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Non una di meno e il valore della cura. Una risposta a Marie Moïse - [IFE Italia]
IFE Italia

Non una di meno e il valore della cura. Una risposta a Marie Moïse

di Caterina Donattini
domenica 16 dicembre 2018

Qualche giorno fa abbiamo pubblicato un articolo di Marie Moïse sul lavoro di cura.

Ci piace pubblicare ora anche la risposta di Caterina Donattini.

Testo tratto da: http://www.lavoroculturale.org/il-v...

È il 24 Novembre e faccio colazione insieme a mio figlio che come ogni mattina si è svegliato alle 7 (non che la cosa sia piacevole); penso alla manifestazione di Non una di meno che oggi si svolgerà a Roma. Si tratta della manifestazione indetta da un nutrito movimento femminista che, come dichiarato da una delle organizzatrici, Marta Cotta Ramosino, «si caratterizza a livello globale per essere un femminismo di classe, un femminismo del 99%, un femminismo che si oppone con forza alle logiche neoliberali, un femminismo che fa dell’intersezionalità fra le differenti oppressioni il suo cardine, un femminismo che si configura come anticapitalista».

La manifestazione intende richiamare l’attenzione sul Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e contro la violenza di genere. Accendo il computer e noto che molte delle amiche che questa mattina parteciperanno alla manifestazione pubblicano su facebook un articolo di Marie Moïse, Amami o faccio un casino. Lo leggo.

Tesi centrale dell’articolo è che «se la disposizione “femminile” alla cura degli altri è il prodotto storico di una storia di dominazione, il soggetto della cura si forma dentro e attraverso la violenza. Questo significa, nel pensiero della filosofa francese Elsa Dorlin, che la disposizione al gesto d’amore, all’attenzione empatica fino all’abnegazione di sé, dissimula una condizione di inquietudine radicale, che plasma la cura come lavoro costante per minimizzare o disinnescare ulteriore violenza, ovvero per difendersi».

L’articolo mi disorienta e mi pare del tutto fuorviante rispetto a quella del Piano elaborato dal movimento che giustamente identifica la violenza come sistemica, inserisce l’azione femminista all’interno del sistema economico vigente e la definisce come necessariamente anticapitalista. Ritengo infatti che agire contro il sistema capitalista in cui viviamo significhi riacquisire libertà collettive e individuali mediante una progressiva risignificazione della vita umana in tutti i suoi aspetti affettivi anche mediante quella che Teresa di Martino definisce una diversa concezione temporale che accoglie accanto alla dimensione quantitativa, quella relazionale, non funzionale e non economica». Se così fosse la definizione di cura che Moïse ci restituisce nel suo articolo rischia di essere ingannevole.

Penso alla mia fatica di questi anni, scelta e ponderata. Mi sento giudicata ed umiliata dalla tesi dell’articolo, che risulta ai miei occhi altamente problematica e priva di capacità di posizionamento.

Moïse sottintende infatti che le attività di cura non possano essere scelte, ma che siano sempre subite dalle donne. Penso che spesso questo possa accadere: la cura è ancora prevalentemente una responsabilità delle donne, delle loro mani, delle loro intelligenze. La subordinazione delle donne nella storia ha poi contemplato parallelamente la delegittimazione e la svalutazione simbolica e materiale di tutte le complesse attività di cui esse si facevano quotidianamente carico.

Ma se questo è vero dobbiamo fare il gioco del cosiddetto patriarcato e dedurne che la cura in sé non abbia valore oppure affermare che quel valore deve essere rivendicato diventando per tutti un elemento di lotta? Dobbiamo dedurne che tutte le donne che praticano le attività di cura le stiano subendo oppure vogliamo riconoscere che alcune di esse le scelgono, quotidianamente e consapevolmente, in direzione ostinata e contraria, affrontando le rinunce che esse implicano in un mondo teso a polverizzarne il valore? Mi piace pensare che si tratti della seconda ipotesi e solamente così l’azione mia, di mia madre, di mia nonna e di una mamma nonna forse lontana da lei acquista, in quella luce, una nuova e silenziosa portata rivoluzionaria. Facciamo un passo indietro. Dove nasce la cura? È davvero, come dice Moise: «il prodotto storico di una storia di dominazione»?

