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La passione della figlia - [IFE Italia]
IFE Italia

La passione della figlia

di Wanda Tommasi
venerdì 3 giugno 2011

Il testo della relazione sull’Antigone di Maria Zambrano, presentata dalla filosofa Wanda Tommasi, dell’Università di Verona, all’iniziativa "Di che famiglia sei? Legami fra amore e diritto" di sabato 28 maggio 2011 coorganizzata da IFE Italia, Comune di Lodi e Liceo "M.Vegio"

La passione della figlia

Antigone non è per María Zambrano l’eroina del diritto naturale contro il diritto positivo, diversamente da come accade in molte reinterpretazioni soprattutto moderne della tragedia di Sofocle. L’eroina greca, agli occhi della filosofa spagnola, non rappresenta neppure, a rigore, l’opposizione alle leggi della città in nome delle leggi degli dei. Al centro della lettura zambraniana non c’è infatti la differenza fra le leggi degli uomini e quelle degli dei, ma c’è la vera legge dell’amore, del perdono e della pietà che, secondo l’autrice, le oltrepassa entrambe. Nella riscrittura zambraniana del mito, risalta non tanto il gesto trasgressivo di Antigone nei confronti dell’editto di Creonte per dare sepoltura al fratello Polinice, quanto piuttosto il soggiorno di Antigone nella tomba, conseguente a tale gesto, un soggiorno durante il quale l’eroina greca ha il tempo di rielaborare il senso del dramma della sua famiglia e del suo popolo. Al centro, vi è la legge della pietà e dell’amore, di cui è portatrice una figura femminile, contro la volontà di potere maschile e la guerra fratricida che ha condotto alla morte entrambi i fratelli di Antigone. Vedremo meglio più avanti come il tema della guerra fratricida rimandi in modo trasparente, nel vissuto di Zambrano, alla guerra civile spagnola. Da questo punto di vista, è interessante interrogarsi preliminarmente sul passaggio di Zambrano dalla militanza attiva a favore della causa repubblicana all’epoca della sua collaborazione con “Hora de Espana” e dalla sua scrittura militante nel periodo della guerra civile, a una posizione diversa nel periodo in cui l’autrice scrive La tomba di Antigone. Quando pubblica La tomba di Antigone, nel 1967, a molti anni di distanza dalla fine della guerra civile spagnola, Zambrano non rinnega certamente la causa repubblicana, per cui si era battuta con tutte le sue forze e per la quale stava ancora sopportando il suo lungo esilio, ma ne prende anche le distanze intravedendo, oltre il conflitto fra fratelli, una terra promessa oltre la storia: una terra che non è quella dell’utopia marxista, quanto piuttosto un luogo di amore e di pace promesso oltre la storia stessa. La riscrittura zambraniana del finale della tragedia si basa sulla convinzione che Sofocle, avendo fatto morire Antigone suicida nella tomba, in cui era stata rinchiusa per volontà di Creonte, avrebbe commesso un “invitabile errore”. Secondo Zambrano, Antigone non si sarebbe suicidata nella tomba, ma avrebbe avuto a disposizione proprio lì - nella caverna, nell’utero materno -, un altro tempo, necessario per dipanare i nodi aggrovigliati della sua stirpe e per estrarre un senso dalle terribili vicende che aveva vissuto. Quando Antigone è rinchiusa nella tomba, tutto è già accaduto. Antigone, figlia di Edipo e di Giocasta, di un matrimonio incestuoso fra madre e figlio, ha visto i suoi due fratelli, Eteocle e Polinice, morire l’uno per mano dell’altro in una guerra fratricida. Eteocle, assolutista, era schierato dalla parte del tiranno Creonte, mentre Polinice, utopista e rivoluzionario, aveva combattuto contro Creonte. Per questo il tiranno Creonte aveva decretato che a quest’ultimo fossero negati gli onori della sepoltura. Antigone, trasgredendo il divieto di Creonte, aveva seppellito il cadavere di Polinice e, secondo la riscrittura zambraniana, ne aveva lavato pietosamente il sangue raggrumato. Per questo, Creonte l’aveva condannata a essere rinchiusa in una caverna al di fuori della città di Tebe: qui, secondo Sofocle ma non secondo Zambrano, Antigone si sarebbe suicidata. La trasgressione dell’editto di Creonte e la condanna di quest’ultimo del gesto di Antigone avevano comportato anche il fallimento delle nozze dell’eroina greca con Emone, figlio di Creonte, a cui Antigone era stata promessa in