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Via Rasella ,l'altra faccia delle Fosse ardeatine - [IFE Italia]
IFE Italia

Via Rasella ,l’altra faccia delle Fosse ardeatine

Incontro con Carla Capponi
venerdì 22 aprile 2011 par ifeitalia

Adattamento ed elaborazione dall’intervista originale realizzata dal regista Enzo Cicchino nel corso della sua inchiesta sull’azione partigiana di Via Rasella e andata in onda per il programma della RAI TV- MIXER di Giovanni Minoli.

INCONTRO CON CARLA CAPPONI LA DONNA CON TRA LE MANI L’IMPERMEABILE

Quando giunsi a Zagarolo a casa di Carla Capponi fui colpito dalla solitudine dello spazio che era intorno alla villa, persa in un angolo di campagna. Avendone sentito parlare così tanto mi aspettavo una donna piuttosto giunonica ed imponente, invece mi è venuta incontro una vecchietta minuta, affabile, circondata da alcuni pastori maremmani scodinzolanti. Vivacissima. Gentile. Irremovibile nelle sue convinzioni. E disposta a sottoporsi a tante domande come non mai. Lucidissima. Tra l’altro mi disse che nel corso della sua vita aveva ricevuto di tanto in tanto anche delle minacce ed era stata costretta a rivolgersi ai carabinieri. Con me fu particolarmente complice, di grande calore umano. Ad onor del vero devo anche dire che è stata l’unica partecipante a quell’azione partigiana disposta a venire con me in Via Rasella per ricostruire in loco le fasi dell’attacco.


Signora Capponi cominciamo col rievocare quel giorno famoso...

Io sono Carla Capponi. Sono una delle partigiane che ha fatto parte dell’attacco di via Rasella. La mattina del 23 marzo 1944 ci siamo alzati da quel giaciglio dove dormivamo, in una cantina a via Marco Aurelio ...ed avevamo dormito pochissimo. Tutta la notte a lavorare intorno a questo carretto della nettezza urbana all’interno del quale avevamo collocato una serie di spezzoni e la bomba.

Quanto all’ordigno.... furono in molti a contribuire alla sua costruzione!?

La bomba di Via Rasella aveva una sua storia. Il detonatore, con tutto il materiale esplosivo era stato fornito dal centro militare, la Romana Gas aveva preparato la cassetta in metallo nella quale abbiamo messo il tritolo. L’artificiere era il fisico Cortini con sua moglie, Laura Garrone. Noi li abbiamo aiutati. C’era Bentivegna, io, Mario Fiorentini, Lucia Ottobrini; ci siamo dati da fare perché il tempo stringeva. Tra l’altro ci siam dovuti procurare il carrettino nel quale mettere tutto il materiale. Questo fu rubato al deposito netturbini del Colosseo e portato a via Marco Aurelio. Lì, lo abbiamo riempito, lavorando per tutta la sera, fino alla notte. Ma la nostra attività non si è limitata solo a questo. Avevamo dovuto studiare anche una strategia di azione e logistica, perché a via Rasella avevamo organizzati due attacchi contemporaneamente: uno con il carrettino pieno di esplosivo 18 chili di tritolo. L’altro con 4 bombe Brixia da mortaio che avevamo trasformato noi stessi, in maniera molto artigiana, in bombe a mano.

Chi vi aveva addestrato a queste tecniche da artificieri?

Ad aiutarci a capire come trasformarle era stato un guastatore dell’esercito italiano, gappista anche lui, si chiamava Mangiavacchi. Mi ha insegnato personalmente, nella cantina di un palazzone nel quartiere Prati, come si smontavano le bombe Brixia. Le Brixia hanno un punto centrale che si svita, poi bisogna rovesciarle, togliere il detonatore, poi, tolto questo, si può innestare una miccia metallica a strofinamento. Va quindi cambiato tutto il congegno, perché c’è un’elica di volata che va tolta, ecc. Avevamo imparato quindi a fare anche gli artificieri; avevamo preparato queste quattro bombe. A partecipare all’azione all’azione vera e propria sono stati 15 gappisti. La mattina quando tutto è stato pronto, siamo andati a mangiare. In genere non avevamo questo lusso del mangiare nelle trattorie, però quel giorno l’organizzazione partigiana, per rilassarci, ci aveva detto: "Andate a mangiare alla pizzeria che sta a piazza SS.Apostoli, birreria Dreher, così fate un momento di break dopo la tensione, poi vi preparate all’azione". Così infatti siamo andati a mangiare tutti lì, come fossimo... eravamo tutti studenti, a gruppi. Dopo aver mangiato ci siamo separati. Io avevo la mia pistola e dovevo fare da copertura a Bentivegna. Bentivegna invece va a via Marco Aurelio, preleva il carrettino, si veste da spazzino. Per giungere a Via Rasella fa un lungo percorso, purtroppo faticosissimo perché praticamente dal Colosseo deve risalire Corso Vittorio fino al Quirinale, e poi discendere per via Quattro Fontane fino a via Rasella ed il percorso è lungo; duro per il peso enorme da trasportare, quindi doveva affrontare una serie di problemi. Però aveva come guardiaspalla Guglielmo Blasi che era un operaio, gappista insieme a noi ma che più tardi ci ha tradito, facendo arrestare molti compagni.

