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Non si tratta di trash televisivo - [IFE Italia]
IFE Italia

Non si tratta di trash televisivo

di Degender Communia
venerdì 24 marzo 2017

Su sessismo e misoginia in RAI.... e non solo.

Fonte: http://www.communianet.org/node/1980

Sul primo canale della TV di Stato va in onda una grafica sessista e razzista con sei “motivi per scegliere una fidanzata dell’Est”. Infuria la polemica sul web, la Rai prima si scusa, poi annuncia la chiusura del programma.

Si potrebbe riassumere così la vicenda che ha coinvolto il programma “Parliamone sabato”, la sua conduttrice Paola Perego, i suoi autori e tutta la dirigenza Rai. Si potrebbe addirittura chiuderla così e cantare vittoria. Ma di fronte a una televisione, pubblica e privata, che quotidianamente diffonde contenuti machisti, xenofobi, misogini e omolesbotransfobici c’è poco di cui gioire e questa chiusura assume la sua reale portata: è un risultato piccolissimo. E per questo mercoledì 22 marzo, a partire dalle 14, saremo al presidio di Non Una Di Meno sotto la sede Rai di Viale Mazzini.

I contenuti trasmessi dai cosiddetti programmi di intrattenimento sono una delle tante forme che assume la violenza maschile sulle donne. Sono, vista la pervasività dei mezzi attraverso i quali sono trasmessi, la forma più pericolosa, quella che genera la cultura della violenza e la instilla nell’opinione pubblica. Tanto più se si considera che quella grafica è stata presa dalla rete. Quella lista è solo un esempio, clamoroso perché diventato virale sui social media, del linguaggio che viene utilizzato quotidianamente nei vari “salotti televisivi” quando si parla di donne, con l’alibi dell’ironia, della TV trash e del politicamente scorretto.

La stessa conduttrice lo introduce come un tema “un po’ leggero: quello del fenomeno delle donne dell’Est”; donne che poi diventano prima “minaccia”, ladre di uomini, e poi “regalo”, oggetto di piacere degli uomini italiani; in contrapposizione le “terrone” italiane sono “una meravigliosa burrata”; si passa naturalmente per il “mogli e buoi dei paesi tuoi” purché siano “sessualmente allegre” come le donne dell’Est; l’immancabile uomo che ribadisce che “l’uomo deve essere il capo famiglia” e la conclusione di una donna: “devo tifare per il mio bellissimo paese perché le tradizioni italiane le abbiamo noi e sono nostre”. Di frasi del genere ne sentiamo ogni giorno, ne è piena la televisione e chiudere “Parliamone sabato” non è che un piccolo tassello. Per quanto doverosa la chiusura del programma, la sua conduttrice e i suoi autori non possono essere le uniche vittime sacrificali. La televisione italiana è il fanalino di coda d’Europa per la rappresentazione del corpo e del vivere delle donne. Diversi studi dimostrano che i ruoli delle donne in Tv sono nella maggior parte dei casi decorativi o ricalcanti degli stereotipi caricaturali: madre, casalinga, puttana, in carriera... Sono oggetti decorativi in carne ossa, le veline, le vallette sorridenti. Le telecamere indugiano sui seni e sui fondoschiena. Si soffermano sulle bocche ammiccanti. Queste donne sono mute e se vengono interpellate è per delle banalità. Ne consegue la rappresentazione di una donna superficiale e incapace. E i casi gravi non sono pochi: chi non ricorda Flavia Vento messa in una gabbia di plexiglas a incarnare fisicamente le gambe del tavolo del conduttore Teo Mammuccari?

È tempo di denunciare non solo il fallimento della televisione nel rappresentare la società, ma la sua quotidiana azione dannosa, tesa a incrementare le discriminazioni fra i generi. È tempo di chiedere alla televisione pubblica di stare al passo coi tempi e di rendersi permeabile alle istanze di un’Italia che si trasforma. È tempo di inaugurare nuovi caroselli che sappiano rappresentare e dare voce alle differenze e che svolgano un ruolo chiave nell’educare al rispetto e nel fornire strumenti di comprensione delle trasformazioni della società tutta. Perché la televisione delle signorine buonasera era già anacronistica negli anni Sessanta e Settanta, mentre in tutto il mondo imperversavano i movimenti femministi e le donne prendevano la rincorsa lungo il loro cammino per l’emancipazione.

