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La soglia della scelta - [IFE Italia]
IFE Italia

La soglia della scelta

di Antonia Sani
sabato 23 luglio 2016

Riceviamo dall’autrice e volentieri pubblichiamo.

L’articolo si può trovare anche sul sito : http://www.italialaica.it/news/arti...

Il titolo di questa mia riflessione muove da un’esigenza forse non da tutti e tutte percepita come indispensabile in ogni atto della nostra vita quotidiana per poter aspirare alla possibilità di un mondo diverso.

Si è portati a pensare che le scelte riguardino momenti particolari della nostra esistenza, ma non è così.

Ad es. Ivan Illich, un po’ storico, filosofo, scrittore, noto in Italia soprattutto negli anni 70, poneva la soglia nel discrimine tra necessità e bisogni.. I “bisogni” -a suo giudizio- inducono a scelte introdotte nella nostra vita dal mercato, da “beni” che ci vengono propinati come irrinunciabili, mentre le ”necessità” rispondono a diritti fondamentali che spesso finiscono per essere oscurati da scelte indirizzate verso consumi indotti. A suo giudizio, la soglia in favore dei bisogni non dovrebbe essere mai consapevolmente valicata….

Ne fanno le spese i diritti dei più deboli a vantaggio di coloro che trovano il modo di soddisfare i propri “bisogni”…. Ecco, dunque, come anche nella quotidianità, superare una soglia in nome di semplici esigenze personali può portare come conseguenza la sottovalutazione -da parte delle istituzioni e perfino degli stessi interessati- di necessità collettive come sono la cura della salute, l’accesso all’istruzione, il diritto al cibo e alla casa.

Ma facciamo un passo un po’ indietro nei secoli, e andiamo a vedere come si è affermata la libertà di scelta degli individui nell’ambito del diritto naturale che contempla norme di condotta intersoggettive universalmente valide e immutabili, a partire dalla filosofia classica.

La religione cristiana ha accolto nel suo ordine il diritto naturale innestandovi la propria dottrina: Dio onnipotente è il Creatore dell’ordine naturale ma ha dotato l’uomo della ragione, ossia della capacità di conoscere e di scegliere. Ma soprattutto di “distinguere”. Distingue frequenter affermava Tommaso d’Aquino.

Un’eco della visione cristiana del diritto naturale si rispecchia addirittura nella mediazione di cui è frutto l’art. 29/Cost, laddove si legge “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale, fondata sul matrimonio” (definizione che faceva arrabbiare Mario Alighiero Manacorda: “in quale stato di natura è mai esistita la famiglia odierna?”- amava ripetere…).

Ma torniamo alla “ragione”. Ricordate il famoso epitaffio sulla tomba di Kant così tradotto nella nostra lingua: "Due cose riempiono il mio animo di meraviglia: il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me”. Mi pare importante percorrere qualcuna delle tappe fondamentali, dall’accettazione delle norme intersoggettive universalmente valide e immutabili del diritto naturale all’affermarsi sempre più diffuso di nuove forme di libero arbitrio, già patrimonio della religione cristiana.

Per Kant l’essere umano era dotato di volontà pura, ma determinata esclusivamente dall’esperienza. Attuando l’azione morale, esso può accedere al mondo soprasensibile. L’azione morale deve fare riferimento a regole generali universali, ossia valevoli per tutta l’umanità e in ogni tempo, a cui sottostanno massime e imperativi. Cosa sono gli imperativi? Sono principi pratici oggettivi, ossia doveri, regole, che esprimono la necessità oggettiva dell’azione.

Ma, gli aspetti emozionali –secondo Kant- deviano le azioni umane dai comandi della ragione. Qui sta una delle chiavi di volta con cui oggi dobbiamo fare i conti.

E’ sempre così, o gli impulsi di sentimenti rivolti alla conquista di nuove libertà sollecitano la ragione a frontiere inedite?

L’immutabilità e la validità intersoggettiva delle norme del diritto naturale sono state messe in crisi da movimenti che ovunque nei paesi occidentali a partire dal XIX secolo hanno spinto a rivendicare il libero arbitrio nella forma dell’autodeterminazione in scelte ritenute indiscutibili, come la maternità, il fine vita.

La soglia della scelta è ancora l’imperativo categorico? O la liberazione della ragione da condizionamenti atavici, da pregiudizi, fondamentalismi, sottomissioni ai patriarcati, non riconosce più la legge morale in noi?

Una strada -a nostro modesto giudizio- c’è, se all’imperativo categorico intersoggettivo sostituiamo il principio della laicità cui ogni essere umano dà un proprio contributo personale.

Laicità è rifiuto dell’assoluto, confronto, apertura al dubbio, distinzione, accettazione e rispetto delle diversità ma tutela della pari dignità di uomini e donne, lotta alle discriminazioni, difesa dei diritti, rifiuto della violenza, del potere patriarcale, in una parola rifiuto di tutto ciò che è imposizione, che contrasta con la ragione.

Come si vede ne vien fuori la definizione di una morale non imposta, ereditata dall’appartenenza religiosa e/o seguita supinamente, ma testimoniata giorno per giorno da scelte quotidiane, alla quale uniformare con coerenza i nostri comportamenti. Comporta anche difficili disobbedienze, a causa di appartenenze spesso intrecciate e confuse con la nostra identità.

Al principio di laicità si uniformano anche i Parlamenti e i Governi democratici che promulgano leggi che rispettano la libertà come autodeterminazione di uomini e donne, leggi leggere, che non obbligano le donne, come dice il prof. Donatelli del Comitato di Bioetica, “a vivere nell’ansia di libertà” ma garantiscano –soprattutto alle donne- spazi personali, nell’ambito di una normativa che presenti i caratteri della laicità.

