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"PER SEMPRE MADRI, PUPE E OCHE GIULIVE" 2. di Rita Fiorani - [IFE Italia]
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"PER SEMPRE MADRI, PUPE E OCHE GIULIVE" 2. di Rita Fiorani

Quando la differenza diventa stereotipo
martedì 3 agosto 2010

Ho cercato materiale che mi consentisse di svolgere una piccola ricerca su un doppio binario: quello del femminismo che meglio conosciamo e quello, meno noto, di una psicoanalisi al femminile sul tema proposto.

PER SEMPRE MADRI, PUPE E OCHE GIULIVE: quando la differenza diventa stereotipo.

di RITA FIORANI, educatrice

Ho cercato materiale che mi consentisse di svolgere una piccola ricerca su un doppio binario: quello del femminismo che meglio conosciamo e quello, meno noto, di una psicoanalisi al femminile sul tema proposto. ·Parto quindi da questo vertice di osservazione con una provocazione, ovvero, una critica a certa psicoanalisi maschilista a cura di Paola Zaretti “il Paese delle donne “ on line: Curatori d’anime, articolo che tratta di maschilismo e stereotipi" “C’è un’emergenza a cui occorre rispondere con responsabilità e la risposta suona come un imperativo per gli “esperti” della Salute: oggetto prioritario di studio devono essere le patologie maschili, ovvero, paradossalmente, proprio quelle patologie che, restando fuori dagli studi di psichiatri, psicanalisti e psicoterapeuti, non possono essere oggetto di studio(…)” Prosegue la Zaretti: “il paradosso - incentivare lo studio di ciò che si sottrae allo studio e alla ricerca clinica - va affrontato e, per farlo, in penuria di teorie sulla clinica del maschile, non resta che dar credito e prendere sul serio i discorsi e i “vissuti” di coloro che ne riferiscono e rivolgere, nel contempo, uno sguardo clinico alla storia, che è storia mono-genere del patriarcato e del suo dominio”. D’altra parte concordo con L.Cirillo (serata sul femminismo a Lodi) che grazie alle donne in alcune discipline si sono verificate sovversioni nei saperi (la psicoanalisi è l’esempio cui si riferiva) e sono state “rivoluzionate” dall’interno, oltre che interrogate, integrate e messe in questione (anche se poco divulgate e conosciute all’esterno dell’ambito scientifico di riferimento).(Preciso che Freud aveva un debito in sospeso con le “isteriche”, che gli hanno consentito la costruzione della sua metapsicologia e di tutto il suo impianto teorico sfociato nella psicoanalisi. Teoria, metodo e pratica clinica, che si sono poi avvalse di apporti straordinari di donne in termini di qualità e di quantità. Pare che oggi la psicoanalisi sia la disciplina scientifica in cui si addensa il maggior n.di donne occupate rispetto agli uomini). Lo stesso, purtroppo, non si può dire della politica Quanto c’entra questo con il discorso il problema degli stereotipi? Secondo me molto, ma è una suggestione che lancio e potremmo poi affrontare insieme. Discorso a parte merita la politica delle donne, frutto maturo del movimento femminista (non, necessariamente, sinonimo di separatista).