Veniamo alla dinamica dell’azione...

L’appuntamento con tutti gli altri era a largo del Tritone. In quel periodo, il traforo che collega Via Nazionale con Piazza di Spagna era stato chiuso parzialmente; dentro c’erano tutti gli sfollati dei bombardamenti di Cassino, che vi avevano fatto una specie di ricovero. Quindi il traforo era un punto interessante anche per noi partigiani, perché da lì si poteva entrare e uscire su via Nazionale, cosa a cui i tedeschi probabilmente non pensavano, perciò era una ottima via di fuga. A largo del Tritone, il mio compito era di aspettare il momento dell’attacco con l’impermeabile in mano, ed il punto adatto era davanti alla sede del Messaggero; invece gli altri compagni, per esempio Pasquale Balsamo, avevano ognuno un compito. Per esempio, Balsamo avrebbe dovuto venirmi vicino e dire quando io dovevo lasciare il Tritone e raggiungere via Rasella per porgere l’impermeabile a Bentivegna dopo lo scoppio della bomba. Per essere più precisa, Pasquale Balsamo aveva il compito - lui stava all’angolo con via Tomacelli - di venire da me appena avvistava i tedeschi che salivano verso il Tritone da piazza di Spagna, di avvertirmi che praticamente stavano arrivando. A questo punto io avrei dovuto risalire via Rasella, ed era il primo segnale che dovevamo dare a Bentivegna, che era già fermo vicino a palazzo Tittoni, dinanzi a quel portone grandissimo. Lo avevamo scelto per il fatto che c’era poca gente, non era pieno di macchine come lo è oggi; all’epoca della guerra veramente le strade di Roma erano semideserte, di macchine poi non se ne parlava, non c’era la benzina, non c’era niente. Quando a un certo punto mi ha dato il segnale ho capito subito che mi dovevo muovere. Intanto, prima che giungesse il segnale di Balsamo, mi hanno fermato dei poliziotti che facevano la guardia al Messaggero, perché a dirigere il Messaggero c’era Spampanato (che poi nel dopoguerra divenne deputato del Movimento Sociale). Inoltre Spampanato aveva anche una sua guardia del corpo che stava fuori della sede. Mi hanno fermata e mi hanno chiesto i documenti. Io sono rimasta male perché documenti non ne avevo più da molto tempo, e quindi mi sono praticamente trovata a dover giocar d’astuzia. Allora ho fatto finta di essere, un po’ così, una ragazza spiritosa, e ho detto: "Mio Dio, i documenti perché sto a leggere il giornale!" E quel giorno le notizie destavano pure curiosità, c’era a Napoli l’eruzione del Vesuvio... Insomma, quelli insistevano, allora ho cercato di prenderli un po... così, facendo le moine... Loro hanno visto che ero una ragazza, ho detto che aspettavo il mio fidanzato, se davo fastidio me ne andavo... e loro hanno detto: "Vabbé, non importa. Faccia quello che vuole, basta che stia un po’ più lontana dal portone". E io mi sono allontanata. A questo punto però Balsamo, che aveva visto che loro mi avevano rivolto la parola, nel timore che mi potessero arrestare, si era avvicinato con la sua pistola, c’è stato un equivoco grave perché lui ha pensato che mi volessero arrestare, mandando così praticamente a monte tutta l’azione; invece i poliziotti volevano solo fare i galletti spiritosi, come in genere fanno i romani con le ragazze. Tuttavia questi hanno fatto in modo che io partissi subito e mi avviassi per via Rasella prima del segnale vero. Sono passata davanti a Palazzo Tittoni, dove Bentivegna ritenendo il mio arrivo fosse come concordato si è preparata la pipa per accendere la miccia, ma poi non giungendo l’altro segnale di conferma, l’ha dovuta rispegnere. Questo secondo segnale glielo doveva dare Calamandrei, che stava all’angolo in basso di Via Rasella... togliendosi il cappello. E invece i tedeschi non arrivavano, non arrivavano, quel giorno hanno fatto un ritardo grandissimo: invece che alle due sono giunti alle tre e 40 circa, c’è stato un ritardo enorme. Eravamo stressati tutti, la tensione era altissima, io sono andata davanti al cancello di palazzo Barberini, praticamente... mi sono fermata lì perché non sapevo che fare. Ho aspettato che qualcuno mi facesse un altro segnale perché avevo capito che c’era stato un equivoco, e quindi mi sono messa a aspettare ordini praticamente. Poi mi sono rispostata di nuovo e in quel mentre, riecco i poliziotti di prima che, non fidandosi e insospettiti perché avevano visto che io avevo un trench in mano, mi si sono avvicinati di nuovo: "Ah, allora lei viene qui?", "Sì perché il mio fidanzato è praticamente dell’Unione Militare; lì c’è il reparto... " mi sono giustificata, aggiungendo che stavo lì perché lui avrebbe ritardato, doveva uscire alle quattro, cercavo di prender tempo.