sposa. Queste sono le vicende a partire dalle quali si dipana La tomba di Antigone di María Zambrano. In Zambrano, Antigone è l’emblema di una sapienza femminile che, maturata nella sofferenza per l’eredità di vincoli familiari pesantissimi e insolubili, tuttavia ha la capacità nella tomba di dipanare i fili aggrovigliati della propria nascita fino a portarli alla luce della coscienza e a trasmetterne il senso a coloro che le stanno intorno, in primo luogo i suoi familiari. Mentre, nella tradizione cristiana, c’è solo la passione del Figlio, il Cristo, una passione cruenta che passa attraverso la morte e la rinascita – una passione di cui Zambrano tuttavia non nega né l’altissimo valore simbolico né la dimensione salvifica –, invece Zambrano, con la sua riflessione su Antigone, elabora il tema precristiano della passione della figlia. Si tratta di una passione femminile, ben diversa da quella che avviene nella genealogia religiosa maschile, che prevede il passaggio attraverso la morte e la rinascita. Nel caso di Antigone che, come Persefone, appartiene a una genealogia religiosa femminile, non c’è morte ma transito: c’è una passaggio attraverso gli inferi o un soggiorno in una cavità buia per sciogliere dei nodi irrisolvibili e per portare alla luce della coscienza ciò che geme inascoltato nelle viscere. Come Persefone o Core, dea femminile legata inscindibilmente alla madre Demetra, ma destinata a soggiornare per una parte dell’anno negli inferi presso Ade, anche Antigone appartiene secondo Zambrano a una genealogia religiosa femminile incentrata sul motivo precristiano della passione della figlia. A Persefone spetta il compito di realizzare, quando scende periodicamente negli inferi a fianco del suo sposo, “la purificazione della sostanza infernale”, di “estrarre da essa l’essenza operante”, affinché ne nasca “l’oro del grano, l’oro che vivifica”. Si allude qui a una trasmutazione alchemica che muta la sostanza infernale in elemento di vita, in un’operazione che congiunge i tre regni: quello celeste, quello terrestre visibile e quello infernale. La geneaologia femminile del divino, la quale, secondo Zambrano, proseguirà anche nel cristianesimo con la figura della vergine Maria, si declina nel contesto precristiano come consapevolezza, presente soprattutto nei misteri di Eleusi, che nel regno sotterraneo, negli inferi, c’è anche qualcosa di divino, e che questo qualcosa rappresenta un tesoro di indispensabile conoscenza per la completa germinazione terrestre e umana. Mentre in Platone era l’uscita dalla caverna a segnare l’inizio della filosofia, in Zambrano invece si realizza il movimento esattamente contrario: Persefone ed Antigone sostano rispettivamente negli inferi e nella tomba e proprio da lì estraggono una dolorosa sapienza. Il loro compito è quello di addentrarsi negli inferi di una vita che è rimasta sepolta viva perché non è stata compresa né interrogata. Solo reintegrando qualcosa della sostanza infernale nella coscienza è possibile, secondo Zambrano, un autentico trascendere. Antigone e Persefone sono dunque due figure religiose, espressione del tema precristiano della passione della figlia, ma sono anche due figure filosofiche, emblema di una filosofia che non inizia strappandosi via dalla caverna ma, al contrario, addentrandosi in essa. Persefone, scendendo periodicamente negli inferi, là dove è custodito anche il mistero della madre, la quale concepisce la vita solo nell’oscurità, soffre, secondo le parole di Zambrano, “la passione della figlia. Quella passione della figlia vergine che la tragedia ci ha trasmesso soprattutto nella figura di Antigone”. La meditazione di Zambrano sulla figura di Antigone è molto complessa e coinvolge diversi strati di significato. In primo luogo, c’è un’identificazione di Antigone sia con la stessa María Zambrano sia con la sua sorella Araceli. Per ciò che riguarda María, è il suo lungo esilio, che le impone un attraversamento del deserto e degli inferi, ciò che la spinge a identificarsi con l’eroina greca: per il suo esilio, Zambrano si vive come un agnello sacrificato alla storia e alla lotta sanguinosa fra fratelli. Tuttavia questo suo sacrificio, pur assimilato in suo breve testo a quello del Cristo, non è cruento, a differenza di quello di Gesù, ma consiste