·Qualche altro spunto sullo stereotipo del materno (poi ruoli e aggressività): MADRI- C’è qualcosa della “maternità” che richiama quasi la “cosa in sé” Kantiana, l’impensabile per eccellenza, che si sottrae all’ordine simbolico dato (patriarcale e capitalistico) e che ho cercato di rintracciare nelle coordinate di una psicoanalisi al femminile. Gli stereotipi sulla MATERNITÀ sono duri a morire proprio perché la maternità nella cultura occidentale non è stata “pensata”ma incasellata nella sfera del biologico-istintuale (Aristotele) o idealizzata-sacralizzata (nelle religioni monoteiste). Questo sul piano dell’immaginario; sul piano del reale cioè della maternità esperita, il corpo-a-corpo che costituisce il primo legame madre/figlia è da Freud stesso riconosciuto e definito: difficilissimo da afferrare analiticamente, grigio, remoto, umbratile, arduo da riportare in vita”. Per questo, per far uscire dal silenzio e dall’oscurità questa relazione primaria, Freud rivolse l’invito alle donne analiste ad approfondire l’indagine. L’indagine delle donne analiste, alcune in linea con il pensiero freudiano, altre su posizioni più critiche, approdò a risultati teorici diversificati, in particolare sul rapporto tra biologia e cultura.(La scuola di Francoforte propende per il secondo versante). E’ grazie all’incontro fecondo tra psicoanalisi e femminismo realizzato negli anni ’70-80, sul tema del rapporto madre-figlia, che si sono sviluppate riflessioni, ancora aperte, che hanno reso “pensabili” alcuni aspetti del materno che erano precipitati nella rimozione più profonda, essendo stati culturalmente deprivati di parole e immagini. Basti citare Il bambino della notte (S.Vegetti Finzi). In questo testo è possibile scorgere le tracce di una scissione che la cultura stessa impone tra sessualità e maternità che può avere influito sui desideri di maternità. Assumono, inoltre, visibilità anche quei conflitti che indicano la volontà di non rassegnarsi passivamente all’ordine simbolico dato. Ci sono stati anche altri importanti contributi teorici hanno consentito di recuperare l’importanza del contatto corporeo fra madre e figlia/o per ribadire l’ inscindibilità del corpo con lo sviluppo psichico e mentale. Sul versante dell’identità – intesa come costruzione e in itinere, che ha quindi a che fare con il divenire- ma in rapporto con il corpo della madre ) alcuni studi hanno evidenziato che si diversifica in base al genere: l’identità maschile si consolida nel distanziamento; quella femminile nella vicinanza (inizialmente speculare). Il conflitto più profondo fra madre e figlia è quello più pervasivo e taciuto “il continente nero del continente nero”). Costituisce, forse, una potenzialità ancora da percorrere l’esprimere e il trovare una forma da dare a questi conflitti, in un’esperienza di condivisione che richiama l’intuizione freudiana di “contagio psichico” che sarebbe caratteristico delle relazioni femminili.

·Secondo Jessica Benjamin (scuola di Francoforte, Legami d’amore, 1988 ) è presente una tendenza nella psicoanalisi a considerare il padre “progressivo” e la madre “arcaica”, “primitiva”, ma il punto non è stabilire quale sia la figura inconscia più minacciosa, bensì come la Benjamin stessa suggerisce, rilevare l’assenza di una pratica del riconoscimento reciproco. Lei cerca di scardinare l’ipotesi freudiana della relazione madre-figlia/o come “le spoglie della civiltà minoico-micenea al di sotto di quelle della civiltà greca” e chiedendosi “ma perché una civiltà deve seppellire l’altra?” . Convergenze tra la psicoanalisi al femminile (rif. a S.V.Finzi)/femminismo e discorso sociale Il radicamento nella cultura di stereotipi che relegano donne e uomini a ruoli fissi e immutabili è stato “disvelato” , insieme alla volontà di trovare una propria voce ed un proprio sguardo sul mondo, dal movimento femminile degli anni 70/80, che ha impiegato una buona dose di aggressività al servizio non solo dell’emancipazione e della liberazione femminile ma anche di cambiamenti sociali di segno positivo. Oggi, ad un livello più profondo compaiono segnali di malessere delle donne, che non trovando le parole per dirsi si esprimono con il corpo, con vissuti depressivi o con altri disagi.(Dati:secondo le stime OMS recenti – fonte:Professione psicologo – le persone depresse sono 330 milioni al mondo di cui 5 milioni in Italia, statisticamente colpisce prevalentemente le donne, e si prevede nel 2030 la depressione sarà la seconda causa di disabilità nel mondo e la prima nei paesi industrializzati). Sul versante del sociale farei rif.a Benasayag, secondo cui viviamo in un’epoca che Spinoza (l’Etica) avrebbe definito delle passioni tristi – impotenza e disgregazione-. Cito: “Incertezza, precarietà, minaccia, violenza fanno parte di un sistema sofferente – crisi nella crisi -. Nei disagi attuali, che si rilevano nei fenomeni sempre più diffusi dell’aumento di precarietà, disoccupazione, violenza, la crisi del soggetto si configura sempre più come crisi globale.” (Forti nessi tra depressione e condizioni di vita generali. La disoccupazione è tra le cause di sofferenza anche psichica di intere famiglie). Ci sono anche aspetti che riconducono sia alla relazione originaria e al fantasma materno, sia all’incapacità dell’ordine simbolico dominante di rappresentare un immaginario che è stato deprivato di parole. Qualche considerazione sull’etica: se è vero che la maggiore consapevolezza femminile, supportata da ricerche e studi di matrice psicoanalitica, ha consentito lo sviluppo di un pensiero che tiene conto delle differenze e abbozza una nuova etica, non si può però trascurare che l’affermazione di tale etica è possibile solo se trova una condivisione ampia, di movimento, principale premessa alla realizzazione di significativi cambiamenti nel “reale”. L’autoesclusione delle donne dalla politica (e da vari ambiti del mondo “pubblico”), ancora connotata al maschile, affiancata alla tendenza odierna ad enfatizzare il ruolo femminile nell’ambito della riproduzione biologica, rivelano il rischio di arretramenti non solo relativamente alla soggettività femminile, ma per tutti. In questo senso l’alleanza con il movimento dei lavoratori rimane la strada maestra da percorrere.

