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Che sesso ha il populismo - [IFE Italia]
IFE Italia

Che sesso ha il populismo

di Stefano Ciccone
giovedì 2 maggio 2019

"Tornano di moda gli “uomini forti” ai quali affidarsi, uomini che difendono le donne, uomini tutori della norma. Una riflessione maschile e sul maschile, si chiede Stefano Ciccone, può contribuire con un proprio punto di vista su quello che sta avvenendo?..."

Tratto da:

https://comune-info.net/ e da http://www.womenews.net/che-sesso-h...

Crisi democratica e crisi maschile

Cresce l’ostilità verso gli stranieri e verso le vite che non corrispondono alla norma. Crescono i nazionalismi, le spinte all’egoismo, alla competizione, alla diffidenza. Spesso i maschi sono al centro di queste tensioni: “uomini forti” a cui affidarsi, uomini che difendono le donne da altri uomini, uomini tutori della norma. Il fantasma del maschile attraversa continuamente la scena pubblica ma è talmente “naturalizzato” da risultare invisibile nelle nostre riflessioni sulla democrazia e la sua crisi. Lo abbiamo incontrato nel berlusconismo con l’uomo che fa del desiderio sessuale la misura del proprio successo come imprenditore, nella figura del severo professore che riporta la società all’ordine dopo aver troppo goduto, nel “capitano”, che pensa prima agli italiani, che dice “pane al pane” e propone la rivincita: “Prima gli italiani” come “America first”. Una riflessione maschile e sul maschile può contribuire con un proprio punto di vista su quello che sta avvenendo?

C’è un nesso molto stretto tra le spinte xenofobe, nazionaliste e scioviniste che attraversano la politica mondiale e i fantasmi e le frustrazioni che attraversano il mondo maschile. Il tema dei rapporti tra destre populiste e retoriche sulla “crisi maschile” resta spesso relegato al rango di notazione di colore, di battuta ironica sull’infantilismo del confronto tra il presidente statunitense e coreano a “chi abbia il pulsante nucleare più grosso” ma è pienamente al centro della politica. Anche guardando al nostro paese è ormai impossibile ignorare il carattere sessuato delle paure, delle frustrazioni su cui le politiche razziste e di destra giocano la loro egemonia sul senso comune.

Susan Faludi dopo l’attentato alle torri gemelle, evidenziò come il “contrattacco” delle destre, si fosse alimentato del “backlash”, del risentimento maschile e della rappresentazione di un’America disarmata e devirilizzata dal pacifismo e dal femminismo.

Più recentemente il sociologo Michael Kimmell, nel suo libro dal titolo significativo: Angry white men (maschi bianchi arrabbiati) prevedendo la vittoria di Trump ne ha mostrato la relazione con la rabbia e la frustrazione maschile.

La “rabbia maschile” torna nell’analisi che Lionel S. Delgado fa dell’avanzata di VOX, il movimento di destra in Spagna, mettendo «in guardia circa l’importanza di prendere sul serio questa rabbia maschile: una materia prima politica molto volatile che può porsi alla base movimenti molto virulenti. Una rabbia che non è casuale ed estemporanea: varia da caso a caso, ma si potrebbe dire che derivi da una sensazione di disagio e mancanza di senso del proprio posto nel mondo». Per questo si domanda: «Cosa succede agli uomini perché trovino nella destra radicale una nicchia di fiducia? Cosa dice o fa l’estrema destra per connettersi con un elettore maschio?».

La precarizzazione e l’acceso delle donne nel mondo del lavoro, la loro libertà sessuale, il mutamento delle famiglie, mostrano la crisi dei modelli tradizionali di mascolinità – dal capofamiglia bread winner, al padre tradizionale fino ai modelli di sessualità – in questa crisi cresce la capacità attrattiva delle retoriche conservatrici.