Non dobbiamo cedere a chi vuole ridurre questo fenomeno ad una mera questione di trash televisivo. Tanto più che il caso specifico del “fenomeno delle donne dell’Est” è l’esempio perfetto dell’intreccio tra genere, razza e classe sociale. Quello delle donne che lasciano il loro paese per venire a svolgere i lavori di cura è un fenomeno che va posto nella sua dimensione reale: mercificazione dei ruoli di genere e sfruttamento del lavoro. Si tratta di una vera e propria “catena della cura globale” che, spiega Cinzia Arruzza in Storia delle storie del femminismo (Alegre, 2017) “viene creata a partire da una donna in un paese a capitalismo avanzato che – non essendo in grado di svolgere il lavoro di riproduzione sociale che le viene tradizionalmente richiesto in quanto impiegata anche nel mercato del lavoro formale, a causa dell’assenza dei servizi pubblici e accessibili di cura e del sessismo culturale che ostacola una condivisione egualitaria di questo lavoro col partner – impiega una donna di uno strato sociale più svantaggiato o migrante. Questa a sua volta avrà bisogno di ricorrere a un’altra donna nel paese d’origine, che svolga il lavoro riproduttivo che lei non può svolgere in quanto impiegata altrove”. Le donne che vogliono mantenere il proprio posto di lavoro, il proprio pezzetto di emancipazione in una società che le vorrebbe incapaci, lottano tutti i giorni contro un sistema che la costringe a prendere in carico in forma esclusiva la cura di figli, anziani... e perché no, mariti! È in virtù della disponibilità di tempo che questo lavoro di cura richiede, che nel lavoro formale sono più ricattate e in generale guadagnano meno. Lo dicono i numeri: nel 2016 l’Italia arretra di ben 9 posizioni nella classifica mondiale sulla differenza di salario fra uomini e donne. A questo dato se ne aggiunge un altro: solo il 54 per cento delle donne italiane ha un lavoro. Che il welfare nel nostro paese sia soprattutto familiare, lo si può apprendere da altri dati collaterali, come il gran numero di giovani sottopagati che faticano ad abbandonare la casa genitoriale. E in ultimo, le battute di un ex premier che in anni recenti consigliava alle giovani donne la ricerca di un marito ricco come rimedio alla disoccupazione dilagante.

In Italia si stimano oltre 830 mila badanti (dati 2015) e il 90 per cento è di origine straniera. Il 26 per cento sono lavoratrici senza permesso di soggiorno, il 30,5 per cento hanno un permesso regolare ma sono senza contratto mentre e solo il 43,5 per cento lavora in regola. Sappiamo anche dei disastrosi effetti che la catena globale della cura produce sulle giovani generazioni che crescono all’Est con i soldi guadagnati in Europa dalle loro madri, in quei paesi che tuttavia non sono disposti ad accoglierli: la depressione e i suicidi sono aumentati nei paesi dove gli orfani bianchi sono ormai un fenomeno sociale. I dati del 2014 mostravano come su 5 milioni di bambini romeni fossero 750 mila quelli con almeno un genitore all’estero. E che l’80 per cento di questi bambini sviluppava dei disturbi in relazione con la forte nostalgia e il senso di abbandono.

La provenienza diffusa dall’Est Europa è in linea con la tendenza all’etnicizzazione del lavoro tipica della nostra economia: ha interessato prima le donne e gli uomini provenienti dalle Filippine, e si estende in altri settori: così come spesso di sente dire che i pizzaioli sono egiziani, i fruttivendoli pakistani o marocchini, etc etc. Questa etnicizzazione è il risultato, anche qui, dell’assenza di welfare e sistemi di collocamento formali, che sono sostituiti dalle comunità straniere che si formano col tempo nelle città e nei piccoli centri. Il passaparola e l’informalità spingono a occupare interi settori, non a caso ai margini del mercato del lavoro in termini di retribuzione.

Le donne provenienti dall’Est sono diventate negli anni sinonimo del lavoro di cura, impiegate in misura maggiore come badanti, bambinaie e nei servizi domestici. Ed è proprio da questi ruoli che ne deriva la descrizione grottesca e caricaturale che è emersa nella trasmissione di Paola Perego: una donna brava nelle faccende domestiche, premurosa, remissiva, senza altro pensiero che compiacere la famiglia che la impiega. Andando a indagare le condizioni di queste cosiddette “donne dell’Est”, scopriamo un mondo fatto di salari da fame, diritti negati, regolarizzazioni lavorative avvenute – quando e se – per mezzo di condoni. Sappiamo di donne a cui è richiesta una prestazione h24 in cambio di un salario che non permette loro nemmeno l’affitto di un’abitazione autonoma. Di donne che poi sono aspramente giudicate se il frutto di questa convivenza forzata si formalizza in un matrimonio, che spesso rappresenta la prima vera forma contrattuale ricevuta in un Paese, l’Italia, che non fornisce nessuna garanzia effettiva. Se non il ricatto morale di sentirsi dire, (a quante sarà capitato?) “ti credevamo una di famiglia”, alla prima richiesta di aumento, ferie o permessi. 24 ore su 24 sotto lo sguardo di altre donne, ma anche di uomini. Giornate intere a disposizione dello sguardo altrui, magari subendo pressioni e molestie senza avere altro posto dove andare, e poi diventare colpevole del proprio corpo, di essere oggetto del desiderio in modo intenzionale. E così, le donne dell’Est sarebbero, per la volgare televisione, sempre sexy, sempre disponibili, alla mercé dei padroni di questo lato d’Europa che può ancora esercitare un potere economico e sentirsi forte, macho.

Oggi vennero i luoghi comuni sessisti e razzisti sulle donne dell’Est, noi non abbiamo voltato la faccia: per questo siamo qui. A difendere la dignità delle donne e a costruire un mondo idoneo ad accogliere la società che stiamo cambiando. Tutte insieme, NON UNA DI MENO


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