Ci sono stati attimi terribili prima dello scoppio durante i quali ha cercato di salvare qualcuno dal rischio dell’esplosione?

In quel momento ho visto venir giù da via Quattro Fontane un’amica di mia madre, una vecchia signora. Allora io naturalmente ho approfittato subito per sganciare i poliziotti. Mi sono avvicinata, ho subito attaccato discorso, ho detto: "Come mai? Come stai?" come si fa normalmente, poi ci siamo messe a parlare. Però io tenevo d’occhio via Rasella. A un certo punto ho detto: "Senta, signora, è meglio che se ne va di qui perché oggi è una brutta giornata, è il 23 marzo. Coi tedeschi, con la situazione che c’è possono accadere tante cose a Roma" insomma, ho cercato di mandarla via. A questo punto la signora mi guarda un po’ spaventata, e siccome mi vede malvestita, coi calzettoni, insomma malridotta; lei mi conosceva in un’altra maniera, più elegante, ha pensato che qualche cosa strana doveva esserci per davvero. Infatti se n’è andata, poveretta, tutta spaventata, ed io mi sono invece spostata su via Rasella, sul primo portoncino e lì ho atteso. Dopo finalmente sono comparsi in fondo alla strada quelli del Bozen, li ho visti arrivare. Loro, come entrarono nella strada di via Rasella, iniziarono la salita cantando una marcia. Rompevano il passo, e per darsi un ritmo cominciarono a cantare una canzone tedesca di quelle solite, naziste. A questo punto, mentre i tedeschi salgono, Calamandrei fa il segnale a Bentivegna. Nel momento cruciale io non ho più visto Bentivegna perché tra me e Bentivegna c’era la testa della colonna. Poi lo vedo ricomparire che sopravanza la testa della colonna e mi raggiunge. Mentre gli sto facendo infilare il trench, avviene l’esplosione.

Come è stato l’effetto e cosa è accaduto subito dopo?

Per la forza dell’esplosione noi due siamo quasi spinti in avanti, un autobus che passava a via Quattro Fontane, scendendo in giù verso piazza Barberini, viene spostato tutto sul marciapiede di palazzo Barberini. E lì c’è un momento drammatico perché dei bambini scappano dal giardinetto dove giocavano da dentro palazzo Barberini. I poliziotti hanno capito finalmente che si trattava di qualcosa... mi vengono incontro cercando... Allora io tiro fuori la rivoltella, li minaccio, e loro scappano in giù verso piazza Barberini. Noi risaliamo via Quattro Fontane, corriamo verso via XX Settembre, lì vediamo uscire dal Ministero della Difesa un gruppo di militari che vengono contro di noi. Questi militari quasi ci avevano raggiunto ma noi siamo riusciti a superare la piazza delle Quattro Fontane e scendere sulla via Nazionale. Giunti sulla via Nazionale già eravamo fuori tiro dei tedeschi perché i tedeschi da via Rasella sparavano a tutto spiano, noi sentivamo passare i proiettili. Fino a qualche tempo fa sulle facciate dei palazzi di Via Rasella c’erano ancora i segni dei proiettili. Quindi abbiamo percorso via Nazionale. La mia famiglia abitava in piazza Foro Traiano. Siccome Bentivegna non si sentiva bene, aveva avuto una tensione tale che gli era venuto un collasso cardiaco. Malgrado casa mia fosse stata già visitata dai tedeschi, ho detto: proviamo a andare lì... Il portiere era un antifascista, Michele era un vecchio portiere di Roccagiovine, ed entriamo dentro il portone. Faccio salire Rosario in casa con molte difficoltà, - noi abitavamo al quarto piano- già altre volte aveva avuto degli svenimenti - mia madre c’era, per fortuna e gli offre un po’ di cognac. Lui si riprende un po’, e resta così... certo, il cuore aveva avuto evidentemente una grossa scossa. Dopo questo momento di break, ripartiamo subito perché non volevo né compromettere mia madre né il palazzo e le persone che ci abitavano. Si leva di dosso tutte le robe da spazzino, la tuta, eppoi anche il trench, facciamo un pacco, lui sotto era vestito normalmente come un giovane di quell’epoca, e naturalmente usciamo dal palazzo. Camminiamo per via dei Fori Imperiali , via Cavour, risaliamo le scale della saletta dei Borgia, dove c’è un sottopassaggio, e lì in quel sottopassaggio lasciamo il pacco del vestiario. Poi scappiamo sopra, facciamo Colle Oppio e andiamo a piazza Vittorio, dove c’era l’appuntamento finale di tutti i GAP. Lì per fortuna c’erano tutti e ciascuno ha raccontato la sua parte. Ci dicono che delle quattro bombe Brixia ne erano esplose solo tre, una era stata fatta male, evidentemente, o era stata accesa male. A terra avevano visto molti morti ma non sapevano il numero. Ognuno di noi aveva già stabilito dove si sarebbe rifugiato, noi avevamo scelto di rifugiarci in una casa di ebrei che erano sfollati, ma di nascosto erano tornati nella propria casa. Erano miei amici. Abbiamo trascorso la notte insieme a loro. Bentivegna giocava a scacchi e io mi ricordo che mi misi lì a scrivere una poesia per scaricarmi l’angoscia e il dramma di quella storia. Invece Cortini e la moglie fecero una dormita, tranquillissimi. Alla mattina ci siamo alzati e subito abbiamo comprato i giornali. Abbiamo pensato: ci sarà subito la notizia che è avvenuta la bomba a via Rasella: niente, non si è trovata una riga scritta in nessun posto. Noi allarmati, diciamo: come mai questi non hanno scritto niente? Allora siamo andati all’appuntamento con il compagno Calamandrei e Salinari e lì abbiamo commentato questa cosa. Tutti eravamo molto sbalorditi di non aver notizie. Comunque durante il giorno abbiamo avuto una riunione, abbiamo fatto il bilancio dei programmi successivi. Noi operavamo a Centocelle, Torpignattara, Quadraro, Quarticciolo con attacchi notturni contro le colonne tedesche dirette verso Anzio dove erano sbarcati gli americani.

