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Femminicidi: Troppi silenzi, pubblici e privati - [IFE Italia]
IFE Italia

Femminicidi: Troppi silenzi, pubblici e privati

di Lea Melandri
domenica 11 novembre 2018

Verso il 25 novembre : giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne.

Riceviamo dalla rete e volentieri pubblichiamo.

Violentano e uccidono. Gli stupri di cui si ha notizia avvengono per strada, i femminicidi quasi sempre tra le mura domestiche. «Il boia – si leggeva negli striscioni della grande manifestazione dei collettivi femministi e lesbici del 2007- ha le chiavi di casa». Gli aggressori sono uomini di cui generalmente si dice che abbiano condotto una vita normale fino al giorno in cui – spesso a seguito di una separazione- hanno impugnato un’arma. Vittime: una moglie, una fidanzata, un’amante. Nel corso di quest’anno sono 78 le donne uccise, l’ultima pochi giorni fa a Sala Consilina, nel Salernitano, bruciata viva dal convivente.

LA SERIALITÀ, nello spettacolo come nella vita reale, ha il potere di spegnere sorpresa, emozione e, alla lunga, anche la voglia di pensare. Si assiste, si registra il dejà vu, e se resta un po’ di forza si scrive su fb a lettere cubitali “Basta!”. Anche i tentativi di stornamento – il mostro è lo straniero- sembra che abbiano i giorni contati, come l’ipocrisia di chi non si arrende a chiamare la violenza contro le donne col suo vero nome: sessismo. Allora vuol dire che non c’è più niente da fare, che non resta che rassegnarsi e di tanto in tanto comparire sulle piazze con slogan e manifesti ormai logori per il silenzio che va crescendo intorno? Il silenzio è di uomini ma anche di donne inconsapevoli del potere che è passato sul loro sesso, o arrese per troppe delusioni.

SONO PASSATI sette anni da quando una imponente manifestazione, Se Non Ora Quando, portò al declino il berlusconismo, che aveva offeso la dignità delle donne, ridotte a «oggetto di scambio sessuale». Oggi non si tratta più di pudore e di rispetto, ma di ripetuti attentati alla loro vita.

DOVE SONO finiti i giornali, le televisioni che allora sostennero a gran voce la necessità di una mobilitazione del femminismo, dato fino a quel momento per silenzioso o morto? La verità è che, se i femminicidi sono tornati a essere solo casi di cronaca nera per la maggior parte dell’opinione pubblica, è perché non possiamo incolpare un governo – anche se ha il volto di un uomo, come Matteo Salvini, che semina odio, xenofobia, misoginia, omofobia – , e perché non c’è nessun partito che possa trarre vantaggi elettorali da una causa come questa.

LA VIOLENZA di maltrattamenti, atti persecutori che degenerano in aggressioni mortali, gode di molteplici coperture: la riservatezza del privato, la vergogna e talvolta persino il senso di colpa della donna che la subisce, la paura di esporsi con una denuncia, ma anche l’esitazione a vedere l’odio in quella che è stata una relazione intima. Riconoscerla, quanto meno a parole, come «fenomeno strutturale», legarla alla storia del dominio di un sesso sull’altro, alla cultura che le donne hanno loro malgrado dovuto fare propria, evidentemente non è bastato ad aprire quelle porte di casa, a districare il perverso annodamento di amore e violenza, sentimenti e logiche di potere, la tenerezza dell’uomo-figlio e la tirannia del marito-padrone.

UOMINI che oggi si interrogano sul peso che ha avuto la «virilità» nella loro formazione e nei modelli di civiltà finora conosciuti non mancano, ma sono l’esigua minoranza che i media, non a caso, si guardano bene dal portare a conoscenza di un vasto pubblico.

È DAVVERO paradossale che, in una delicata fase storica, come quella che stiamo attraversando, sospesa tra nuove, promettenti prospettive antropologiche di cambiamento e l’insorgenza di forme arcaiche di barbarie, non ci si ponga la domanda più ovvia: perché la libertà delle donne, ma anche quella di soggetti che escono dall’ombra di un secolare discredito per chiedere un qualche risarcimento- come i poveri, i migranti in fuga da guerre, disastri ambientali, tirannie e fame- fanno tanta paura? Quali fragilità, dipendenze sono rimaste innominabili dietro l’apparente autonomia della comunità storica degli uomini? Perché ancora tanta omertà?

Viene il dubbio che, sotterraneamente, si sia fatta strada la consapevolezza del capovolgimento avvenuto all’origine della specie che, come dice Rousseau, ha visto il più forte soggiacere al più debole, il potente corpo materno farsi umile e bisognoso di protezione agli occhi del figlio, una volta divenuto padre di se stesso. Nel momento in cui le donne non si fanno più trovare nei luoghi e nei ruoli in cui sono state messe, a sostegno dell’individualità e del compito sociale dell’altro sesso, anche la figura dell’uomo si rimpicciolisce, come scrive Virginia Woolf, «diventa meno adatta alla vita».

NON SI CAPISCE altrimenti perché la separazione, quasi sempre al seguito di maltrattamenti e violenze psicologiche che la donna ha subito, possa scatenare nell’uomo angosce odi così profondi da voler dare la morte, all’altra e talvolta anche a se stesso.

A questo punto, viene da fare un’altra domanda: riusciranno le donne a non confondere la libertà, così lentamente conquistata, con l’onnipotenza – come corpo erotico e corpo materno – che è stata loro attribuita, e a tenere presente che il costo di tanta esaltazione immaginaria è stata la loro insignificanza storica?


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