Il filo rosso che lega la cura alla violenza non è da identificarsi nella natura della cura stessa, ma nelle logiche di possesso, potere, controllo che spesso ritroviamo nelle relazioni umane. Quelle logiche che il patriarcato ha elaborato e costruito nei millenni «mantenendo indissolubile il nesso con realtà pervasive come la proprietà, il dominio, lo sfruttamento, la sovranità; il suo essere fondamento e cornice di tutte le forme che quelle realtà hanno assunto nelle diverse fasi della storia, compreso, ovviamente, il capitalismo finanziario, estrattivo e predatorio» ci ricorda Guido Viale in un recente articolo.

La cura diventa una scelta obbligata nel contesto della violenza, ma in quello stesso momento dovremmo trovare altre parole per dirla. Si tratterà allora di sottomissione, di schiavitù, di umiliazione o abnegazione. Cura è cosa altra. Si danno casi di cura in cui uno dei due soggetti in relazione non è del tutto autosufficiente e casi invece di reciprocità.

Sempre tuttavia si tratta di un atto di affettività (nel bene e nel male), il dono per antonomasia, qualcosa che non può essere reificato, ridotto a merce, interscambiabile. La cura in effetti cambia a seconda della personalità di chi la esercita e del momento in cui è agita. Anche la rabbia, la fatica, l’ansia entrano a far parte della cura, poiché la cura è dono di un pezzo di noi stessi.

È dunque vero che la violenza sulle donne riguarda tutti gli uomini e tutte le donne, (perché poche sono le donne che non l’hanno subita) ma è vero, altresì vero, che la radice di questo fenomeno risiede altrove e una maggiore valorizzazione della cura nelle nostre vite può essere d’aiuto a eradicarla. È infatti la cura che insegnerà ai bambini l’emotività, l’affettività, il rispetto di sé e degli altri. È la cura che trasporta come una formica i granelli di zucchero al cuore.

In questo senso l’equiparazione che alcuni studi femministi hanno fatto tra cura e lavoro salariato mi pare criticabile. Se da un lato l’operazione è forse politicamente, strategicamente utile, dal punto di vista simbolico rischia di arrecarne lo svilimento, uno svuotamento di significato. Se il mercato è definito unicamente da rapporti economici non si può trarre la conclusione che la vita, la materia vivente implicita nella cura, debba diventare merce perché se così è allora stiamo cedendo ancora una volta il passo alle logiche del capitalismo.

Paradossalmente forse proprio il fatto che le attività di cura sfuggono irrimediabilmente alla logica del mercato le ha rese radicalmente rivoluzionarie.

Dobbiamo infatti riconoscere che l’emancipazione delle donne ha coinciso con il loro ingresso nel mondo del lavoro. Ciò ha reso potenzialmente più accessibile alle donne il potere, ma non ha cambiato la natura del potere stesso. In questo senso il femminismo ha fallito e potremmo polemicamente affermare che l’emancipazione femminile era funzionale, in quel momento storico, all’avvento del capitalismo, poiché versava nel mondo del lavoro una fitta schiera di nuove lavoratrici. D’altro canto, è altrettanto vero che solo attraverso il lavoro si ha accesso alla vita pubblica e sociale, il che significherebbe, secondo Arendt, che la donna riceve solo così: «oltre alla sua vita privata una seconda vita, il suo bios politikos» non rimanendo più intrappolata nel «processo di una vita biologica» ed avendo dunque accesso al simbolico, al pensiero, al profondo piacere insito nella creatività che ci offre la relazione con il mondo.

Oggi è giunto il tempo in cui riconsiderare il valore simbolico e dunque politico di tutte le attività che, come la cura, producono significato pur non essendo monetizzabili perché legate alla sfera emotiva delle persone. Il soggetto si definirà dunque non più strettamente attraverso il lavoro, ma nel suo essere in relazione, nelle sue capacità di cura.