Sapeste subito della tragedia delle Ardeatine?

Ripeto, il 24 marzo non troviamo sui giornali alcun accenno all’attacco di via Rasella, eppure era stata una cosa che aveva bloccato tutto il centro storico, quindi abbiamo pensato che doveva venirne per forza fuori un comunicato. La radio non ne parlava, silenzio assoluto. Si possono controllare i giornali dell’epoca, sia il Giornale d’Italia che il Messaggero: non portano nessuna notizia. Il 25 mattina compriamo i giornali e troviamo il comunicato Stefani che però trascriveva un comunicato del comando tedesco: "Comunisti badogliani hanno attaccato a via Rasella un gruppo di militari tedeschi; 32 sono morti e per ogni tedesco ucciso 10 italiani pagheranno con la loro vita. La sentenza è già stata eseguita". Questa la tragica conclusione, che poi non è finita qui, la vicenda è continuata. A parte tutto quello che è stato per noi il turbamento, l’angoscia, anche molti dubbi che ci son venuti perché, certo, la rappresaglia i tedeschi non a caso la facevano; la facevano per colpire al cuore la Resistenza, perché poi gli uomini che sono morti alle Ardeatine erano molti nostri compagni. Romualdo Chiesa era degli stessi gruppi partigiani dai quali venivo io, eravamo stati amici; Gioacchino Gismondo era stato un mio professore. C’erano decine di persone che erano legate a noi anche durante la lotta. Per esempio, Marchesi, che era un oste di via del Vantaggio, era stato preso, portato a via Tasso, torturato, per le torture aveva perso un occhio e l’hanno portato quasi cieco alle Fosse Ardeatine; Marchesi fu medaglia d’oro al valor militare. Ebbene, lui era un nostro carissimo amico. Quando eravamo affamati... capitavamo nella sua trattoria... ci metteva da parte da mangiare, ci faceva sempre trovare qualcosa per sfamarci... Perché non avevamo le carte annonarie, non avevamo nessun documento, eravamo braccati, stavamo nascosti in una cantina di Duilio, poi a Centocelle.

Ma era proprio necessario mettere questa bomba?

Poco dopo cominciò una polemica sulla questione, l’utilità... Mentre gli Alleati se n’erano compiaciuti, sui giornali inglesi, americani, eccetera questa cosa aveva avuto una grande risonanza, qui in Italia tra le forze del CLN... ci fu una discussione, tuttavia poi uscì con un comunicato che confermava la paternità dell’attacco e se ne assumeva la responsabilità. Trovavano spazio in qualche modo le forze, diciamo, più attesiste, quelle dell’Ora X, quelle che erano contro il fatto che si combattessero i tedeschi nella città. Fin dal primo momento questa scelta ci aveva diviso in due gruppi diversi: quelli che aspettavano l’Ora X per intervenire e noi che dicevamo che bisognava colpire subito, dietro l’invito americano: "Colpite il nemico ovunque e comunque!". Avevano lanciato dei volantini su Roma, c’erano stati dei comunicati, eravamo in collegamento con il Sud, quindi noi ricevevamo ordini precisi. Le armi per operare gli attacchi ce le aveva fornite il Centro Militare di Montezemolo; Montezemolo io l’ho incontrato una sola volta, per uno scambio di munizioni e di armi che ci dovevano fornire i militari.

