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Come ne vogliamo uscire - [IFE Italia]
IFE Italia

Come ne vogliamo uscire

Marvi Maggio
martedì 24 settembre 2019

La classificazione è una condizione della conoscenza, non la conoscenza stessa, e la conoscenza torna a dissolvere la classificazione” (Adorno, Horkheimer, 1966, p.238)

Partire da sé per cambiare il mondo

Parlare in prima persona è la condizione per creare uno specifico tipo di conoscenza. Ma su cosa ha senso creare conoscenza a partire da una percezione critica del proprio punto di vista come interpretazione e osservazione su quello che si vede dal proprio punto di vista?

Questa conoscenza non si limita mai all’esistente, ma contemporaneamente esplora le possibilità e quindi riguarda la scelta politica intesa come ipotesi di trasformazione dell’organizzazione sociale, delle sue specificità geografiche e storiche, e del funzionamento della struttura economica, sociale, culturale. La scelta politica non è direttamente il prodotto della verità, sebbene si fondi sulla conoscenza, non è una scelta fra vero e falso, ma per esempio fra interessi di classe oppure più in generale fra progetti di economia e società differenti da quelli esistenti.

Le donne che hanno partecipato ai movimenti femministi negli anni Settanta in Italia e avevano contemporaneamente l’obiettivo di costruire una società egualitaria e libertaria, hanno discusso a partire da sé cosa significava per loro la definizione eterodiretta di donna, per costruire un altro modo di essere donna, individuale e collettivo. Si partiva da sé nel senso che il discorso non era astratto, ma la teoria procedeva da un progetto di sé diverso da quello prescritto perché l’impegno nel movimento nasceva proprio dalla distanza e dalla differenza fra ciò che era prescritto e dato e ciò che era contenuto nei propri desideri e necessità, altrettanto materiali e immateriali quanto le prescrizioni del potere che si volevano smantellare: organizzazione gerarchica e sessista nella famiglia, obbligo di cura, obbligo al dono e alla disponibilità, alla subordinazione, accettazione ad essere esclusa da contesti sociali e spaziali e da possibilità offerte agli altri. Quel movimento si è opposto al modello tradizionale dominante per proporne altri, o per proporre più in generale la libertà di progettare sé stesse senza limiti imposti a priori. Questo è stato un progetto politico di trasformazione sociale profondo e non a caso le femministe degli anni Settanta a cui ci riferiamo, lo mettevano in stretta relazione con quello della sinistra rivoluzionaria, che come compagne avevano contribuito a definire e arricchire.

Questa parte del movimento femminista degli anni Settanta in Italia non investiva solo l’identità sessuale interpretata come fatto specifico e separato, bensì anche e soprattutto: gli effetti, anche in termini di teorie e di pratiche, che il concetto discriminante ed eterodiretto di donna produceva nelle sfere dei rapporti sociali, in relazione e tensione con i rapporti di classe e di “razza”, dove questa è presupposta; la questione della riproduzione della specie, con la differenza, in termini fisici e materiali, in temi come l’aborto, rispetto agli uomini, laddove la donna non è un contenitore ma una persona, con tutto quello che questo comporta in termini di potere decisionale che non deve essere lo stesso, non deve essere uguale, perché farebbe parti uguali fra differenti; la riproduzione della vita quotidiana interpretata in stretto rapporto di influenza con i sistemi di produzione e i processi lavorativi; la relazione con la natura in una visione non più predatoria ma di rapporto sinergico; le concezioni intellettuali sul mondo i cui limiti emergono con chiarezza con il palesamento dell’esclusione delle donne, come soggetto considerato nelle teorie e come soggetto creatore di teorie, e richiedono una revisione e trasformazione complessiva; l’organizzazione istituzionale e amministrativa chiamata in causa per la visione sessista e discriminatoria inscritta nelle leggi e nelle pratiche, nella sanità, nella scuola e nell’università, nelle politiche per la casa, nella giustizia e nel diritto di famiglia, nelle leggi per l’aborto e nell’assenza di leggi contro la violenza contro le donne; le tecnologie e le forme organizzative con la messa in discussione dell’ideologia inscritta e nascosta in assunti sessisti che pretendono di essere scientifici.

