hommes. Deux heures et demie de plus par jour en moyenne. Le fossé est particulièrement important dans les pays les moins développés (en Inde et au Mexique, « les femmes passent de longues heures à la cuisine et à s’occuper des enfants pendant que les hommes sont au travail »), ainsi qu’en Europe du sud, en Corée et au Japon.

Principale remarque : plus le taux d’emploi des femmes est élevé, moins elles consacrent de temps aux tâches non rémunérées. Les hommes, en contrepartie, augmentent leur participation. Sans pour autant que l’égalité soit atteinte. Même entre extrêmes. Ainsi, les Danois sont les hommes qui consacrent le plus de temps au travail non rémunéré : près de 200 heures. Mais c’est toujours moins que les Norvégiennes, qui sont les femmes qui y consacrent le moins de temps

Le fossé est particulièrement visible dans le cas particulier des soins consacrés aux enfants. Les mères leur vouent plus de deux fois plus de temps que les pères : 1h40 en moyenne, contre 42 minutes. Le congé maternité, le moindre taux d’emploi des femmes, le taux partiel qui les concerne bien plus... tous ces éléments ne suffisent pas à expliquer cet écart. Car dans presque tous les pays étudiés, l’OCDE constate que les pères sans emploi passent moins de temps avec leurs enfants que les mères qui travaillent (en France, 48 minutes contre 62). Voilà qui « confirme la traditionnelle division du travail entre les sexes ». Le fossé se retrouve aussi dans la nature des activités auprès de l’enfant. Les mères s’occupent davantage des soins physiques et de la surveillance ; les pères des activités éducatives et récréatives

Incidence des politiques publiques

Au vu des comparaisons entre pays, le document conclut que la réduction des écarts de genre est liée dans une certaine mesure au niveau de développement économique. Mais « les facteurs démographiques et les politiques publiques ont en général une incidence beaucoup plus importante ».

Du grain à moudre pour les ministres des pays de l’OCDE qui se retrouveront les 2 et 3 mai à Paris pour une réunion sur les politiques sociales. Avec ces questions au menu : « Quelles politiques peuvent aider au mieux les parents à concilier travail et responsabilités familiales ? Comment pouvons-nous assurer que nous prenons les bonnes mesures pour les familles et les enfants ? Que faut-il faire pour parvenir à une plus grande égalité entre les sexes dans l’emploi ? ».

(1) Etude menée auprès de 25 pays membres de l’OCDE et de 3 pays émergents : Afrique du Sud, Chine et Inde.

Traduzione: IFe Italia


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