«Se prima i codici sessisti facevano implicitamente parte della politica ora sembra che il “machismo”, la categoria degli “uomini arrabbiati” si stia armando politicamente,” “L’esplicito riferimento alla “condizione maschile” diviene punto di aggregazione di un “nuovo soggetto politico conservatore»…

L’analisi di Delgado fa ricorso a una famosa frase di Gramsci: «Quando il vecchio non muore e il nuovo stenta a nascere nascono i mostri. E in questo vecchio che stenta a morire – anche se i vecchi modelli diventano fatiscenti – e questo nuovo che non trova riferimenti per esprimersi, si agita il maschile producendo spinte contraddittorie e distruttive».

Uomini in crisi

Come vivono gli uomini il mutamento nelle relazioni tra i sessi e nei ruoli e attitudini di genere? L’assenza di nuovi riferimenti, nuove categorie e nuove parole per raccontare l’esperienza degli uomini in un mondo nuovo produce spinte regressive e distruttive. Il complesso quadro di conflitti, nuovi desideri e disagi che emergono col mutare di ruoli consolidati, con lo stravolgimento dei tradizionali luoghi di socializzazione maschile e col venire a mancare di modelli di riferimento, viene rappresentato socialmente sotto la categoria ambigua e generica della crisi. Il luogo comune sul mutamento avvenuto con la “rivoluzione femminista” vuole uomini depressi, intimoriti dalla perdita di ruolo, di riferimenti per la propria identità, aggrediti e minacciati da un femminismo che avrebbe “esagerato”, messi in crisi dalla libertà e dall’autonomia delle donne, castrati, anche nell’espressione del proprio desiderio, dall’emersione di una sessualità femminile disinvolta e aggressiva. Questa descrizione propone una relazione lineare tra “crisi dell’ordine patriarcale” e crisi dei singoli uomini, caduta di un ordine di dominio, e minaccia all’identità di ogni uomo.

Il carattere ambivalente e aperto del concetto di crisi lascia così il posto a una rappresentazione depressiva e ripiegata su se stessa: la perdita di efficacia di un ordine, di un sistema di riproduzione sociale, non appare come il contesto in cui gli uomini possano ridefinire la propria identità, il proprio rapporto con il lavoro, la propria collocazione nelle relazioni familiari, la propria sessualità, ma viene linearmente rappresentata come fonte della crisi di ogni singolo uomo.

Il modo in cui questo mutamento viene rappresentato diventa esso stesso parte del processo. In assenza di rappresentazioni alternative le aspettative maschili sul mutamento, schiacciate sull’immagine della crisi, diventano una “profezia che si auto avvera”: determinano il contesto in cui gli uomini si trovano ad agire.

Una componente molto diffusa delle reazioni maschili è il “vittimismo aggressivo”. Per questo una parte del femminismo le legge come una espressione “post-patriarcale”: non l’affermazione sicura e lineare della superiorità maschile e di un mondo coerente di dominio, ma una “reazione” che fa leva su un senso di frustrazione e sullo sgretolarsi di un universo simbolico e valoriale. Anche in questo i parallelismi con le spinte xenofobe e populiste sono evidenti: non la riproposizione del suprematismo bianco degli anni ‘50 ma la torsione aggressiva e ostile di un’insicurezza, di una rappresentazione vittimistica di fronte a un “complotto” di cui si sarebbe vittime: gli italiani discriminati da leggi a sostegno degli stranieri, gli uomini discriminati e denigrati dal femminismo e dalle “pari opportunità”, ma anche il vittimismo su cui fa leva l’estremismo islamista.

È ovviamente difficile per questi movimenti affermare una “superiorità maschile” o il semplice ritorno al passato, per questo il vittimismo offre un argomento più spendibile: si può impugnare, stravolgendola, la finzione dell’uguaglianza per reclamare un’astratta “parità di trattamento” che non rimuove le disparità ma le occulta, le ignora. È il caso delle rivendicazioni delle associazioni di padri separati che il senatore Pillon assume e strumentalizza nel suo disegno di legge che propone, come Osserva Giorgia Serughetti, “la finzione di una famiglia dove i carichi di lavoro domestico e di cura sono equamente distribuiti tra i due genitori, e i loro redditi pari o molto simili”.