Un primo banco di prova è rappresentato dalla nostra relazione con bambini e bambine, che non sono proprietà dei genitori (lo dimostra anche la celebre narrazione evangelica di Gesù Cristo tra i dottori del Tempio), né hanno diritto -come è ovvio- ad essere cresciuti esclusivamente dai genitori biologici. Eppure bambini e bambine vengono trattati/e come proprietà esclusiva dei genitori -biologici o adottivi- nei nostri paesi civili, quando si tratta di esporli/e come merce per reclamizzare questo o quel prodotto o per esibirli come marionette per il divertimento degli adulti (ad es. nella trasmissione di Floris, “di martedì”).

Ma veniamo al punto cruciale: la libertà di scelta educativa. La Carta dei diritti dell’Uomo approvata dall’ONU nel 1948 contiene una profonda contraddizione rispetto alla Carta dei diritti del Fanciullo.

All’art. 26.3 si afferma che “i genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli”, ma nella Carta dei diritti del Fanciullo, all’art.10 si legge: “Egli deve essere educato in uno spirito di comprensione, di tolleranza, di amicizia tra tutti i popoli, di pace e di fraternità universale e nella consapevolezza dei suoi simili”.

La nostra Costituzione non parla di libertà di scelta educativa, ma di diritto-dovere dei genitori (art.30) “a mantenere, educare e istruire i figli anche se nati fuori dal matrimonio”.

Quale soglia, dunque?

Certamente la laicità, se vogliamo future generazioni non più vittime/strumento di odi razziali, religiosi, di comportamenti omofobi, di violenze nei confronti delle donne. che oggi vengono trasmessi in gran parte proprio dalle tradizioni famigliari. (Cfr.. Sent. del Giudice del Lavoro di Rovereto in favore dell’insegnante di una scuola cattolica cui non fu più rinnovato il contratto per sospetta omosessualità). Il principio di laicità rappresenta un limite anche nell’esercizio della patria potestà.

E a questo proposito voglio citare un’esemplare sentenza della Corte di Cassazione, la 2656 del 2008, con la quale venne rigettato un ricorso presentato dai genitori di una Scuola primaria di Bolzano che si opponevano all’introduzione dell’Educazione Sessuale nella classe della figlia senza la loro approvazione. La Corte riconosce all’istituzione scolastica “piena autonomia e libertà di insegnamento anche quando contrasti con le convinzioni morali e personali dei genitori. Si ravvisa nell’amministrazione scolastica il potere di svolgere la propria funzione istituzionale con scelte di programmi e metodi didattici potenzialmente idonei a interferire ed anche eventualmente a contrastare con gli indirizzi educativi adottati dalla famiglia o con le impostazioni culturali e le visioni politiche esistenti nel suo ambito nell’insegnamento di specifiche discipline…”.

Questa importante sentenza si fonda sul concetto di libertà d’insegnamento e pluralismo culturale contemplati nella nostra Costituzione democratica, ma anche sul rispetto degli Organi Collegiali della scuola che vedono nel C.d.d. l’organo della programmazione didattica “sulla base dei criteri generali stabiliti dal Consiglio di Istituto”, criteri che nella scuola di uno Stato laico non possono contrastare coi principi costituzionali. Infatti è in questo senso che va interpretata la sentenza della Corte: non è un’asettica amministrazione scolastica, ma la gestione democratica della scuola dopo l’entrata in vigore degli Organi Collegiali a rispondere dei percorsi formativi proposti alle classi.

L’unico diritto di bambini e bambine in ogni parte del mondo è la loro crescita in un ambiente sereno, che dia loro amore e strumenti adeguati alla loro formazione; che li preservi da ogni attacco alla loro dignità.

Vorrei tornare in via di conclusione su una delle questioni cruciali che il nostro paese sta vivendo, in attesa che venga dal parlamento affrontata una legge relativa alla scelta del fine vita.

Alludo alla recente normativa sulle unioni civili e alla recentissima sentenza relativa alla possibilità -sia pure limitata a un singolo caso- di adozione del figlio della partner.

Credo che impedire scelte di vita dettate dall’amore, qualsiasi sia il sesso dei soggetti, sia inaccettabile e anche discriminante. La soglia è il rispetto della persona umana, e, nel caso in cui siano coinvolti bambini e bambine, l’impegno della coppia omosessuale ad assicurare quella serenità che peraltro nemmeno le famiglie cosiddette “normali" sono spesso in grado di garantire.

Non parlerei di “utero in affitto” o di “surroga”. Mi piacerebbe parlare di “utero in dono”, rispolverando la nota teoria del dono avanzata da Marcel Mauss qualche decennio fa: “dono e ricambio”, quindi, relazione autentica tra le parti coinvolte.

Del resto, di un po’ di “dono” già si parla nella distinzione nella surroga tra maternità “tradizionale” e maternità “gestazionale”, tra maternità “altruistica” e “commerciale” (quest’ ultima da bandire in ogni legislatura, seppure accolta nella legislazione di paesi “civili”).

Capisco che in un mondo a due velocità, dove mercato e sfruttamento sembrano le uniche realtà praticabili, l’idea dell’utero in dono può fare solo sorridere.

Così come parlare di solidarietà concreta, di un mondo senza guerre, senza violenze, senza quelle armi già stigmatizzate dal poeta latino Tibullo, può fare solo sorridere.

Ma è questa la sola utopia che ci indica l’orizzonte di un mondo diverso, la sola direzione nella quale orientare il nostro lavoro di donne e di uomini alle soglie del terzo millennio p. Ch. n., attente/i a cogliere gli indizi di cui tuttavia il terreno e’ disseminato.


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