Rispondere alla discriminazione e all’esclusione delle donne richiede la trasformazione di tutte le sfere sociali, proprio come una trasformazione che sostituisca il capitalismo con un altro motore economico.

Va ricordato poi che il noto slogan “Il personale è politico” significa che la trasformazione sociale deve investire in pieno quegli ambiti, come le relazioni sociali, i ruoli imposti e la famiglia, fino ad allora esterne alla lotta politica. Quello stesso slogan nel 1977 viene assunto come emblema da tutto il movimento. Si tratta di un punto centrale su cui si dispiega una grande battaglia tutt’oggi. Non a caso le relazioni ineguali sancite nella famiglia contro cui lottavano questi movimenti, sono quelle stesse che spesso le dichiarazioni dei diritti dell’uomo difendono, sancendo il diritto ad opprimere e ad essere oppresse in una sorta di relativismo, tanto che sembrano affermare “ognuno è padrone a casa sua nell’ambito dello spazio privato della famiglia”. L’art.12 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani approvata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite 10 dicembre 1948 afferma “Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni”. In questo modo però si celebra il trionfo del patriarcato ovunque esso si presenti, sottraendo dal diritto, i diritti delle donne all’interno delle famiglie, facendo un danno enorme alle donne che lottano per le libertà.

Il mondo delle possibilità

Non c’è un modo di essere donna vero e uno falso. Come non c’è un solo femminismo, ma ce ne sono stati e ce ne sono molti con visioni e progetti differenti dell’essere donne e più in generale dell’essere umani. Tuttavia non è femminismo l’accettazione supina dei rapporti patriarcali esistenti e chiamarla tale è una truffa ed è falso, semplicemente falso. La subordinazione, anche quando è accettata è subordinazione. E chi la accetta, indirettamente crea problemi a chi non la accetta, mettendola a rischio. Giustificare con l’autodeterminazione la subordinazione al profitto o alle tristi possibilità offerte dal patriarcato (rispetto delle norme patriarcali, prostituzione), è un tentativo di usare strumenti di liberazione, come l’auto-determinazione, per accettare l’esistente nelle sue parti più infami. Non scomodiamo la libertà per motivare la sottomissione o il profitto. La sottomissione e la subordinazione hanno già i loro, sempre troppo numerosi, teorici ed adepti.

Per i femminismi veri, quelli cioè che si propongono di costruire un ruolo femminile sostanzialmente differente da quello prescritto nel patriarcato, in cui cioè siano aperte le possibilità della libertà, tutto sta a definire qual è l’elemento centrale: l’ingresso delle donne nella struttura di potere, nell’ipotesi che patriarcato e capitalismo possano essere separati, ma questo non è un quesito teorico e deve essere verificato nella realtà, e rimane il fatto che nella corsa dei topi (apertura di “pari” opportunità a correre la corsa dei topi) nella società capitalista solo una esigua minoranza vince, oppure la costruzione di una prospettiva che vuole impedire tutte le discriminazioni, compresa quella di classe, che è tra l’altro strettamente attorcigliata a quella delle donne, come è prevedibile, visto che il capitale usa i discrimini di potere per avvantaggiarsene, prima di tutto in termini di differenziali di valore economico e quindi di costo di mano d’opera.

Una donna, in quanto donna e per il fatto di essere una donna non ha il potere di parlare a nome di tutte le altre donne, forse di una parte, se ne ha il mandato. Così un movimento delle donne non può parlare a nome di tutte le donne, può parlare a nome di quelle che hanno la stessa prospettiva politica intesa come il possibile, che è parte del reale.