Revanscismo maschile e populismo xenofobo

Tra revanchismo maschile e spinte xenofobe e nazionaliste non c’è solo una somiglianza ma un intreccio. Lo vediamo nel senso comune e nella propaganda della destra ma anche nelle letture più intellettuali. L’ammirazione per il guerriero, la rappresentazione di un Occidente devirilizzato e la nostalgia di un mondo in cui le donne stavano al loro posto, si mescolano con un’affermazione di superiorità dell’Occidente “civilizzato” e l’“invidia” per un Islam percepito come luogo di affermazione maschile.

Éric Zemmour, cavalcando l’onda dell’emozione post-Charlie Hebdo, ha ripubblicato tre anni fa in Italia Sii sottomesso. La virilità perduta che ci consegna all’islam. L’assunto del libro, come si legge in una recensione su “il giornale”, è che “la femminilizzazione dell’uomo significa cedere le armi a 360 gradi producendo un’apertura eccessivamente solidale e buonista, un’auto-castrazione”. “Da una parte c’è una Francia materna e accogliente, dall’altra un islam «machista» che della dignità femminile si fa beffe. Ergo: se la femmina Francia (ma vale per l’intero Occidente) non tornerà virilmente combattiva, sarà violentata”.

Sessismo e razzismo si mescolano e si alimentano reciprocamente: lo spauracchio degli stranieri come minaccia a “le nostre donne” (che come è noto subiscono violenze, abusi e ricatti da italianissimi compagni, ex o datori di lavoro), o la difesa della famiglia tradizionale e la riproposizione del mero destino riproduttivo per le donne contro i “complotti per la sostituzione etnica” del “nostro popolo”. La polarità dicotomica tra maschile e femminile, tra natura e cultura, tra mente e corpo si mescolano tra loro producendo rappresentazioni stigmatizzanti in cui sesso, razza e classe si intrecciano.

Purtroppo la strumentalizzazione del tema della violenza contro le donne per alimentare (o inseguire, che poi è lo stesso) spinte xenofobe, non nasce oggi con le destre e non si limita alle destre: lo hanno fatto esponenti del “fronte politicamente corretto” come Walter Veltroni nel caso di Giovanna Reggiani indicando i rumeni come categoria pericolosa per “le nostre donne”. Prima erano i rumeni, poi gli albanesi, oggi i neri… occultando così la realtà delle violenze perpetrate dagli uomini italiani e dunque le radici culturali condivise che generano e giustificano la violenza. La violenza viene rappresentata come un fenomeno “estraneo”, o il frutto di un impazzimento individuale o di una cultura estranea, di fronte al quale non dobbiamo interrogarci ma solo difenderci. Questa rappresentazione ripropone inoltre una relazione gerarchica tra donne bisognose di tutela e protezione e uomini che fondano su questo il proprio potere. Nella difesa del territorio, e dei corpi delle donne come parte del nostro territorio, si intrecciano allarme xenofobo e richiamo patriarcale. Nella rappresentazione dei migranti come minaccia c’è una più intima proiezione razzista e inferiorizzante: i neri come portatori di una natura maschile non civilizzata, incapace dell’autodisciplinamento proprio dell’uomo occidentale.

Ma questa radice “bestiale”, questa rappresentazione della sessualità maschile che va tenuta sotto controllo nelle relazioni con le donne “per bene”, straripa di nuovo e si riversa sulle donne “altre”, oggetto di disprezzo razzista e al tempo stesso di una fantasia di sfogo di una pulsione violatoria e degradante. Oggi la prostituta nera, schiava della tratta con cui posso esercitare dominio, violenza e pratiche sessuali che considero degradanti. Ieri la ragazzina delle colonie con cui l’italiano si concede la violenza dicendo che “per loro è normale”.