Per anni si è discusso sulla famosa storia del presentarsi ai tedeschi al fine di evitare la rappresaglia?

Subito dopo la Liberazione, venne fuori questa discussione: ...se ci fossimo presentati i tedeschi non avrebbero fatto la rappresaglia. Questa voce non si sa chi l’ha messa in giro, se nata dagli stessi fascisti durante i mesi che seguirono, per incitare contro la Resistenza le famiglie delle vittime. Pensate che queste furono avvisate della morte dei loro cari molto tardi... perché anche quelli che erano rimasti in carcere non sapevano nulla di quanto era accaduto... Itedeschi avevano rifiutato a tutti la consegna dei pacchi, l’avevano sospesa, sia a Regina Coeli che alla pensione Iaccarino, a via Tasso e alla pensione Oltremare, che erano i posti di tortura e di carcere in mano ai tedeschi e ai fascisti. Quindi le donne non potevano portare più niente, nessuno sapeva se il marito, o il fratello, il padre, o un suo parente era finito alle Fosse Ardeatine. Poi cominciò ad arrivare a Massimo Gizio il primo avviso, ed è nel 31 di marzo, che diceva: ’può ritirare gli indumenti del suo congiunto in via tal dei tali al numero tale’; in tedesco! Così che nessuno riusciva a capirci una parola. E poi si aggiungeva: il signor tal dei tali è morto - senza dirne le ragioni - il giorno 24 marzo 1944. Fino a tutto maggio fu uno stillicidio, 10, 15 messaggi al giorno, li hanno spedito a tutte le famiglie, un po’ alla volta... Una tortura è stata anche quella di mandarle in tedesco, C’è stata una crudeltà nel voler prolungare questa angosciosa attesa del non sapere. Ora, su questa polemica, "presentarsi", si è fatto un gran parlare ma Kappler, al processo, ha chiarito tutto perché lui ha detto: Ma io non ero così pazzo da avvertire la cittadinanza romana che avevo intenzione di uccidere 10 persone per ogni tedesco, cioè 320... ma furono 335 alle Fosse Ardeatine. Perché? Perché questo silenzio!? Perché a Roma c’erano 4000 arrestati, fra tutti. Ed ogni famiglia poteva pensare che sarebbe morto il suo congiunto, quindi pensate: 4000 famiglie che avrebbero circondato le carceri e i posti di detenzione. Non solo: ma intorno a loro c’era tutta la Resistenza romana, quella militare, il CLN, ecc., che sarebbe scesa in piazza. In più, vi si sarebbero aggiunti anche i cittadini onesti, quelli che ci aiutavano - perché la Resistenza, questo lo voglio chiarire una volta per sempre, non è solo quella che combatte: la Resistenza è stata tutta, nel cittadino che ti ospita pur sapendo che hai le armi, quello che ti fa i collegamenti, quello che ti porta le notizie, quello che fa la staffetta, cioè non combatte ma collega. E se quell’esercito cosiddetto irregolare -che è la Resistenza- non ha il sostegno di questa base, non può esistere, non esiste. È come l’esercito regolare: per ogni soldato in linea che combatte, c’è un rapporto di 1 a 8 di servizi dietro. Io mi ricordo una cosa incredibile. Io ho un foglio, mio padre ha fatto la guerra ’14-’18, era ingegnere e ha costruito le fortificazioni del Perforà (?): gli hanno consegnato 2000 operai e 400 donne. Io non sapevo che nella guerra del ’14-’18 anche le donne fossero state mandate al fronte, nei posti di combattimento. (Bisognerebbe fare un’indagine, sarebbe interessante conoscere quante sono morte di queste donne che sono state messe al fronte così, che erano contadine forse del Friuli, forse locali). Ora, la polemica è durata a lungo, dopo il processo Kappler si stava già attenuando, perché lo stesso colonnello nazista aveva dichiarato che non era stato previsto che gli autori si presentassero. Tuutavia, con quell’insistenza (che è tipica di chi sa che mente e che la menzogna a furia di battere può passare per verità) i fascisti, riaffrancati dall’amnistia del ’47 di Togliatti, rientrati al Parlamento avevano fatto in modo che se ne parlasse pur semza alcuna consistenza storica. Bisogna ricordare che questi onorevoli erano i peggiori figuri della Repubblica Sociale, tutti condannati a morte. In mezzo a loro c’erano una serie di personaggi che avevano colpe gravissime; io non voglio fare i nomi, ma hanno fatto i parlamentari degli uomini che erano stati gli aguzzini, impiccatori di partigiani, persecutori... meno Borghese, che aveva fatto la X MAS ed era stato degradato e espulso dall’esercito, ma lui non è mai stato parlamentare. Lo sono stati invece Ezio Maria Grai: Filippo Anfuso, che era stato ambasciatore in Germania, aveva visitato i campi di concentramento dei nostri militari che erano stati internati in Germania. Questa dell’esercito italiano è stata una tragedia nella tragedia. Di un milione che si rifiutarono di combattere con i tedeschi, una parte sono stati deportati qui nella stessa Italia. Dei 640.000 portati nei campi di concentramento in Germania: ne sono morti più di 40.000, pensate!