Le categorie che individuano e identificano gruppi di persone hanno sempre un elemento di aleatorietà: sono storiche, specifiche, funzionali e fondate su caratteri la cui importanza deriva da considerazioni non sempre condivisibili. In certe sfere non ha senso la distinzione in base al sesso o in base a caratteristiche fisiche di vario tipo. Portando il discorso alle estreme conseguenze gli esseri umani sono estremamente simili e contemporaneamente estremamente diversi: ogni persona è un tipo in sé. A volte vorremmo semplicemente essere considerati esseri umani e non essere identificati con categorie che statuiscono la nostra subordinazione e il potere esercitato su di noi in modo quindi arbitrario. Categorie create per esercitare il potere difficilmente sono quelle da adottare e con cui vivere per esercitare il diritto di fare di noi stessi quello che vogliamo. Come ha scritto Aure Lorde nel 1979 “The master’s tools will never dismantle the master’s house” (gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone). Non possiamo distruggere la nostra oppressione usando la logica che giustifica l’oppressione. La categoria di classe serve alla lotta di classe (pensate a quanto lavoro teorico è stato utilizzato per negarne l’esistenza, e poi distruggerla nei fatti, nel periodo in cui è stato un efficace strumento di lotta politica); quella di genere, contrapposta a quella di sesso che presume caratteri astorici e asociali, serve a lottare contro le regole che determinano le possibilità in base al genere; i raggruppamenti politici e i movimenti servono a creare uno spazio in cui si condivide un modo di essere che non dipende dalla presunta o reale appartenenza ad altre categorie ma da un progetto di che tipo di persone vogliamo essere, che tipo di rapporti vogliamo intrattenere con gli altri (relazioni sociali) e con la natura non umana, quali stili di vita, tecnologie e che tipo di città vogliamo (Harvey, 2008, p.23). Categorie come quella di “razza”, inventata per esercitare il potere, diventano delle realtà sociali e politiche che non possono essere semplicemente ignorate, ma vanno affrontate nelle loro specifiche esplicitazioni nello spazio geografico e nel tempo storico e presente.

L’importante è come ne vogliamo uscire

La aleatorietà, contestualità e funzionalità delle categorie che raggruppano le persone devono sempre essere oggetto di riflessione e soggette al pensiero critico, fra etero-definizione e auto-definizione. James Baldwin spiega in modo molto chiaro di cosa si tratti descrivendo lo shock di un bambino che scopre di non essere parte della popolazione o quando afferma che è la società americana che si deve chiedere perché ha costruito la categoria di nero, perché lui è semplicemente una persona. «The future of the negro on this country is precisely as bright or is dark as the future of the country. It is entirely up to the american people and our representatives… what the people have to do is to try to find out in their own heart why it was necessary to have a negro in the first place. Because I am not a negro, I am a man. But if you think I am a negro mean that you need it. The question the white population of this country have to ask itself north and south: if I am not a negro here and you invented it you the white people invented it, you have to find out why. And the future of the country depend on that, weather you are able to ask that question» (trad. il futuro dei neri in questo paese è precisamente altrettanto luminoso o oscuro come il futuro del paese. È interamente nelle mani del popolo americano e dei suoi rappresentanti… quello che la gente deve fare è cercare di scoprire nel loro stesso cuore perché in primo luogo è stato necessario avere un nero. Perché io non sono un nero, sono un uomo. Ma se voi pensate che io sia un nero significa che voi ne avete bisogno. La questione che la popolazione bianca in questo paese si deve chiedere al nord e al sud: se io qui non sono un nero e voi l’avete inventato, la popolazione bianca lo ha inventato, dovete scoprire perché. E il futuro del paese dipende da questo, da se voi siete capaci di rispondere a questa domanda) (Baldwin, 1963: min.23.22-24.59).

Il possibile fa parte del reale è “la via aperta verso l’orizzonte” (Lefebvre, 1973, p.55). Non è l’oppressione ad accomunarci, ma come ne vogliamo uscire.


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