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Se lo sfruttamento diventa familiare - [IFE Italia]
IFE Italia

Se lo sfruttamento diventa familiare

di Sara Garbagnoli *
lunedì 4 maggio 2020

*Sara Garbagnoli è ricercatrice presso l’Université Sorbonne

Fonte:https://jacobinitalia.it/

Immagine: dal sito https://www.thecoloursofmycloset.com

Che democrazia e capitalismo si arrestino in grande misura alla soglia della dimora familiare alcune teoriche femministe lo hanno scritto sin dall’inizio degli anni Settanta. Da allora, si sono battute per sostenere l’idea che esiste un sistema di oppressione che discrimina le donne non riducibile allo sfruttamento capitalistico e che la famiglia è uno dei luoghi in cui esso si dispiega. Nella sua recente prefazione alla traduzione francese di Familiar Exploitation (Lo sfruttamento familiare), la teorica femminista Christine Delphy ricorda che le donne subiscono in seno alla famiglia un tipo di sfruttamento e di asservimento specifici, legati all’appropriazione del loro lavoro, del loro tempo, della loro autonomia mentale e fisica da parte degli uomini. Per tali femministe, lo «sfruttamento familiare» delle donne si iscrive, poi, in un continuum di discriminazioni che esorbita dall’ambito familiare ed è sostenuto da un sistema percettivo essenzialista che cela tali discriminazioni dietro alle idee di «natura» e di «differenza sessuale» e, celandole, le legittima e le riproduce. La costruzione della maternità come una «vocazione femminile» che discenderebbe da presunte disposizioni «naturali» delle donne è l’esempio più sintomatico di questo processo. La visione femminista che fa della famiglia non solo un’istituzione non «naturale», ma una costruzione sociale in cui si espletano rapporti di dominazione (indipendenti dal sistema capitalistico), cozza, contro le evidenze del senso comune che ognuno di noi ingurgita e incorpora nel corso di tutta la sua vita e contro le tradizionali analisi marxiste del capitalismo. Tale credenza fa de «la famiglia» (sottinteso: coniugale eterosessuale) la «cellula di base» di qualunque forma immaginabile di società, il «fondamento dell’umano», come sostiene il Vaticano. Eppure, basta semplicemente riferirsi a quello che la storia e la sociologia hanno dimostrato per far emergere il fatto che «la famiglia» opera come un vettore di accumulazione e di trasmissione intergenerazionale delle diverse forme di capitale (economico, culturale, simbolico). Dovrebbe, dunque, essere ormai risaputo che sono esistiti ed esistono molti e diversi tipi di famiglie e che la famiglia coniugale eterosessuale è «la cellula di base della società» solo nella misura in cui le istanze di potere la producono e la riproducono come tale, fornendole mezzi materiali e simbolici di esistenza. Tuttavia, per molti è difficile da accettare (e, sociologicamente, si capisce il perché) il fatto che «la famiglia» incorpori una forma di relazione asimmetrica tra i sessi e tra le sessualità e che, lungi da essere l’eden della privacy e del privato, essa ha a che fare con la riproduzione dell’ordine sociale e delle sue gerarchie. E né l’una, né le altre hanno niente di naturale.

Per e al di là del matrimonio egualitario

Attorno alla nozione di famiglia coniugale eterosessuale si è storicamente costruita la credenza della riproduzione dell’ordine sociale come ordine «biologico», «naturale». In questo contesto, il riconoscimento giuridico della «famiglia omosessuale» – ovvero di ciò che l’ordine sociale ha istituito come impensabile – ha messo in luce, per opposizione, la storicità e la contingenza de «la famiglia» (sottinteso: eterosessuale) – ovvero di ciò che l’ordine sociale ha istituito come «naturale», legittimo, eterno. Perciò, tale rivendicazione non può che suscitare la preoccupazione delle istanze di potere. In particolar modo in Italia, dove, come dimostrano i lavori della sociologa Chiara Saraceno, la gerarchia della Chiesa cattolica ha sistematicamente interferito nel campo politico rispetto a tutte le questioni che toccano la famiglia, i rapporti tra i sessi, la sessualità, la scuola. Ottenuta a fatica, con l’adozione di una legge sulle unioni civili nel 2016, una forma di riconoscimento giuridico delle coppie formate da persone dello stesso sesso, la mobilitazione in favore del matrimonio egualitario sembra oggi essere uscita dall’agenda politica, senza esserci veramente mai entrata, nonostante l’impegno speso in tal senso da associazioni quali Rete Lenford o Certi Diritti. Da questo punto di vista, la situazione italiana è caratterizzata da un consenso che, dai movimenti anti-abortisti ad alcuni gruppi militanti queer, attraversa lo spettro politico: il matrimonio omosessuale «non s’ha da fare». Eppure, l’analisi del filosofo Didier Eribon sulla potenzialità sovversiva del diritto o quella del giurista Daniel Borrillo sulla necessità di desacralizzazione della famiglia attraverso una sua totale contrattualizzazione, mostrano come ci si debba mobilitare in favore del matrimonio egualitario. E si deve farlo, oltre che per ragioni di uguaglianza – rifiutarlo perpetua l’ordine sociale omofobo – per il fatto che ci si situa in un orizzonte politico che va al di là del matrimonio egualitario. Quest’ultimo permette, infatti, di esplicitare e di interrogare l’impensato del legame coniugale (sessualità obbligatoria e esclusiva, obbligo di coabitazione), i presupposti della filiazione (coniugalità eterosessuale, visione biologizzante) e, più latamente, l’implicito della concezione del diritto di cittadinanza (ius sanguinis). Il matrimonio egualitario mina, cioè, i fondamenti dell’intera cosmologia naturalista basata sul presupposto che i sessi siano gruppi naturali e per natura complementari. La teorica lesbica Monique Wittig ha definito tale sistema percettivo «il pensiero straight», dove straight significa, a un tempo, dritto, retto, eterosessuale, normale, normato. Spostare, alterare, torcere – la parola queer deriverebbe proprio da torquere – le frontiere che ci sembrano «naturali» pur non essendolo (tra il maschile e il femminile, tra l’uomo e la donna, tra il privato e il pubblico) è sommo gesto di insubordinazione e di emancipazione perché prende di mira l’atto peculiare e fondante del potere. Come mostrano gli studi sull’origine delle istituzioni indoeuropee, in primis le analisi di Émile Benveniste, il rex è colui che detiene il potere di tracciare la linea retta (straight) che separa ciò che è legittimo da ciò che è illegittimo, di attribuire sistemi di capacità e di legittimità agli «Uni» e di incapacità e di illegittimità agli «Altri», e di farlo, in particolare, attraverso lo strumento del diritto (anche in quest’ultimo, risuona la nozione di «diritto», di straight).