Non ci troviamo dunque semplicemente di fronte alla somma tra diversi piani di esclusione, gerarchia e di potere – le donne nere o immigrate o lesbiche più discriminate rispetto alle donne bianche, borghesi e eterosessuali – ma a una intersezione, un incrocio di sguardi inferiorizzanti.

Non riconoscere i nessi tra diverse forme di pregiudizio produce anche il paradosso di forme di stigmatizzazione che apparentemente fanno leva sulla difesa dei diritti civili come l’islamofobia in nome dei diritti delle persone omosessuali o dei diritti delle donne.

La violenza razzista e quella frutto della frustrazione maschile si intrecciano nelle culture politiche ma anche nelle biografie e nelle motivazioni degli autori di attentati. Roberto Paura analizza i vari attentati compiuti da “incel” (“involontariamente celibi”, uomini feriti e rifiutati dalle donne) verificatisi negli Stati Uniti ma il fenomeno non è limitato agli Usa. Forse il caso più antico è quello dello studente canadese che uccise nel 1989, 14 donne in un college per “protestare contro le femministe che castrano gli uomini” e contro le norme che riservano spazi alle donne per accedere a carriere accademiche in ambiti tradizionalmente maschili come l’ingegneria. Più recentemente la violenza indiscriminata contro i “neri” di Traini a Macerata per difendere e vendicare le “nostre donne” e il richiamo del nome di Traini sui caricatori delle armi usate nel massacro nelle moschee di Chistchurch in Nuova Zelanda. Anche negli atti terroristici riferiti all’estremismo islamista la componente di frustrazione maschile, come osserva Serughetti, è evidente e al tempo stesso sottovalutata come nel caso del camion lanciato contro i passanti a Marsiglia. Eppure, scrive Gary Younge su The Guardian, da nessuna parte si vede denunciare la “mascolinità tossica” che appare un tratto distintivo di tanta violenza. Il tratto che più chiaramente unisce tra loro eventi diversi non è ritenuto degno d’attenzione e di una discussione pubblica… la violenza appare motivata dal sentimento di frustrazione e fallimento nei rapporti con le ragazze, da una rabbia trasformata in desiderio di punire. Questa rabbia «nasce dal fatto che proprio la cosa che si sentono in diritto di avere – il corpo delle donne, la loro vita, la loro obbedienza – non è a loro disposizione». Esattamente la matrice che così spesso si rileva nel femminicidio.

Anche nel nostro paese questo nesso tra revanscismo maschile e retoriche aggressive e xenofobe delle destre populiste è stato più volte evidenziato da Giorgia Serughetti, Lea Melandri, Annamaria Rivera ed altre così, in un articolo del 2018 su il foglio Michele Masneri e Andrea Minuz si chiedono «se in tutto questo trionfo dei populismi non ci sia anche un po’ di reazione alla lunga crisi della mascolinità… al di là delle schermaglie tra popolo e élite».

Il crollo dell’individuo sovrano e la nostalgia

Ma perché la crisi sociale colpisce specificamente l’identità maschile? Perché i richiami “sovranisti” in risposta alla percezione di precarietà, vulnerabilità e insicurezza, esercitano una seduzione particolare sugli uomini? Il modello del maschio, bianco, adulto, eterosessuale, produttivo, padrone di sé è stato anche riferimento nella stagione neoliberista di affermazione dell’individualismo proprietario, del sogno del cittadino imprenditore di se stesso. L’illusione della rottura delle reti e dei legami sociali a favore della competizione come opportunità individuale di successo si è convertito, con la crisi, nel suo rovescio: l’incubo della colpevolizzazione individuale per il proprio fallimento. Come nel film “io, Daniel Blake” se sei disoccupato è perché non sai proporti nel mercato del lavoro, se sei obeso è perché non sai mangiare, se ti ammali è perché non hai uno stile di vita corretto e conforme.

Questa ingiunzione ad essere padroni di sé e a rimuovere il proprio essere parte di reti sociali e relazioni di cura, vale per tutti e tutte, ma prioritariamente per i maschi «a cui chiediamo di emanciparsi dalle cure materne per diventare uomini, di bastare a se stessi, portare i soldi a casa», fondare nel lavoro e nella performance sociale la propria identità.

