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Il laboratorio intersezionale del neoliberismo - [IFE Italia]
IFE Italia

Il laboratorio intersezionale del neoliberismo

di Eric Fassin
lunedì 18 novembre 2019

"(...) È il momento neofascista del neoliberismo (...)"

Classe, sesso e razza: il laboratorio neoliberale è intersezionale, come dimostrano chiaramente i casi di molti populisti autoritari, a cominciare da Trump e Bolsonaro. L’omicidio di Marielle Franco, donna nera, attivista lesbica, originaria delle favelas e impegnata nella lotta contro le discriminazioni e le disuguaglianze, retrospettivamente, sembra il segnale che annunciava tragicamente il risultato delle elezioni avvenute sei mesi dopo: il neofascismo mette in pratica l’intersezionalità – invertendone la sua dimensione emancipatrice.

Fonte: https://jacobinitalia.it/il-laborat...

In Brasile, stiamo assistendo a una strana esperienza di travestimento: la parodia della democrazia va di pari passo con il ribaltamento retorico della gerarchia dei privilegi. Classe, sesso e razza: la nozione di intersezionalità è utilizzata invertendone la sua dimensione emancipatrice. È il momento neofascista del neoliberismo.

Il Brasile di Bolsonaro non è un’eccezione e non può essere ridotto a un’aberrazione culturale. Al contrario, è un caso esemplare che illustra una deriva populista che tocca anche altre regioni del mondo – come la Turchia di Erdoğan, l’Ungheria di Orbán o le Filippine di Duterte. Secondo il filosofo brasiliano Vladimir Safatle si potrebbe parlare addirittura di un «laboratorio mondiale nel quale vengono testate nuove configurazioni del neoliberismo autoritario, in cui la democrazia liberale è ridotta a mera apparenza». È senz’altro possibile fare il paragone con il Cile di Pinochet, che è già servito da laboratorio neoliberale dopo il colpo di Stato del 1973. In entrambi i casi si tratta di spazzare via un partito di sinistra sostenuto dalle classi popolari (come nel caso dell’elezione brasiliana del 2018, secondo quanto dimostrano gli exit pool). Queste, in effetti, hanno tratto beneficio dalle politiche di sinistra: secondo la Banca Mondiale, tra il 2004 e il 2014, la Bolsa Familia ha strappato 28 milioni di brasiliani alla povertà. In entrambi i casi, si è trattato di far entrare in scena i «Chicago Boys»: la svolta neoliberista tardiva di Jair Bolsonaro, espressa dalla scelta annunciata all’inizio della campagna presidenziale di affidare l’economia a Paulo Guedes, ha rappresentato la condizione che ha reso la sua ascesa al potere possibile.

Forme e stili politici

Bisogna, però, tener conto anche delle differenze, non poco significative, tra la dittatura di Pinochet e il regime di Bolsonaro, il quale si colloca in ciò che ho definito «il momento neofascista del neoliberismo». Tali differenze riguardano in primo luogo la forma e lo stile della politica. Anzitutto, in effetti, per eliminare il Partito dei Lavoratori (Pt) è stato necessario un doppio colpo di Stato: parlamentare, con la destituzione di Dilma Rousseff nel 2016, e poi giudiziario, impedendo a Lula, in prigione e favorito dai sondaggi, di partecipare alle elezioni presidenziali del 2018.

Tuttavia, la situazione è ben diversa rispetto al colpo di stato militare cileno del 1973, o a quello brasiliano del 1964: non ci sono più carri armati per le strade. Nel momento della crisi greca, quando l’hashtag #ThisIsACoup denunciava il diktat dell’Europa finanziaria imposto al governo di Syriza, girava un’espressione che riassumeva bene questa logica: «banks, not tanks». È un po’ la stessa logica che si osserva in Brasile – sebbene Bolsonaro, capo delle forze armate, rivendichi orgogliosamente l’eredità della dittatura militare, compresa la tortura e gli omicidi, come ha ben mostrato la storica francese Maud Chirio. Dal canto mio, nel 2016, riassumevo questa nuova formula con il titolo «Più voti che marce militari». Due anni dopo, contro Lula, c’erano dei giudici e non degli aguzzini…

Ho proposto di definire questo doppio colpo di stato istituzionale, questo «fucile a doppio colpo», un «colpo di stato democratico»: contro la democrazia ma con gli strumenti della democrazia. L’apparenza democratica non è irrilevante. Da un lato, questa situazione ha ingannato gli osservatori, come testimoniato dall’imbarazzante editoriale del giornale Le Monde nel 2016: «Brasile: questo non è un colpo di Stato». Dall’altro, ciò significa che i neofascisti di oggi ribaltano le vecchie retoriche. Come in Francia, in Brasile, e non solo, si appropriano del lessico della resistenza contro i «collaborazionisti» e non contestano più la democrazia, piuttosto vi si appellano in nome del popolo.