piuttosto in un attraversamento della sofferenza e in un ascolto delle viscere per estrarne un sapere comunicabile agli altri. L’identificazione della sorella Araceli con Antigone è ancora più forte e più profondamente motivata: Araceli, divenuta pazza in seguito alla morte del marito per mano dei franchisti e dopo le torture da stessa subite ad opera della Gestapo, rappresenta la vittima innocente immolata a una storia cruenta: per la tremenda sofferenza inflittale da una storia violenta, Araceli delira. E come lei, in un testo di Zambrano, delira anche Antigone. In uno scritto del 1948, il Delirio di Antigone, che è il nucleo originario de La tomba di Antigone, del 1967, l’eroina greca delira, cioè dà voce alla propria disperazione e a un carico di sofferenza insostenibile. Il delirio è una forma di scrittura, un genere letterario, potremmo dire, inventato dalla stessa Zambrano, attraverso cui l’autrice spagnola dà voce a quelle grida delle viscere che sono inascoltate dalla ragione. Nata per l’amore e distrutta dalla pietà, Antigone-Araceli dà voce, nel suo delirio, alle viscere che gemono, decifra cioè, in senso affettivo ed emotivo, il senso del proprio sacrificio. Da questa duplice identificazione di María e della sorella Araceli con Antigone, si comprende che la riflessione di Zambrano su Antigone è anche una meditazione sulla guerra di Spagna e sulla lotta cruenta tra fratelli: ne La tomba di Antigone, se ne trovano tracce soprattutto nel colloquio di Antigone con i due fratelli nemici, Eteocle e Polinice, che rappresentano due opposte opzioni politiche. E’ questo un secondo e fondamentale strato di significato su cui ritorneremo più avanti. Un terzo livello di significato legato alla riscrittura zambraniana del mito riguarda la discesa e il soggiorno di Antigone nella tomba: come ho già accennato, Zambrano non accetta versione di Sofocle, secondo cui l’eroina nella caverna si sarebbe suicidata, ma riscrive il finale della tragedia concedendo ad Antigone nella tomba un altro tempo, necessario per sciogliere i nodi aggrovigliati della propria stirpe e per ricavarne una dolorosa sapienza. Scrive Zambrano: “Antigone, in verità, non si suicidò nella sua tomba, come Sofocle, incorrendo in un inevitabile errore, ci racconta”. Ritenendo apocrifa, errata, falsa la versione di Sofocle, Zambrano riscrive il finale della tragedia, che si conclude così per lei con un sacrificio non cruento. Questo terzo strato di significato si concentra sul soggiorno di Antigone nella tomba, nell’utero materno, nel ventre, nella caverna: lì, l’eroina greca ha a disposizione il tempo necessario per comprendere il senso del proprio sacrificio – la sua vita di fanciulla sacrificata a legami familiari terribili, la rinuncia alle nozze – e per dialogare con gli altri protagonisti della tragedia, dal padre Edipo alla madre Giocasta, dalla sorella Ismene ai due fratelli morti l’uno per mano dell’altro, fino ad altri personaggi inventati dalla stessa Zambrano, come la nutrice Anna e l’Arpia. Antigone è “la giovinetta sacrificata agli ‘inferi’ sui quali si erge la città”. In questo senso, Antigone appartiene “a quella catena di Sante, di giovinette murate vive”, capaci tuttavia di un “amore che riscatta e trascende”. La passione della figlia, la sua discesa agli inferi è quindi un compito specificamente femminile: l’essere vergine di Antigone, il fallimento delle sue nozze la destina al compito di fare da mediatrice fra gli inferi, la terra e il cielo: solo così può esistere un ordine autenticamente umano, perché legato a radici che affondano sotto la terra ma contemporaneamente proteso verso il cielo. Antigone, con il fallimento delle sue nozze, rinuncia alla fecondità secondo la carne per approdare a un’altra fecondità, di tipo spirituale, che le consente di essere mediatrice fra il sentire più oscuro e dolente e la coscienza. Si intuisce qui un quarto livello di significato: per Zambrano, Antigone è una “figura dell’aurora della coscienza”. Non si tratta però di una coscienza intesa come pura consapevolezza razionale né, tanto meno, come ragione astratta, ma è in gioco invece la capacità di dipanare il senso di una conoscenza ricevuta per rivelazione, attraverso la decifrazione del senso inscritto nel proprio patimento. Antigone