Lo scontro tra fronte liberista e populista ha dunque dei riferimenti a modelli di mascolinità differenti ma ugualmente interni alla storia patriarcale: da un lato il modello dell’individuo razionale, l’individualismo proprietario che sposa il governo tecnocratico della realtà considerando le relazioni come dei residui, e dall’altra il richiamo all’identità gerarchica ed escludente. Contro la “rottura” rappresentata da Trump il “politicamente corretto” di Clinton interno all’establishment si è rivelato perdente, come sarebbe perdente opporre, in Europa, Macron a Salvini e Orban.

È impossibile stare in questa contesa in una posizione non subalterna se non si è capaci di pensare un’idea di libertà diversa dal modello neoliberale e un’idea di identità diversa da quella che si rifugia nelle appartenenze omologanti.

L’indagine del Censis sullo stato del paese osserva come “il sovranismo” non si riduca alla «nostalgia della sovranità nazionale “usurpata” dall’Unione europea e dell’invocazione della sovranità popolare “usurpata” dalle élite… ma riguardi… una certa mentalità, certi sentimenti e comportamenti, una certa configurazione degli individui». Ida Dominijanni nota come questo riferimento alla dimensione “psichica” degli individui ometta di chiamare in causa i maschi e aggiunge che non basta il riferimento alla crisi economica che produrrebbe questa reazione, ma è necessario vedere come «il discorso politico abbia un effetto nella crisi sociale», cioè come le rappresentazioni incidano sul modo in cui viviamo la crisi e rispondiamo ad essa: «Il discorso sovranista ha generato il suo soggetto, fatto a immagine e somiglianza dello stato sovrano perduto che evoca. L’uno e l’altro, lo stato e il soggetto, si sentono assediati da invasori alieni e minacciosi, l’uno e l’altro erigono muri a difesa dei propri confini, l’uno e l’altro nascondono dietro maschere fortificate e irrigidite, la loro vulnerabilità e la loro dipendenza da altro e da altri. La forza – e la trappola – del sovranismo sta precisamente qui: nel creare un’illusione di forza e di autonomia, dello stato, del popolo e dell’individuo, a copertura della loro fragilità». Un’illusione a cui noi uomini siamo potentemente indotti.

«Maschere macabre, ma provvisorie, e caduche». A cui, come osserva Dominijanni, la mobilitazione delle donne oppone «La pluralità contro la finzione unitaria del popolo, l’interdipendenza contro la mascherata della sovranità».

Emerge così quanto sia arretrata e ingenua la polarizzazione tra diritti sociali (l’ancoraggio alla materialità del riferimento al lavoro e alla scientificità dei rapporti economici) e diritti civili che invece rimanderebbero a “sovrastrutture”. In fondo la polemica contro i radical chic non è nuova: «Stare dietro alle femministe, ai gay, o peggio il sentimentalismo verso i diritti degli stranieri ci allontana dalle classi popolari e dai loro veri bisogni». A parte il fatto che le cosiddette “classi popolari” sono largamente composte da donne, omosessuali e lavoratrici e lavoratori stranieri, questa retorica mostra l’incapacità di riconoscere differenti strutture di potere che agiscono nella società e di metterle a critica. Farle oggetto di processi di trasformazione e consapevolezza.

Il “popolo” si dimostra un’astrazione che nega le vite delle persone e impone modelli identitari che non hanno nulla a che fare con la realtà: un popolo fatto solo da “padri di famiglia”, lavoratori e donne madri.

Non vedere che lo stigma omofobo, la misoginia, la inferiorizzazione e demonizzazione dello straniero sono parte di un apparato di potere e di dominio e non temi “borghesi” vuol dire non essere capaci di pensare in termini radicali di trasformazione. Alludere al conflitto senza rendersi conto di restare interni a un ordine simbolico dominante.