C’è inoltre un’altra differenza, non soltanto di forma, ma anche di stile politico. I dittatori degli anni Settanta erano seri, se non addirittura lugubri. La loro buia gravità sembrava annunciare gli squadroni della morte… Oggi è piuttosto la figura del clown a dominare la scena. Sembrerebbe che il buffone e il re siano ormai la stessa persona. Specchio deformante della dignità di Dilma o di Lula, Bolsonaro richiama, con il suo stile grottesco, Donald Trump, Matteo Salvini o Boris Johnson. Questa nuova estetica populista esprime bene il disprezzo nei confronti del popolo, come se la sua prerogativa fosse la volgarità. E soprattutto, è un gesto politico. Da una parte, infatti, assistiamo a una politica del disgusto: per screditare il carnevale, il presidente del Brasile non esita a twittare immagini che mostrano la performance queer di un uomo colto nell’atto di urinare su un altro. Ma dall’altra, si tratta di un disgusto per la politica democratica: questo video era un documento che accusava Trump di aver pagato delle prostitute a Mosca per delle golden showers praticate sul letto dove pare avessero dormito Barack Obama e sua moglie…

Politica del disgusto e disgusto per la politica si confondono. Si pensi al saggio sul «ridicolo politico» pubblicato nel 2017 da Márcia Tiburi. Questa filosofa brasiliana analizza la berlusconizzazione del discorso politico che consiste, per riprendere il suo neologismo, in una «ridicolizzazione»: non si tratta tanto di mentire (fake news), quanto piuttosto di sparlare: «dire stronzate» (così potremmo tradurre il «bullshit» del filosofo statunitense Harry Frankfurt, o in portoghese «falar merda»). Le derive scatologiche di un Trump o di un Bolsonaro ne sono la conferma letterale.

È peraltro così che il presidente degli Stati uniti qualifica gli Stati africani o Haïti, paesi da cui provengono i migranti, «paesi di merda» («shithole countries»); mentre il presidente brasiliano, nel momento in cui rivendica un «controllo delle nascite» non meno razzista, propone, spacciandola per una misura ecologica, di «fare la cacca a giorni alterni»… Facendo uso di un linguaggio disgustoso per provocare un disgusto per il linguaggio, queste due logiche convergono. Entrambe significano un odio per la politica democratica che si esprime anche attraverso il travestimento democratico dei colpi di stato attuali.

Il risentimento politico

Le differenze tra il laboratorio brasiliano e quello cileno, tra il nostro momento neofascista e le dittature degli anni Settanta, non si fermano però alla forma e allo stile, ma riguardano anche questioni di fondo, ossia il contenuto del discorso e delle politiche che lo accompagnano. Certo, le questioni di classe rimangono fondamentali: la deriva autoritaria è una reazione contro le mobilitazioni politiche delle classi popolari e contro le trasformazioni sociali che ne conseguono.

Nel caso del Brasile, ciò è evidente fin dal 2013, quando, grazie a una riforma che ha esteso il diritto comune del lavoro anche ai domestici, limitando gli orari effettuati dai lavoratori domestici e assicurando loro il pagamento degli straordinari e delle ore notturne, le classi medie hanno vissuto tale progresso sociale come un declassamento, e hanno poi avuto un ruolo decisivo nelle mobilitazioni contro il Pt. In pratica la democratizzazione appare come una minaccia per i privilegi di classe. Questo ricorda l’indignazione suscitata dal programma sociale di Salvator Allende in Cile: come se le misure in favore delle classi popolari finissero per sfavorire le classi medie.

Nel mio saggio sul risentimento populista nell’era del neoliberismo, ho cercato di analizzare questa politica di estrema destra fondata sulla paura di perdere i propri privilegi. Non si tratta soltanto, come nel caso dei populisti di sinistra, di un anti-elitismo: come sottolinea giustamente John B. Budis, «i populisti di destra difendono il popolo contro un élite accusata di proteggere un gruppo terzo costituito da immigrati, musulmani, attivisti neri. Il populismo di sinistra è binario. Il populismo di destra è ternario. Guarda verso l’alto, ma anche verso il basso, in direzione di un gruppo escluso».

Queste due rabbie provengono da sentimenti diversi: è importante distinguere l’indignazione che può sperare di risvegliare la sinistra di fronte all’ingiustizia, e il risentimento che l’estrema destra mobilita con successo. La prima è una protesta contro l’ingiustizia, che sia subìta individualmente o meno. La seconda è la reazione di chi teme, unicamente per sé o per i suoi cari, di non ricevere ciò che gli è dovuto. Il risentimento è una «passione triste», per dirla con Spinoza, il cui vero motore è l’idea che altri godano al posto mio e, quindi, mi impediscano di godere. E questa rabbia impotente diventa essa stessa una forma di godimento. In altri termini, è una reazione, non alle disuguaglianze, ma ai progressi dell’uguaglianza.