La «famiglia naturale» e le frontiere precarie della democrazia

Mantenere la sacra frontiera tra la famiglia naturale e ciò che, non essendolo, non deve aspirare a diventarlo, è l’obiettivo primario di una nuova forma di militanza che ha trovato il suo principale vettore di elaborazione, di azione e di globalizzazione nel World Congress of Families, il cui ultimo congresso si è recentemente svolto a Verona. (…) Fondato a metà degli anni Novanta da conservatori cristiani statunitensi e da conservatori anti-comunisti russi, l’organizzazione riunisce ormai i principali attori mondiali di una crociata politica il cui obiettivo rivendicato è quello di «restaurare un ordine naturale» fondato appunto sulla «famiglia naturale» e il cui peggior nemico è ciò che questi attori chiamano «ideologia gender». L’etichetta, inventata dal Vaticano alla fine degli anni Novanta e da allora riutilizzata da un ampio fronte di molossi dell’ordine patriarcale, si riferisce a un confuso guazzabuglio ottenuto mixando, deformando, demonizzando diverse teorie femministe e queer. Il movimento anti-gender e pro-famiglia naturale mira a bloccare qualunque impresa politica, giuridica o intellettuale che denaturalizzi l’ordine sessuale. Dal riconoscimento giuridico di coppie same-sex all’adozione della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alle violenze contro le donne, dall’autonomizzazione del campo degli studi di genere e sessualità alla lotta contro l’omolesbotransfobia o alla promozione di corsi di educazione anti-sessista, tutto è etichettato come «ideologia gender». Grazie a un febbrile attivismo iniziato nel 2013, il movimento anti-gender e pro-famiglia naturale italiano, rappresentato ormai dall’associazione «Pro Vita & Famiglia» costituitasi proprio al congresso di Verona, è diventato un attore ineludibile del nostro campo politico. Delle sue rivendicazioni e della carica sessista e omolesbotransfoba di cui è vettore si fa cassa di risonanza la Lega di Matteo Salvini e principale corifeo in parlamento il senatore Simone Pillon. Storicamente, è il Family Day organizzato dal Forum delle Associazioni Familiari nel 2007 a rappresentare l’antesignano di questa nuova forma di protesta. All’epoca, la storica e neocatecumenale Angela Pellicciari aveva espresso l’auspicio, citando Gramsci e Marx, che il Family Day costituisse la scintilla di una nuova forma di «contro-egemonia culturale» e diventasse il nuovo «spettro che si sarebbe aggirato per l’Europa». Dodici anni dopo, la realtà ha di gran lunga superato le sue ottimistiche previsioni. Infatti, la «rivoluzione di buon senso» di questi attori (come emblematicamente loro stessi definiscono il loro progetto politico) non smette di mietere successi in un numero crescente di paesi, grazie anche alle alleanze che stanno tessendo con i partiti populisti e di estrema destra attualmente al potere. La difesa della famiglia naturale è diventata, dunque, uno dei motori ideologici di un progetto di ridefinizione identitaria della nazione (e dell’Europa) basato sulla promozione di un’opposizione noi/loro declinata secondo gli assi della sessualità e della razza, nella quale il noi è costruito come coestensivo della nozione di bianchezza e di eterosessualità. Questo momento politico di gestazione di germi che restringono lo spettro democratico si combina da un lato, con una radicalizzazione neoliberista di cui la scomparsa politica della sinistra è stata causa e conseguenza e, dall’altro, con una crisi profonda del capitalismo. Quest’ultima è caratterizzata dal fatto che la messa in atto delle soluzioni più programmaticamente neoliberiste – la finanziarizzazione dell’economia, la precarizzazione del mercato del lavoro a spese dei più deboli, in primis le donne e i giovani, la distruzione dei servizi pubblici – non sta bastando a rilanciare il sistema economico. In una tale congiuntura, la contro-rivoluzione degli inventori della famiglia naturale prospera e prende di mira insieme donne, persone omosessuali, trans, queer, intersex, persone razzializate, e i nostri movimenti di liberazione. Sta, dunque, a noi partire da questa convergenza di oppressioni e, come ha mostrato la straordinaria manifestazione organizzata dal movimento Non Una di Meno a Verona, far vivere una politica d’emancipazione che si opponga congiuntamente a ciò che nutre queste forze: la distruzione neoliberista delle conquiste sociali e democratiche e la banalizzazione di un sessismo, di un’omolesbotransfobia e di un razzismo ancora tanto profondamente radicati nelle categorie mentali e nelle strutture sociali del mondo in cui viviamo.


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