Purtroppo anche a sinistra emerge la tentazione di dare una risposta che assume il riferimento simbolico della sovranità senza metterne in discussione le radici. Nell’appello dell’Associazione sovranista di sinistra “Patria e Costituzione”, ad esempio, si legge: “Poiché il regime di “libera concorrenza”, costruito sul paradigma individualista del liberismo, ha reciso ogni legame sociale e generato solitudini impoverite e domanda di protezione, ritorna di straordinaria attualità la ricostruzione di comunità politica. Il bisogno di patria, la necessità di riconoscersi in una comunità riemerge imprescindibile.”

A sinistra si rischia dunque di assumere le dinamiche “psicologiche” delle spinte xenofobe con scelte che mescolano subalternità e “doppiezza” (meglio se impugno io i respingimenti, meglio se impugno io il bisogno della patria che non lasciarla alla destra). Al fondo di queste tentazioni ci sono due elementi che evidenziano i limiti di una cultura politica: innanzitutto l’incapacità di cogliere e assumere criticamente la dimensione della politica che va oltre la sua dimensione istituzionale, di “governo” dei processi e di misurarsi con la dimensione anche “inconscia”, delle emozioni, delle paure, delle proiezioni, dei desideri. Dall’altro l’incapacità di cogliere la potenza della dimensione simbolica che porta a ritenere che i riferimenti siano neutri e disponibili ad essere usati e manipolati senza vedere quanto ci agiscano più o meno inconsapevolmente. È il caso della Patria che non si può riscoprire senza essere consapevoli di cosa il riferimento alla terra dei padri porti con sé. L’inadeguatezza di un simbolico produce frustrazione

In un articolo dal titolo significativo – ”Il cerchio della paranoia politica” – Laura Bazzicalupo denuncia il carattere paranoico di molte costruzioni discorsive attualmente dominanti (nazionalismi, razzismi, costruzioni identitarie unidimensionali e narrazioni vittimistiche) che condividono il diffuso e ricorrente richiamo all’immagine del complotto, e alla negazione dell’alterità. Solo di sfuggita fa riferimento alle dinamiche di relazione tra i sessi, eppure le retoriche sulla crisi maschile e su “gli uomini in crisi”, l’analisi delle rappresentazioni delle posizioni più estreme del revanscismo maschile, rivelano in modo esplicito i caratteri di una rappresentazione paranoica della denuncia di un complotto che mina il soggetto alla radice fino a minacciarne l’integrità fisica. Claudio Risè paragona l’intento castrante del femminismo al gesto di Lorena Bobbit che evirò il marito (che la sottoponeva ad abusi e violenze).

La modalità di rappresentazione “paranoica” della realtà che condividono populismi di destra e movimenti per “i diritti degli uomini” è sintomo dell’inadeguatezza dei propri riferimenti che non riescono a dare risposta alla domanda di senso sulla propria vita e non riescono a fornire strumenti per ripensare il proprio posto nel mondo per elaborare l’esperienza della propria dipendenza e vulnerabilità. Come se riconoscere che le relazioni sono fondative della nostra esistenza, che non siamo autosufficienti, fosse uno scacco insopportabile e non una consapevolezza necessaria che arricchisce le nostre vite anziché minarle. Da qui l’incapacità ad elaborare una separazione, a tollerare una donna che esprime una scelta differente che porta molti uomini ad uccidere e, non di rado a fare violenza su se stessi e sui figli in una pulsione distruttiva e autodistruttiva. Lea Melandri ha più volte mostrato come la rappresentazione complementare dei sessi, che rimuove il desiderio femminile e schiaccia le donne nel polo dell’accudimento, porti con sé il fantasma del potere femminile della cura e della seduzione, e l’espressione della violenza maschile contro l’angoscia della dipendenza e della vulnerabilità rimosse nell’autorappresentazione maschile.