È necessario dunque evitare le letture compassionevoli, o addirittura condiscendenti, che confondono le classi popolari con il populismo: gli elettori di Le Pen o di Trump, e dunque anche di Bolsonaro, non sono i «perdenti» della globalizzazione che meriterebbero compassione. In realtà, qualunque sia il loro successo o il loro fallimento, ricchi o poveri che siano, rimuginano che altri, che ai loro occhi non valgono nulla, starebbero meglio di loro. In questo senso, è possibile comprendere la loro rabbia contro le minoranze e le donne, ma anche contro gli «assistiti»: non c’è nulla al mondo che il populismo di destra detesti più degli «underserving poors», questi poveri che non meritano altro che quello che hanno, o piuttosto che non meritano nulla. O forse sì: i «bobos» [bourgeois-bohèmes, ndt] di sinistra, questi diplomati che hanno l’arroganza di non rendersi conto che il capitale culturale che si portano dietro come una dote ha valore solo per loro e per nessun altro…

Scadere nel miserabilismo significa non solo ridurre ingiustamente le classi popolari al voto populista e, simmetricamente, il voto populista alle classi popolari; ma anche rifiutare di riconoscere nelle classi popolari dei soggetti politici – nel male, ma anche nel bene. Considerarle semplici vittime, significa negare la loro capacità di agire (agency).

Valori neoliberali

Il risentimento neoliberale, oggi, non riguarda unicamente i rapporti di classe. Tocca anche le politiche dell’identità. In Brasile come in molti altri paesi, dagli Stati uniti alla Russia e dall’Ungheria all’Italia, si osservano, dagli anni Dieci in poi, non solo movimenti sociali reazionari, come in Francia, che portano avanti la crociata lanciata dal Vaticano, ma delle vere e proprie campagne politiche anti-gender a livello governativo e dunque delle politiche di Stato, in Europa, in America latina e altrove.

È evidente che i «populisti di destra», che preferisco chiamare neofascisti, facciano campagna sul sessismo e sull’omofobia. Non è stato proprio Trump a dimostrare che le scioccanti rivelazioni sul suo sessimo (la registrazione in cui si vanta di «prendere sua moglie per la figa» – pussy grabbing in inglese), più che indebolire rinforzano il suo elettorato? Allo stesso modo, Bolsonaro non è stato in alcun modo scalfito dalle sue molteplici dichiarazioni sessiste e omofobe: più sembrano scioccanti ai tanto detestati «bobos» più il suo elettorato si galvanizza. La campagna della bufala del «kit gay» nelle scuole, che faceva eco a campagne simili diffuse in Francia tra il 2010 e il 2014, conferma che si tratta di una strategia politica progettata ad hoc.

Qual è allora il rapporto con il neoliberismo? Possiamo avanzare l’ipotesi che l’anti-intellettualismo che anima gli attacchi contro la (cosiddetta) «teoria-del-gender» e la difesa del «senso comune» (come da nome del movimento cattolico che ha lottato contro l’estensione del matrimonio alle coppie dello stesso sesso in Francia) hanno senso proprio in un mondo neoliberale. Pensiamo, per esempio, agli attacchi violenti contro la filosofa Judith Butler, la cui immagine è stata bruciata a São Paulo nel 2017. Questo anti-intellettualismo permette di spostare l’odio populista dalle élite economiche e politiche alle sole élite culturali – come se il vero privilegio, più che economico, fosse anzitutto culturale.

In altri termini, nel momento in cui il capitale culturale perde la sua importanza relativa rispetto al capitale economico, emerge una retorica che permette di sostituire il primo al secondo. Le minacce che pesano oggi sulle libertà accademiche, e più in generale sulla filosofia e sulle scienze sociali, confermano che il neoliberismo va a braccetto con l’anti-intellettualismo che contesta il pensiero critico.

Ma possiamo spingerci anche oltre: in realtà, la reazione sessuale gioca oggi un ruolo cruciale nel dispositivo neoliberale. Che Paulo Guedes abbia provato il bisogno di rincarare la dose degli insulti sessisti di Jair Bolsonaro contro Brigitte Macron, ci dà una misura preziosa della questione: politica sessuale e politica economica vanno attualmente di pari passo. È questa la tesi dell’importante libro di Melinda Cooper sul rapporto tra corrente neoliberista e nuovo conservatorismo morale: i «valori familiari» (per riprendere il suo titolo) sono sia economici che culturali. Pensare il capitalismo neoliberale ci invita dunque a oltrepassare la distinzione tra politiche della redistribuzione e politiche del riconoscimento (secondo il lessico utilizzato da Nancy Fraser).