ha patito un sapere di esperienza che si è impresso nella propria carne, ha ricevuto una rivelazione ed è stata capace di dipanarne il senso: per questo, lei rappresenta l’aurora della coscienza. E’ chiaro che al centro dell’interpretazione zambraniana della figura di Antigone non c’è tanto la trasgressione del divieto di Creonte per dare sepoltura al fratello Polinice, quanto piuttosto proprio il soggiorno di Antigone nella tomba: soggiorno ricettivo, spazio di ascolto e di relazione con gli altri protagonisti della tragedia che, da vivi, fecero tanto soffrire Antigone, e che, da morti, tornano ad attingere alla nascente sapienza di lei. Quella di Antigone è una passione squisitamente femminile, diversa in questo senso da quella del Cristo. Nella riscrittura di Zambrano, Antigone non viene vista come l’eroina “virile” che osa sfidare e tener testa a Creonte, ma ritrova invece, nel legame affettuoso con Ismene, nonostante la diversità delle loro scelte, il senso di una sorellanza profonda e di un’appartenenza senza ombre alla differenza femminile. C’è una somiglianza con il sacrificio del Cristo, ma anche una profonda differenza: la differenza fondamentale consiste nel carattere non cruento della passione dell’eroina greca, la quale consiste nel trasformare il proprio soggiorno nella tomba in uno spazio di gestazione e di rinascita. Per trascendere, per andare oltre, secondo Zambrano, occorre prima discendere e Antigone lo fa, accettando di essere ricettiva e mediatrice. Il sacrificio di Antigone e quello di Cristo sono accomunati dalla figura della croce: entrambi sono stati addossati a una croce, ma, mentre quella del Cristo è una croce in cui prevale la dimensione della verticalità – una direzione che indica un’autentica trascendenza –, invece quella di Antigone è una croce decussata, i cui bracci sono uguali e che ha perduto dunque l’asse verticale, l’orientamento verso la trascendenza. Per questo, il sacrificio di Antigone è stato interpretato in modi diversi nel corso della storia, è stato strumentalizzato asservendolo ai fini di coloro che di volta in volta valorizzavano la sua figura. Uno degli intenti di Zambrano è proprio quello di restituire al sacrificio di Antigone la dimensione della verticalità, sottraendolo alle strumentalizzazioni operate da una storia apocrifa. Una somiglianza col sacrificio del Cristo è data dal fatto che, come Gesù sulla croce, anche Antigone nella tomba si sentì “abbandonata dagli dei”. Il silenzio degli dei ci fa capire che ci troviamo di fronte a un volto ancora sconosciuto di Dio, a una nuova epifania del divino. Mentre, secondo Zambrano, un errore persistente ha portato l’uomo occidentale a credere che, per esaltarsi, bisogna sradicarsi, invece Antigone comprende che, per andare oltre, occorre prima scendere nelle viscere, riscattare la cieca fatalità dei legami di sangue, trasformare il destino subito in una seconda nascita. Di fronte a questo difficile compito, gli antichi dei si assentano e tacciono, ma al tempo stesso si profila una nuova epifania del divino. Quale sia questa nuova manifestazione del divino si rivela soprattutto nell’incontro con Giocasta. Quest’ultima è prima di tutto la madre di Antigone, una madre con tutte le sue colpe e i suoi errori, che vengono però perdonati dalla figlia e lavati, disciolti. In secondo luogo, nell’incontro con la propria madre, ad Antigone si rivela un volto del Dio sconosciuto, quello della Grande Madre mediterranea, profeticamente congiunta con la figura ancora da venire della Vergine Maria. Ogni madre concepisce nell’oscurità, ma Antigone esclama “Ha viscere di luce, la Terra”, e poi si corregge dicendo: “Non è come dicevo prima, la Madre non ha viscere di luce, anche se in qualche modo un giorno qualcuna dovrà averla”. C’è qui un’allusione alla Vergine Maria, la quale concepirà il Logos-luce. Zambrano sottolinea in questo modo la continuità fra le dee madri della mitologia precristiana e la figura cristiana della Vergine Maria: il volto del Dio sconosciuto che ad Antigone si rivela è quello della Grande Madre mediterranea, che, nella sua lettura, getta un ponte fra il mondo pagano e quello cristiano. Grazie all’incontro con la propria madre Giocasta, Antigone comprende anche il mistero di maternità racchiuso nella