Cosa produce questo esito “paranoico”? perché le reazioni maschili al cambiamento si condannano al vicolo cieco del rancore frustrato senza riuscire a mettere in gioco un desiderio di altro? L’uso indiscriminato di categorie e linguaggi psicanalitici per interpretare le dinamiche sociali mostra oggi tutta la sua ambiguità e pericolosità ma l’ipotesi proposta da Bazzicalupo torna utile per rispondere a questa domanda.

Il riferimento maschile a un “immaginario prodotto ideologicamente e a un significante che linguisticamente preclude una differente esperienza del Reale (“Aderire alla ‘lettera’ del simbolico, credere nell’immaginario o fantasy che lo sostiene come se non ci fossero residui”)” produce una “miscela esplosiva di narcisismo, senso di onnipotenza illimitata e segreta impotenza e depressione”. Un’immagine che ricorda alcune modalità delle risposte maschili, individuali e culturalmente diffuse. Il nodo di questa tensione è proprio la tendenza a prendere alla lettera il simbolico, inseguire l’impossibile corrispondenza del soggetto a un riferimento simbolico identitario.

Benasayag e Schmit, definendo l’attuale come “l’epoca delle passioni tristi”, mettono al centro proprio il nesso tra le modalità proprie del pensiero paranoico e la crisi del modello di soggettività basato sulla padronanza di sé e di onnipotenza:

“[…] sappiamo bene che le passioni tristi sono una costruzione, un modo di interpretare il reale e non il reale stesso. […]la speranza era quella di un sapere globale, capace di spiegare le leggi del reale e della natura per poterli dominare. Libero è colui che domina (la natura, il reale, il proprio corpo, il tempo): questo era il fondamento dello scientismo positivista. […] il xx secolo ha segnato la fine dell’ideale positivista gettando gli uomini nell’incertezza. Certo, la nostra epoca scopre le falle del progetto della modernità (rendere l’uomo capace di cambiare tutto secondo il suo volere), e resta paralizzata di fronte alla perdita dell’onnipotenza. È anche vero che il discorso sull’insicurezza, servito in tutte le salse, è diventato una sorta di “significante dominante” che vuol dire tutto perché, in fondo, non vuol dire niente… bisogna però fare molta attenzione. Il discorso sulla sicurezza che giustifica la barbarie e l’egoismo, e che invita a rompere tutti i legami, assomiglia come una goccia d’acqua al discorso sullo “spazio vitale” tenuto nella Germania indebitata e disperata degli anni trenta”.

Anche in questo caso viene da domandarsi: “L’uomo del progetto della modernità” a cui si riferiscono è un’entità astratta o ha a che fare con il modello di mascolinità? Cercare la corrispondenza a un simbolico nella sua letteralità incapace di evoluzione si rivela dunque un vicolo cieco di fronte alla necessità di risignificare l’esperienza maschile. In altre parole non è la crisi del patriarcato a mettere in crisi gli uomini, ma è il tentativo di inseguirne i simboli a privare gli uomini di strumenti per ripensare se stessi e il proprio posto in un mondo in cambiamento. Non sarà la nostalgia a salvarci ma, al contrario la rottura con quel ordine simbolico ormai inservibile.

Anche di fronte alla crisi economica delle nostre società, come afferma Dominijanni, “se qualcuno avesse dato ascolto all’incertezza invece di rimuoverla nella narrativa trionfale della ripresa e alla precarietà invece di annegarla nella retorica delle start up. Se qualcuno, nella crisi, avesse fatto appello alla solidarietà invece che all’autoimprenditorialità e alla competitività. Se le responsabilità del debito accumulato fossero ricadute su chi di dovere invece che su un senso di colpa collettivo deprimente e mortifero” la crisi avrebbe potuto avere un’elaborazione differente. «…. a incattivirci, prima del sovranismo è stato il neoliberalismo, di cui il sovranismo è solo l’effetto perverso. …il crollo dell’illusione psichica dell’io sovrano seguirà immancabilmente».