Lungi dallo stare in opposizione, come troppo spesso si pensa a sinistra, morale e mercato nel nuovo regime politico stanno bene insieme. Si tratta di una privatizzazione dell’ordine sociale (e sessuale) che si fonda, sempre di più, sulla responsabilità individuale e familiare più che sullo Stato. Questo saggio ha spinto la politologa Wendy Brown, che si propone di pensare l’«incremento delle politiche antidemocratiche in Occidente», a rivedere le sue analisi precedenti sull’«incubo americano», ossia l’alleanza contro natura tra i difensori del neoliberismo e quelli della reazione morale: non siamo forse di fronte alle origini stesse del progetto di revisione del capitalismo teorizzato da Friedrich Hayek?

La collera dell’uomo bianco

Nel caso del Brasile si potrebbe parlare di un laboratorio sessuale del neoliberismo. Se la destituzione di Dilma era stato un primo segnale, non sorprende che il sessismo abbia giocato un ruolo centrale: «chao querida!», scandivano i suoi avversari. Ma è necessario aggiungere che si tratta anche di un laboratorio razziale. Il razzismo ha giocato un ruolo decisivo nella carriera di Donald Trump: grazie alla contestazione della nazionalità di Barack Obama, primo presidente nero di cui esigeva di accertare l’atto di nascita, Trump è diventato una figura politica. Questo atteggiamento è stato poi confermato dai suoi attacchi contro i ladri messicani, dal «Muslim ban» che chiude le porte ai rifugiati che provengono da paesi musulmani e anche dal suo aperto sostegno ai suprematisti bianchi.

Lo stesso vale per Bolsonaro. Basti questa citazione, tratta da un’intervista: «il razzismo in Brasile è una cosa rara». La negazione radicale delle discriminazioni razziali, delle disuguaglianze economiche che ne derivano, ma anche delle violenze razziste, in particolare delle violenze della polizia militare, la dice molto più lunga di tutte le sue provocazioni. Aggiunge il presidente: «Dicono che io sia omofobo, razzista, fascista, xenofobo, ma alla fine vinco le elezioni». Di fatto, la mappa elettorale lo dice chiaramente. Il voto di Bolsonaro è forte al Sud e debole nel Nord-Est: il primo è bianco, il secondo no. Per non parlare del trattamento dei popoli indigeni dell’Amazzonia.

Classe, sesso e razza: il laboratorio neoliberale è intersezionale, come dimostrano chiaramente i casi di molti populisti autoritari, a cominciare da Trump e Bolsonaro. L’omicidio di Marielle Franco, donna nera, attivista lesbica, originaria delle favelas e impegnata nella lotta contro le discriminazioni e le disuguaglianze, retrospettivamente, sembra il segnale che annunciava tragicamente il risultato delle elezioni avvenute sei mesi dopo: il neofascismo mette in pratica l’intersezionalità – invertendone la sua dimensione emancipatrice. La sinistra dovrebbe forse tirarne le conseguenze. L’altro volto di questa logica intersezionale diretta contro le minoranze è la «rivincita dell’uomo bianco», per riprendere il titolo della ricercatrice Mari-Cécile Naves: da Trump a Bolsonaro (ma questo vale anche per la famiglia Le Pen in Francia, e molti altri «populisti di destra»), siamo di fronte a una politica del risentimento.

È come se questi politici neofascisti facessero della figura dell’uomo bianco maggioritario di classe media la vera vittima, al posto delle false vittime minoritarie, e promuovessero dunque il sentimento che altri godano abusivamente dello statuto desiderato di vittima, a causa delle loro povertà, o del razzismo, del sessismo, dell’omofobia che subiscono. Insomma, si tratta di un ribaltamento della gerarchia dei privilegi: con la magia del risentimento, i dominanti pensano di essere dominati, i primi credono di essere gli ultimi.

L’efficacia di questa politica neofascista dei valori morali, culturali e identitari che sta al centro del dispositivo neoliberale attuale è allora chiara: per mobilitare contro l’uguaglianza in un’era di disuguaglianze, essa fa leva sugli affetti iscritti nel corpo da un discorso non solo di classe, ma anche di sesso e di razza. La sua forza sta nel fomentare il risentimento populista alimentando in tutte le classi, popolari ma non solo, il timore di perdere piccoli o grandi privilegi, a vantaggio di altri, proletari o minoritari, che non accetterebbero più di restare al loro posto, giocoforza inferiore.

*Éric Fassin è professore di sociologia all’université Paris 8. Questo articolo è uscito su Aoc.media. Tradotto dal francese da Massimo Prearo.


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