propria verginità. Se la fanciulla Antigone non può essere madre, tuttavia le compete una maternità spirituale, un’opera mediatrice che la rende madre della propria stessa madre e dei suoi più stretti familiari: “L’ombra di mia Madre è entrata dentro di me e io, vergine, ho provato il peso di essere madre. Mi toccherà andare di ombra in ombra, tutte percorrendole fino a giungere a te, Luce intera”. Stabilendo una continuità fra l’archetipo della Dea Madre mediterranea e la figura della Vergine Maria, Zambrano colloca Antigone sulla linea di una genealogia femminile di rivelazione del divino: questa linea è caratterizzata dalla ricettività, dalla capacità di farsi ospite dell’azione fecondatrice dello Spirito Santo, di consentire e propiziare la discesa del Logos-luce. Nell’incontro con il padre Edipo, risaltano tre temi. In primo luogo, emerge la differenza sessuale, l’essere donna di Antigone e l’essere uomo di Edipo: Antigone, donna, è meno immersa nella storia e più vicina alla donna originaria, mentre Edipo, uomo, si è lanciato nell’avventura maschile di libertà con un’azione violenta, distruttrice e prometeica. Ad Antigone, donna, spetta non solo il compito di dare un senso alla fatalità del conflitto tragico che la coinvolge, ma anche quello di riscattare il destino per cui una donna, nel mondo patriarcale, non ha una sede per far fiorire la propria femminilità né la propria libertà. Antigone, a differenza della sorella Ismene, oltrepassava sempre la riga in un gioco infantile che facevano insieme: questo oltrepassamento indica simbolicamente il gesto di trascendere la condizione femminile storicamente data per aprirla a un nuovo spazio di libertà. In secondo luogo, nel confronto con Edipo risalta la sete di potere e di possesso di quest’ultimo, che lo ha spinto a voler essere re e non padre: l’azione tragica di Edipo è possessiva e posseditrice e quindi impura, piena di hybris, mentre Antigone ha compiuto l’azione vera, quella con cui il soggetto si smaschera, disnasce e nel contempo rinasce in modo più autentico a partire dalla nudità così ritrovata. In terzo luogo, nell’incontro con Edipo emerge il tema dell’esilio, un esilio che hanno vissuto entrambi, la figlia facendo da sostegno al padre. E’ evidente che, da questo punto di vista, Zambrano medita sul proprio stesso esilio, quello che per quarantacinque anni l’ha vista errare lontana dalla sua patria. Il dialogo con la sorella Ismene è importante anche perché qui Zambrano si discosta notevolmente dal testo di Sofocle: mentre in Sofocle le due sorelle sono nettamente contrapposte, in Zambrano invece le due, pur compiendo scelte diverse – Antigone che oltrepassa la riga, che va oltre, che trascende e trasgredisce, Ismene legata a una femminilità più tradizionale e passiva –, tuttavia restano unite e profondamente legate, non sono mai divise dalla diversità dei loro percorsi: esse sono, scrive Zambrano, “sorelle sempre”; la diversità delle scelte e dei destini non le separa. Antigone si augura anzi che ad Ismene sia concesso ciò che a lei è stato negato, una realizzazione femminile tradizionale attraverso il matrimonio. Grazie a tale auspicio e alla vicinanza profonda con la sorella Ismene, Antigone, che tutto sommato era un’eroina “virile” in Sofocle e in molte interpretazioni successive del mito, è restituita pienamente alla propria femminilità. Nel dialogo con la nutrice Anna, risalta l’elemento acqua: Antigone da bambina era sempre alle prese con l’acqua. Questa sua familiarità infantile con l’acqua era la prefigurazione del suo compito di lavare e sciogliere il sangue raggrumato, affinché la vita potesse ritornare a scorrere. Anna è una di quelle donne anonime e umili, serve di casa che passano inosservate, ma che sono fondamentali perché sono portatrici di una cura quotidiana necessaria alla vita e perché sono capaci di misericordia e di pietà. Per Antigone, Anna è come una seconda madre. Entrambe sono accomunate dall’elemento acqua: Anna rappresenta l’acqua che nel quotidiano alimenta la vita, la irriga e la rinnova incessantemente, mentre Antigone rappresenta l’acqua purificatrice, capace di lavare le colpe e il sangue raggrumato. Un altro dialogo importante è quello con un personaggio inventato dalla stessa Zambrano, l’Arpia: quest’ultima