Per quello che lei ricorda, come erano organizzati i G.A.P.?

L’organizzazione dei GAP era così fatta: Roma era stata divisa in 8 zone; ogni zona aveva i suoi GAP di zona, poi c’erano i GAP centrali. Il tutto era sotto il comando militare del CLN, che era diviso nella parte politica e nella parte militare. Nella parte militare c’erano praticamente tre dirigenti di vari partiti, e poi nella parte politica c’era tutto il resto della massa dei politici. La parte militare e la parte politica comunicavano tra di loro naturalmente. La parte combattente era anche la parte organizzativa perché i combattimenti vanno organizzati, gli scontri vanno organizzati, va fatto un piano, vanno coordinati i servizi, anche i servizi logistici e di spionaggio. Il mio inizio è stato con i GAP, presso l’Ufficio Informazioni della Centrale Partigiana, che era diretta da Luciano Luzzana (?). Nello stesso ufficio c’era un’altra Carla, Carla Angelini: medaglia d’argento partigiana, che è stata poi arrestata ed ha fatto sei mesi di carcere duro a via Tasso. Ha sofferto molto, perché questo centro cadde; fu arrestato Luzzana, morì sotto le botte; era un centro che teneva i collegamenti con tutte le organizzazioni militari degli altri partiti. Era molto rischioso perché qui a Roma erano sorte anche false organizzazioni militari patriottiche, le organizzavano gli stessi fascisti per prendere i contatti con noi e farci arrestare. Questa era una vecchia tattica che avevano usato anche con i partigiani jugoslavi e in Russia, a supporto dell’ARMIR; costituivano questi falsi gruppi di combattenti, smascheravano i partigiani veri e li facevano catturare. Questa tecnica fu adoprata soprattutto in Jugoslavia, perché lì c’è stato un forte movimento di fascisti jugoslavi: i cetnici, gli ustascia, ecc. Questi ultimi si sono prestati a fare da falsi partigiani. Anche noi qui abbiamo avuto questo fenomeni ma molto rari, devo dire, perché l’Esercito è stato meraviglioso. Ha avuto atti straordinari di coraggio, personaggi eccezionali finiti sotto tortura. Il generale Simoni, il colonnello Montezemolo, personalità di un valore altissimo che hanno riscattato l’Esercito Italiano dalla vergogna di essere stato Esercito fascista. Ora, i GAP avevano questa configurazione: quelli di zona, collegati al Centro Militare, e che passavano attraverso Cigalini che era il capozona di tutte le zone di Roma. Noi, dei GAP centrali, eravamo al diretto ordine del comando del CLN, quindi noi eravamo i GAP del CLN. Le nostre azioni noi le studiavamo, le comunicavamo attraverso Salinari, prima di lui a Trombadori ma questi fu arrestato dopo che cadde la santabarbara di via Giulia, con Giorgio Labò e Gianfranco Mattei. Mattei s’impicco in carcere per non parlare. Abbiamo avuto tante perdite. Qualcuno -dopo via Rasella- si lamentava che non c’erano state più tante azioni come c’erano state prima, ma il fatto era che noi siamo stati decimati, abbiamo perso il 70% dei nostri combattenti, fummo in pochi i sopravvissuti di questo nucleo. Certo, i GAP ricevevano ordini direttamente dal CLN, per cui via Rasella fu eseguita dietro suo ordine.

D.: E il CLN da chi prendeva ordini?

Il CLN era lui il capo della Resistenza a Roma. Poi c’era quello nazionale ma ancora non si era collegato con il Nord. Era nazionale già a Roma, poi quando Roma praticamente cadde, Amendola, Pertini, Bauer, che erano qui, appunto, a Roma, si sono trasferiti al Nord e lì hanno continuato la lotta e hanno fatto parte del CLN nazionale che governava tutto il Nord fino alla Toscana, che non era stata ancora liberata, fin poi alla Linea Gotica.

D.: In che modo gli Alleati intervenivano sul CLN romano?

Ah bè, il rapporto con gli americani, con gli inglesi, con le truppe Alleate - con i quali eravamo ormai alleati - era continuo attraverso nostre staffette o anche i nostri informatori. Per esempio, Giaime Pintor è morto per passare le linee e portare gli ordini al Sud: è saltato su una mina in uno dei paesini dell’Appennino. P esempio, la Lussu si è recata a piedi attraverso tutte le montagne qui fino in Calabria... fino in Puglia... fino a Napoli dove c’era il comando, dove s’era stabilito il re, il comando ed il Governo. E lì lei si è incontrata con suo fratello che stava organizzando l’esercito italiano del CVL, diciamo, del Corpo Volontari per la Libertà, quelli che poi avrebbero risalito la penisola per liberare l’Italia insieme con gli Alleati. Hanno combattuto a Montelungo. Poi un’altra nostra compagna: Vera Vassalli, medaglia d’oro partigiana, anche lei ha fatto le missioni con la radio ricetrasmittente; ma lei non era di Roma, era toscana, ha operato in Versilia; ma a Roma avevamo le ricetrasmittenti anche noi per comunicare, le spostavamo continuamente.