“Io non sono così”

Ma questo richiamo al nesso tra violenza, culture xenofobe, regressioni scioviniste e cultura maschile viene tendenzialmente rifiutata dagli uomini. La risposta – dai ragazzi che incontro nelle scuole a intellettuali avvertiti – confonde la denuncia di una cultura dominante e pervasiva con l’accusa rivolta a una presunta “natura maschile, e corre ad affermare la propria estraneità. Franco La Cecla, contesta una forma di essenzialismo contro gli uomini “la stessa per cui i tedeschi sono tutti potenzialmente nazisti, cioè una forma di razzismo, se questo significa attribuire a una parte dell’umanità un’attitudine fissa e costante”. E invece è proprio la confusione tra “natura maschile” e cultura patriarcale a creare l’equivoco.

Contro campagne come il me too che denunciano la diffusione delle molestie e dei ricatti sessuali, La Cecla paventa il reato di “sguardo per strada”, una cultura che deprime e interdice il desiderio. “Il sesso è diventato tutto intriso di violenza reale o potenziale e quindi tutto strumento per il potere. Il sesso è diventato l’arma del ricatto e non solo il sesso, ma anche il campo delle molestie e il campo del desiderio – che può essere denunciato come molestia. Il solo fatto di essere oggetto del desiderio di qualcuno diventa una molestia”. La critica alla torsione penale (che il femminismo italiano a partire da Tamar Pitch ha sempre rifiutato) di parte della campagna me too negli Usa, finisce così col proporre una “naturalizzazione” del desiderio maschile, (“il desiderio è un eccesso”) che dimentica come le forme del desiderio, della seduzione siano (anche) costruite socialmente.

E infatti la Cecla denuncia «un’isteria collettiva, questa volontà di dissezionare la vita sessuale propria e di tutti. Nel fatto stesso di avere una vita sessuale c’è qualcosa di sospetto, perché il desiderio non è mai innocente, soprattutto se è maschile, ma è complice se è femminile, perché si fa irretire da qualcosa che non gli appartiene. Viene il sospetto che questa non sia già più una battaglia femminista o femminile, ma una resa dei conti di altro tipo, una rivoluzione per la presa del potere biopolitico».

Paradossalmente la “coscienza di gruppo di uomini che si sentono stanchi di essere etichettati come cattivi” non produce l’espressione esplicita di una rottura e un’alterità rispetto ai modelli dominanti ma, al contrario, un ritorno indietro: «c’è un pregiudizio contro gli uomini che porta a denigrarli, io non sono un violento oppressivo e quindi devo difendere “il buon nome” del maschile».

In questa “postura vittimistica” La Cecla ricorda: «Chi scrive è un maschio, bianco, occidentale, anzi peggio, europeo, non indigeno, non appartenente a fedi religiose orientali, di mezza età, single, con un’educazione occidentale, anzi classica, – che altro devo dire per anticipare con i distinguo le classificazioni bio-politiche senza le quali non ho diritto a parlare di questa faccenda?». E se invece riconoscessimo come uomini una domanda che ormai non possiamo più rimuovere sul nostro immaginario, le forme del nostro desiderio, il nostro modo di stare al mondo e provassimo a prendere parola proprio dal riconoscimento della nostra parzialità?

Non si tratta contrapporre nuove norme, o la predica ipocritamente corretta alla “trasgressione” della spontaneità dei comportamenti maschili ma, al contrario di svelare le regole invisibili, non scritte ma ferree che disciplinano i nostri comportamenti, le nostre relazioni ma anche i nostri desideri.

Un’altra strada

È disponibile una lettura della collocazione degli uomini nel cambiamento in corso più efficace della semplice categoria di crisi o che sappia interpretare articolazioni e potenzialità di questa crisi? C’è una specificità di questa fase di cambiamento oltre l’eterno ritorno della retorica sul rischio di svirilizzazione degli uomini e di smarrimento della virilità che ha attraversato gli scorsi due secoli? Mancano, come recita un vecchi libro di Marie Cardenal “le parole per dirlo” e, come è noto, ciò che non si può nominare finisce col non esistere.


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