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Lo spazio non-misto: una necessità politica - [IFE Italia]
IFE Italia

Lo spazio non-misto: una necessità politica

di di Christine Delphy
lunedì 4 giugno 2018

per leggere tutto l’articolo:

http://www.communianet.org/gender/l...

Vorrei parlarvi in questa sede dei diversi significati della “mixité”, in particolare (ma non esclusivamente) riguardo alla “mixité”, e alla “non-mixité”, tra i sessi.

La “non-mixité” subita

La “non-mixité” è prima di tutto un’imposizione del sistema patriarcale, che esclude le donne per principio, considerandole come se non facessero parte della società politica – di diritto in Francia fino al 1945, di fatto ancora oggi. Il mondo è governato da club di uomini: a livello internazionale, ONU, OSCE, NATO; a livello nazionale: governi, le cariche decisionali delle amministrazioni, delle forze armate, dei ministeri corrispondenti. Club di uomini anche nella Francia “dal basso”, nei comuni, tra le amicizie, nelle innumerevoli partite di bocce tra amici, i pescatori, tra chi pratica sport nuovi e tradizionali; la caccia, per esempio, è ben sorvegliata da più punti di vista.

La “mixité” senza l’uguaglianza

Contro tale accaparramento di potere, un’idea diffusa è che “ci mancano le donne” e che la loro presenza, e quindi la “mixité”, basterebbe a ristabilire l’equilibrio e ad assicurare l’uguaglianza. Quest’idea richiama due considerazioni. Innanzitutto, la “mixité” dal punto di vista degli uomini non è il 50% delle donne, ma circa il 20%. In condizioni di parità si sentono minacciati, come ha chiaramente ribadito il Ministro della Giustizia M. Dominique Perben, temendo una “femminilizzazione della Magistratura” - definita chiaramente come un male, senza bisogno di spiegazioni. Inoltre, considerare la parità numerica come garante dell’uguaglianza è un abbaglio madornale. Quale luogo è più misto di quello della famiglia? Eppure dove ritroviamo più ineguaglianze, tra marito e moglie, tra genitori e bambini/e? Si obietterà che però è più diffusa una visione egualitaria del matrimonio. Certamente. Ma in attesa che tale idea faccia il suo cammino, le violenze maschili all’interno del contesto matrimoniale sono la prima causa di mortalità delle donne tra i 18 e i 44 anni, prima del cancro o degli incidenti stradali, su scala mondiale. Riguardo ai/alle bambini/e, se i pedofili assassini – ovvero degli estranei – ne uccidono qualche dozzina l’anno, i genitori francesi ne uccidono qualche migliaio l’anno per un nonnulla. E sappiamo che la gerarchia non impedisce affatto l’intimità, al contrario: non c’è più grande intimità di quella tra i padroni e gli schiavi domestici. All’interno di scuole e licei, la “mixité”, così com’è praticata, ha portato alla persecuzione di bambine e ragazze, all’iper-sessualizzazione delle condotte dei due sessi, e tale “mixité” non riesce ad evitare la “non-mixité” che si sviluppa comunque al suo interno, visto che i bambini fin dalle elementari formano gruppi che escludono le bambine. È così che molto presto iniziano a praticare una socialità mono-sessuata, e sappiamo che sono le risorse informali di socialità che determinano in gran parte le carriere nel mondo del lavoro, dove gli uomini continuano a cooptarsi tra loro perché, potremmo semplicemente notare, non hanno delle amiche femmine. Le donne, escluse, non auspicano la “non-mixité” che è loro imposta: esse si augurano, come tutti i soggetti dominati, di riavvicinarsi al gruppo dominante. E sperano anche, in generale, di convincerlo che le tratta male. Davanti al fallimento di tale strategia di persuasione amicale, il movimento di liberazione delle donne del mondo occidentale, nel 1970, ha scelto la “non-mixité” per le sue riunioni. Ma appunto, una “non-mixité” scelta, e non imposta.

La “non-mixité” come scelta

La pratica della separazione, della “non-mixité”, è semplicemente la conseguenza della teorizzazione dell’auto-emancipazione. L’auto-emancipazione è la lotta degli oppressi per gli oppressi. Questa semplice idea sembra dover essere riscoperta da ogni generazione politica. Negli anni ’60, essa è stata dapprima riscoperta dal movimento americano per i diritti civili che, dopo due anni di lotta mista, ha scelto di creare dei gruppi di neri chiusi ai bianchi. Era e rimane la condizione: → perché la loro esperienza di discriminazione e umiliazione possa essere raccontata senza la paura di far pena ai bianchi; → perché il rancore si possa esprimere – si debba esprimere – liberamente; → perché l’ammirazione che gli oppressi (nonostante la condizione di rivolta) non possono evitare di provare per i dominanti – i neri per i bianchi, le donne per gli uomini – non giochi un ruolo capace di dare peso maggiore ai rappresentanti dei gruppi dominanti. Perché nei gruppi misti, neri-bianchi o donne-uomini, e in generale nei gruppi di dominati e dominanti, è la visione dominante del pregiudizio subito dal gruppo dominato che tende a... dominare. Gli oppressi non solo devono dirigere la lotta contro i loro oppressori, ma precedentemente devono definire tale oppressione e loro stessi in rapporto a questa. È per questo che la “non mixité” voluta, la “non-mixité” politica, deve rimanere la pratica di base di tutte le lotte; ed è solamente così che i momenti di lotta misti – perché ci sono e devono esserci – non avranno la tendenza a degenerare verso una restaurazione addolcita della dominazione stessa.

P.S. Questo testo, inedito nella sua forma scritta, è stato esposto oralmente l’8 maggio 2006 in occasione della festa dei 50 anni del Monde Diplomatique. Lo abbiamo riprodotto con l’autorizzazione della sua autrice. Il titolo e i titoli dei paragrafi sono stati aggiunti dal collettivo “Le mots sont importants”.

Sulla distinzione tra “mixité” subita e “mixité” scelta, vedere Sylvie Tissot e Pierre Tevanian, La mixité contre le choix. Les ambiguités des politiques publiques de « lutte contre les ghettos ».

*Fonte articolo: http://lmsi.net/La-non-mixite-une-n... Traduzione a cura di Federica Maiucci e Marco Marchese


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