Voi conoscevate che tipo di corpo speciale era quello che attaccavate in via Rasella?

Il battaglione Bozen che passava per via Rasella che noi abbiamo attaccato, l’abbiamo attaccato perché era polizia antipartigiana, chiamata proprio dalla zona del Trentino in appoggio alle SS: erano SS di Bolzano, gruppi speciali. Li portavano a addestrare al Flaminio, ma non sapevamo dove sennò l’avremmo attaccati là. Li vedevamo fare tutto questo percorso, facevano piazza del Popolo, poi il Corso, poi deviavano per via del Babbuino, piazza di Spagna, via Tomacelli, arrivavano al largo del Tritone, lì prendevano la scorciatoia, via Rasella, che era una strada silenziosa, con poche botteghe artigiane, le macchine non c’erano, naturalmente; poi Quattro Fontane, via XX Settembre e andavano a Castro Pretorio, dove c’erano tutti accampamenti tedeschi. Questo battaglione era stato fatto venire proprio come truppa antiguerriglia che sarebbe stata utilizzata in seguito.

Chi ha eseguito materialmente la Rappresaglia delle Ardeatine?

C’è un particolare importante, Kappler offrì al comandante del Bozen, questa polizia speciale di SS bolzanesi, la soddisfazione di vendicarsi dell’attacco subito, eseguendo loro stessi la rappresaglia; invece Dobrik il comandante si è rifiutato. Quelli del Bozen si sono rifiutati, devo dire questo, ad onor del vero; è stato un gesto anche coraggioso, se vogliamo, da parte di queste truppe speciali che erano sopravvissute all’attacco.

Come è stata la vostra reazione emotiva?

Devo dire che questo attacco di via Rasella, a differenza di tutti gli altri che avevamo compiuto a Roma, più di 40 azioni e attacchi contro i tedeschi, era stato quello che ci ha più turbato, più sconvolto, anche perché molti dei nostri compagni sono stati uccisi alle Fosse Ardeatine e forse si sarebbero potuti salvare se dai nazisti avessero avuto un processo regolare. Una cosa da notare è questa: che nessuno ha avuto un processo regolare, c’eran solo pochi condannati a morte tra quelli che sono stati uccisi; che non hanno avuto nemmeno, una cosa che non costava niente ai tedeschi, il conforto religioso. Ma siccome lì è morto anche un prete... è stato portato alle Fosse Ardeatine, don Pappalardo, lui poveretto si è reso conto di cosa stava avvenendo, quel poco che ha potuto fare tra quelli che gli erano vicini, li ha benedetti prima che entrassero dentro... I tedeschi... li hanno spinti dentro, mi posso immaginare cosa possa essere stata la scena da inferno... quelle luci, le grotte, i cadaveri uno sopra l’altro, una cosa terribile. Comunque noi una reazione avemmo: quella di voler continuare ad attaccare con più determinazione, rispondere a questa rappresaglia con una cosa ancora più grossa! Stavamo preparando un gigantesco attacco proprio alle carceri di via Tasso - sennonché quando era tutto pronto è venuto un contrordine. Non abbiamo mai scoperto perché è arrivato questo contrordine, se per intervento del Vaticano che in quel momento voleva che Roma restasse integra ed estranea alla lotta. Difatti l’insurrezione a Roma non c’è mai stata, non c’è stata perché il papa non ha voluto che si facesse. E gli Alleati ci hanno detto, appunto, di non attaccare i tedeschi, di lasciarli uscire dalla città; abbiamo solo impedito che facessero saltare i ponti, come a Firenze. Quello lo abbiamo impedito... sì, qualche scaramuccia ma loro avevano fretta di andar via e quindi... ed è andata bene così.

Se aveste saputo che dopo l’attacco di via Rasella ci sarebbe stata...

La rappresaglia...

D.: ... l’avreste fatto?