L’autrice porta svariati esempi di ciò che definisce come “lavoro di cura” ed accenna alla pulizia dei sanitari, all’ascolto, ai rapporti di lavoro con i colleghi, alla cura dei figli o dei parenti malati. Queste attività non sono immediatamente sullo stesso piano, ma non è questo l’obiettivo primario della mia critica. Risulta invece qui significativa la distinzione, che Moïse non rileva, che intercorre tra l’ascolto di una figlia e l’ascolto di un datore di lavoro. Chiederei forse denaro a mia figlia o allo stato italiano per donarle parte del mio tempo quando ha bisogno di raccontarmi le sue giornate? Per le coccole sotto le coperte, per il brodo fumante quando ha la febbre? Le mie risposte partecipate, distratte, amorevoli o non significheranno per lei come quelle di chiunque altro? È evidente che non è così e la differenza è data dal legame. I soldi non legheranno mai le persone come sanno fare gli affetti. Qui respira ancora una speranza.

Si tratta dunque di un’operazione inversa da quella prospettata da Maria Moise: la rivendicazione è quella di sottrarre tempo al lavoro onde dedicarlo alla vita ed alla sua cura. Il vero obiettivo dell’agire femminista dovrebbe essere un’affermazione, non una negazione: si tratterà di restituire dignità e significato alla cura, farne un valore condiviso, condurre anche gli uomini a praticarla con le proprie compagne, compagni, con i propri figli, infine, quando è possibile, farne una disposizione anche nel lavoro. Il lavoro può essere vissuto come un’esperienza di nascita, quindi di realizzazione nel mondo, un’esperienza politica e di amore. D’altra parte, c’è il rischio di esserne inglobati in termini totali e totalizzanti a causa di un sovra-investimento affettivo che oggi è assai diffuso proprio a causa del logoramento sempre crescente di quelle che io definisco come attività della cura (di sé e degli altri) che diversamente ma ugualmente caratterizzano ed animano la vita umana. La dimensione chiave del postfordismo infatti sta nel venir meno della dicotomia che separava tempo di lavoro e tempo di vita.

Se il mercato si approprierà definitivamente della cura ne decreterà la morte spezzando i legami affettivi che la rendono viva. Diceva Pasolini che questo nuovo mondo desidera consumatori, non figli. La differenza è data dal legame. Come crescere ancora insieme dei figli e delle figlie, futuri cittadini del mondo, capaci della cura di sé e degli altri? In primis rigettando con forza la reificazione dei sottili legami che collegano le nostre vite, fatti di emozioni, ricordi, tempo passato insieme, fatto di vita vissuta e di sogni. Ciò significa anche ribadire il valore della cura.

Questi sono gli interrogativi che desidero pormi in questo mondo, dove tutto è lavoro ed il lavoro a sua volta perde significato. L’elemento insondabile ed invisibile qui ha la consistenza delle emozioni. Le emozioni non si monetizzano. La complessa trama di cui sono fatte distingue l’umano dagli altri esseri viventi forse più della razionalità (intesa come capacità di agire secondo un obiettivo dato).

Dove nasce la cura? Frutto di un’ideologia, ci dice Moïse, in cui «il soggetto della cura si forma dentro e attraverso la violenza». Non sono d’accordo. Il soggetto della cura si forma nell’esperienza della vulnerabilità e nel sentimento di empatia che da essa si ricava.

La cura è dono della vita alla vita, con il fine di proteggerla, nella speranza di una reciprocità umana ed universale (pensiamo alla cura dei campi, dei fiori, degli alberi e degli animali). In questo senso sembra forse irrazionale; è invece molto più razionale di quel che si possa pensare. Doniamo parte del nostro tempo ad un altro essere, senza che sia il denaro a restituircene il valore, ma la vita stessa.

Perché sono le donne ad esercitarla più degli uomini? Io ho le mie risposte, mi pare vano tuttavia perdere altro tempo su questo e più interessante agire affinché il valore della cura venga universalmente riconosciuto in quanto tale e dunque rivendicato nelle nostre lotte con un “io mi prendo cura”.


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