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Modernità e arcaicità, i nessi da ricercare - [IFE Italia]
IFE Italia

Modernità e arcaicità, i nessi da ricercare

di Lea Melandri
sabato 3 novembre 2018

Quando Elvio Fachinelli scrisse Gruppo chiuso o gruppo aperto? (“Quaderni piacentini”, n.36, novembre 1968) per raccontare l’esperienza del gruppo analisi fatto all’università di Trento, nel controcorso intitolato “Psicanalisi e società repressiva”, il processo di settarizzazione che avrebbe fatto seguito alla forza contagiosa del Sessantotto era solo un presagio o una prefigurazione di sviluppi possibili. Da lì a pochi mesi, infatti, la “dissidenza giovanile” perdeva la sua spinta all’accomunamento per ripiegarsi su una protesta irrigidita e isolata: “fortezze ideologiche poste al limite del deserto”.

Non tenute nel dovuto conto, le tendenze alla passività e alla soggezione, avevano agito indisturbate dando luogo a raggruppamenti più consoni al bisogno di protezione e sicurezza. Il meccanismo che porta a divisioni e chiusure in un tutto omogeneo non era nuovo alla storia:

“la coesione del gruppo – scriverà lo stesso Fachinelli – si fonda sulla presenza di un altro gruppo all’esterno ad esso (…) quanto più il gruppo è internamente debole, incerto, diviso, riesce a dargli momentaneamente una sua unità e una sua forza”.

C’entra tutto questo con il cambiamento culturale e politico – ma qualcuno dice “antropologico”- che si è abbattuto sulle democrazie dell’Occidente, già rese fragili dalla crisi economica, da una globalizzazione selvaggia, da disuguaglianze tra ricchi e poveri sempre più marcate, dall’allargamento incontenibile delle zone di guerra e dalle conseguenti ondate migratorie? C’entra se teniamo conto di quanto di “arcaico” passa, prima inosservato e poi di una visibilità che acceca, nella situazione in cui ci troviamo oggi a vivere, se riusciamo a sciogliere l’annodamento tra attualità e inattuale, tra modificazioni e permanenze che abitano e inquietano ogni presente.

Mi chiedo se a riportare in auge bisogno di identità e appartenenze, identificate con anacronistiche idee di patria e di nazione, non sia la complessità sempre maggiore dei fenomeni che abbiamo davanti, la confusione e a volte persino l’interscambilità di comportamenti, valori, scelte visti da sempre come fortemente divaricati.

A portare il segno di questa moderna Babele sono non a caso le parole, materia facile da manipolare e distorcere verso un significato o l’altro. Alcune – come “popolo”, “sicurezza”, “libertà”, “genere”, “globalizzazione”, “individuo”- si potrebbe dire che godono di una inedita trasversalità, se ciò non comportasse anche ingannevoli stornamenti. Parole sono anche quelle con cui si tenta di catturare e definire intrecci, sovrapposizioni, perdite di significati noti. Penso, per esempio all’espressione “rosso bruni”, usato quasi sempre criticamente per sottolineare parentele, antiche o strumentalmente improvvisate, tra opposte radicalità di destra e di sinistra.

Ancora più sorprendente è l’innesto di culture diametralmente opposte nell’uso che il cattolicesimo più conservatore fa del termine Gender Theory: non educazione alle differenze di genere, uscita da binarismi diventati norma – eterossessualità, divisione sessuale del lavoro, ecc.-, ma ritorno alla famiglia e ai ruoli tradizionali del maschio e della femmina.

Ma, se guardiamo bene, a prevalere in ogni caso è la semplificazione, la difficoltà a uscire dalle polarizzazioni che conosciamo, per trovare “nessi”, per quanto ambigui e contraddittori, tra fenomeni astrattamente contrapposti. Se l’opposizione al neoliberismo trova un comune punto di contrasto all’individualismo competitivo ed egoistico nella riscoperta di comunità chiuse, Stati sovrani e patrie ideali, è perché è ancora sfuggente la consapevolezza di quell’“imprevisto” che è la comparsa sulla scena pubblica dell’individuo o, se si preferisce, della singolarità dell’umano, di un sesso o dell’altro, nella sua interezza: corpo e pensiero, sentimenti e ragione.

Che siano state le donne per prime ad aprire la strada a una soggettività inedita e a una pratica politica capace di ripensare, fuori da separazioni secolari, il legame tra corpo individuo e legame sociale, non dovrebbe meravigliare. Escluse dal governo del mondo e confinate in ruoli sessuali e riproduttivi dati falsamente come “naturali”, la loro nascita alla polis non poteva che avvenire attraverso la creazione di una individualità femminile autonoma da modelli imposti: la complementarietà delle figure di genere, ma anche l’astrattezza delle “libertà” su cui la comunità storica degli uomini ha costruito la sua concezione dell’economia, della politica e della cultura in generale.

Fare i conti con tutto ciò che è stato considerato “non politico” non poteva che terremotare le certezze su cui sono nate sia la famiglia che le istituzioni dello Stato, ma anche l’idea di Male e di Bene, di giustizia e prevaricazione, di amore e violenza.

Solo riconoscendo quel salto della coscienza storica che è stata la nascita del femminismo si può sperare di aprire prospettive nuove contro il rischio di un ritorno di barbarie già note.


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