Mah, molti ci hanno chiesto se avessimo saputo prima che ci sarebbe stata questa grossa rappresaglia, se noi avremmo fatto l’attacco o se ci saremmo offerti subito dopo e consegnati ai tedeschi. Questi sono due argomenti. Sul primo argomento dico che noi l’avremmo fatto lo stesso perché la Resistenza non può prescindere dall’esistere senza pensare che poi il nemico si avvarrà di tutti gli strumenti che ha per le ritorsioni, questo non c’è dubbio, ma il nemico va combattuto comunque. Un nemico che ti rastrella gli uomini per le strade, 2000 te li deporta dal Quadraro, che ti fucila le persone che trova magari con un’arma; c’erano i manifesti dove c’era scritto: "Per chi non consegna le armi o i renitenti di leva - prendevano i renitenti di leva - c’era l’esecuzione immediata sul posto". Dicevano: "Metà di Roma nascondeva l’altra metà"; c’erano prigionieri americani, inglesi, neozelandesi, di tutte le parti del mondo che erano nei campi di concentramento, scappati l’8 settembre, erano nascosti a Centocelle, a Torpignattara, al Quadraro, tutte le borgate erano piene di questi prigionieri scappati. Ora, il kaputt, la pena di morte, era per ogni piccola cosa, avevano proibito tutto: c’era il coprifuoco, guai, se ti prendevano sotto il coprifuoco ti uccidevano! Ora, in una situazione come questa la lotta partigiana doveva essere condotta altrimenti l’Italia sarebbe stata come la Germania, non avrebbe potuto sedere al tavolo della pace. Noi abbiamo conquistato questo diritto con più di 70.000 morti in Italia; abbiamo avuto 16 donne decorate con la medaglia d’oro alla memoria: Ines Versari (?) fu appesa ai lampioni di Forlì, sulla piazza, dopo che l’avevano torturata, con un gancio da macellaio, insieme con Corbari e gli altri partigiani, e li hanno tenuti tre giorni lì appesi. Siccome era una bella ragazza, l’avevano mezza spogliata e i tedeschi si divertivano - c’è una foto bruttissima, orribile, tragica - si divertivano a sparare sulle cosce, si vedono i buchi ma non usciva il sangue perché lei era già morta... e si vedono sghignazzare e colpire... facevano il tiro a segno sulle cosce, sulle gambe di questa ragazza. Ora, di fronte a queste cose... porsi questa domanda, è assurdo. Io mi ricordo l’8 settembre: nessuno sa che a Roma, a Porta San Paolo, non sono morti soltanto 500 militari ma sono morti 156 civili! E tra questi - ho fatto mettere io la lapide facendo una battaglia su questo - sono morte 27 donne! Io stessa ero là, io mi sono portata a casa un carrista che era stato colpito, l’ho tirato fuori dal carro mentre avanzavano i tedeschi, me lo sono messo sulle spalle, l’ho nascosto nei cespugli, era stato colpito a un ginocchio, e me lo sono portato sulle spalle: via dei Trionfi... perché a Porta Capena l’avevano colpito, mentre ripiegavano. Stavano ormai tutti ripiegando, era la disfatta, era il giorno 10. E me lo sono portato a casa, l’abbiamo curato, era un sardo, si chiamava Vincenzo Carta. E questo poi, rimesso a nuovo, diciamo, è tornato a casa sua; viveva a Viareggio, con la madre. E allora lui, poi, è riuscito a tornare a casa. Per farmi capire che era arrivato, siccome sua madre era profumiera, mi ha mandato un profumo attraverso un carabiniere, che si chiamava Pecorino, era un capitano dei carabinieri, che è passato per casa mia, l’ho ospitato, gli ho fatto passare le linee ed è andato al Sud. E ho saputo dopo la Liberazione che questo carabiniere era vivo, mi ha mandato una lettera, quindi era andato felicemente al Sud.

Una riflessione: da un punto di vista giuridico, Roma non era città aperta, però comunque questo concetto è nato, come mai?

Roma era città aperta; era considerata città aperta perché, dopo l’8 settembre, con l’occupazione di Roma da parte dei nazisti, Calvi di Bergolo e gli altri del Centro Militare addivennero a una specie di armistizio con le truppe tedesche e stabilirono, per la salvaguardia di Roma, di dichiarare Roma città aperta, e a governare questa Roma città aperta fu nominato il principe Calvi di Bergolo. Sennonché, dopo pochi giorni - ma nemmeno... non so quanti, adesso non mi ricordo bene - lo stesso Calvi di Bergolo fu arrestato e fu deportato in Germania, quindi la città aperta finì. Ma c’era stato un patto, che i tedeschi non hanno rispettato, naturalmente. Ora, il papa aveva insistito tanto su questo, anzi, il Vaticano si era fatto promotore di questa cosa e aveva sempre ribadito che Roma non doveva essere una città dove dovevano passare le truppe, doveva essere una città santa, e invece non è stato rispettato per niente: Roma anzi è diventata: il centro del comando... C’era Kesserling che aveva il suo comando sul Soratte, però qui c’erano tutti i comandi militari, Meltzer, Dolmann, tutti erano qui; c’erano gli alberghi occupati: l’Excelsior, il Flora, tutti gli alberghi di via Veneto, quelli più importanti, il Bernini-Bristol di piazza Barberini. Lì c’erano i comandi. Per esempio, un comando tedesco - l’abbiamo fatto saltare, noi - era alla Pensione S.Caterina a via Po, all’angolo di via Po.


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