rappresenta la ragione astratta, insensibile alle ragioni del cuore e delle viscere. Inoltre, l’Arpia incarna una ragione psicoanalitica, un freudismo ridicolizzato da Zambrano nella sua pretesa di spiegare tutto facendo ricorso alla libido: l’Arpia accusa infatti Antigone di essersi sottratta alle nozze con Emone per una banale paura dell’uomo e della sessualità e di essere incapace di amare. Antigone replica dicendo che, al contrario, lei rappresenta una sapienza guidata dall’amore, un amore unito alla pietà che non può abbandonarla perché, come le stessa afferma, “è stato lui a muovermi sempre, e senza che io lo cercassi”. Dopo un dialogo teso e conflittuale, Antigone congeda bruscamente l’Arpia, allontana cioè da sé la ragione astratta e freddamente calcolatrice e può così continuare la sua paziente opera di tessitura fra il cuore e la ragione. Infine, è necessario soffermarsi sul confronto con i due fratelli nemici, Eteocle e Polinice. Eteocle, il fratello assolutista, è il doppio del tiranno Creonte per la propria sete di potere. Polinice, più amato da Antigone, esprime invece il sogno utopico della città dei fratelli, un sogno di uguaglianza e di pace. Se Antigone prende nettamente le distanze da Eteocle per la sua sete di potere, tuttavia, pur avendo maggiore simpatia per Polinice, prende le distanze anche dall’utopia che egli rappresenta. Assolutismo e utopia sono accomunati da un analogo sogno di palingenesi, che vuole amputare il tempo: l’assolutismo eternizzando il presente e abolendo sia il passato sia il futuro, l’utopia puntando invece tutto sul futuro, un futuro che vorrebbe restaurare un paradiso perduto che in realtà non c’è mai stato. La fede utopica di Polinice nella città dei fratelli poggia su un duplice errore: in primo luogo, Polinice non ha capito che “non bisogna far nulla senza essere prima tornati alla casa del padre”, senza essersi riconciliati con le proprie origini, senza aver riscattato il proprio destino. In secondo luogo, il futuro a cui l’utopia si rivolge è un futuro già prescritto e disegnato in partenza, delimitato, razionalizzato. In forza di tale razionalizzazione, nell’utopia non c’è autentica apertura al futuro né alla speranza. Nel rileggere a suo modo la guerra fratricida fra Eteocle e Polinice, Zambrano pensa evidentemente alla guerra civile spagnola, allo scontro cruento fra i franchisti e i sostenitori della repubblica e in particolare, fra questi ultimi, ai rivoluzionari. Il confronto con Polinice evoca alcune pagine autobiografiche di Delirio e destino, in cui Zambrano rievoca il suo ultimo incontro con un amico rivoluzionario. Il compagno fraterno di María, con cui lei aveva condiviso tante lotte, all’improvviso non la comprende più: fra i due cala il velo dell’incomprensione, perché l’amico, forte della sua fede politica nell’utopia marxista, crede di avere già nelle mani il futuro. Sensibile al sogno di libertà dell’utopia, Zambrano tuttavia ne contesta l’adolescenziale impazienza e il superficiale ottimismo. E’ chiaramente leggibile anche, nella presa di distanza di Antigone-Zambrano dalla lotta fratricida e dal conflitto maschile per il potere, il segno della propria differenza femminile, ispirata da un’altra logica, guidata dall’amore e dalla pietà. Anche se Antigone promette, alla fine del colloquio con Polinice, che andrà a raggiungerlo “in quella città che tu dici, fratello”, tuttavia non si tratta della stessa città. Quella di Polinice è la città dell’utopia rivoluzionaria, quella di Antigone-Zambrano è una “patria eterna che, in quanto è più perfetta di qualunque utopia, trascende la storia”. Si tratta di una terra promessa oltre la storia, la quale però al tempo stesso non nega la vita di questo mondo, ma promette anzi che ogni momento di questa esistenza terrena sia salvato e redento, riscattato nella luce. Grazie a questa riscrittura zambraniana del finale della tragedia di Sofocle, la croce a cui Antigone si era trovata inchiodata, una croce che era decussata, decurtata cioè nell’asse verticale, ritrova la dimensione della verticalità, della trascendenza: il suo sacrificio ora non è più vano, ma consente di ritrovare l’orientamento verso l’alto e si configura come un autentico oltrepassamento.


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