·Fra le grandi mistificazioni del nostro tempo si colloca la caratteristica dell’aggressività. S.V.Finzi:“Credo che proprio nell’incontro, sinora insufficiente, tra due posizioni critiche – quella del femminismo, che denuncia la società e la cultura degli uomini, e quella della psicoanalisi, che individua le radici corporee e le figure immaginarie del nostro disagio – vada collocato il lavoro della Mitscherlich”. Così si esprime Silvia Vegetti Finzi nella prefazione al libro La donna non aggressiva 8, in cui si sostiene che “per natura le donne non sono meno sensuali e aggressive degli uomini”. M. Mitscherlich (1985), indagando l’AGGRESSIVITÀ femminile, riconosce differenze di comportamento fra i due sessi, che riconduce prevalentemente ai condizionamenti culturali e sociali. Tuttavia, afferma nel contempo la necessità di riconoscere nelle donne le pulsioni aggressive come indispensabili e utili per lo sviluppo individuale e per i cambiamenti sociali di segno positivo, contro la distruttività dell’ordine patriarcale. (L’ordine patriarcale non è solo da intendere come volontà di sopraffazione di singoli uomini contro singole donne, anche se ciò non toglie che eventi di questo tipo si verifichino, sistematicamente). Mi riconosco in questa linea di pensiero ritenendo inoltre che la lotta, inserita in un movimento vitale, che presti attenzione alla complessità e alle ambivalenze del reale, sia ancora necessaria e presumibilmente di lunga durata. Un’aggressività “sana” deve però fare i conti con quelle parti oscure, fantasmi di madre e fantasmi di figli, e con peculiari modalità di funzionamento della mente “arcaiche” e che non appartengono ai soli uomini poichè la cultura patriarcale coinvolge le donne stesse. L’aggressività “sana” potrebbe allora essere utilizzata per continuare a condurre delle battaglie contro quei residui della cultura patriarcale che pretende di giustificare con la differenza biologica tra i sessi una presunta inferiorità femminile.

Grazie al femminismo molti passi avanti sono stati fatti nella direzione del superamento degli stereotipi tradizionali, per sperimentare nuove modalità relazionali. (Pratica dell’autocoscienza o pratica dell’inconscio) La ricerca di una pratica politica femminile ha, secondo me, contribuito al consolidamento di relazioni fra donne, che ha implicato il riconoscimento delle differenze fra le donne stesse. Tali conquiste devono però molto alle lotte sociali di tutte le donne che ci hanno precedute. Non ho mai condiviso la sterile dicotomia emancipazione-liberazione, mentre ho sempre preferito pensare ai due termini come percorso (anche se non lineare ma caratterizzato da discontinuità) e come processo storico e psicologico (individuale) al tempo stesso. “I primi passi nella lotta sono compiute dalle donne del popolo sotto la spinta della miseria, della fame, che muove tutte le masse popolari”1. La lotta per l’emancipazione femminile viene da lontano e non è mai stata separata dalle più vaste battaglie sociali. Anche su questa realtà si deve costituire il tessuto della memoria. Senza il retroterra delle battaglie per l’egualitarismo non si sarebbero riconosciute le differenze tra donne nei vari campi del sapere, della politica e della cultura, nella coscienza collettiva. (Aprire un piccolo spazio per alcuni vissuti di donne, a proposito di pregiudizi subìti) Qualche riga di diario (con l’autorizzazione dell’autrice) 2-01-2009 In vari momenti, ogni giorno, siamo messi di fronte, da un lato, alla manifestazione di certo sadismo -più o meno inconsapevole- che si accorda in buona misura con l’ordine dei mediocri e, dall’altro, con residui di saggezza espressa nell’ “oltre” sia nella dimensione politica che in quella personale (oltre le offese, le prevaricazioni, l’ottusità…). Ognuno deve scegliere...Se prevale la prima dimensione viene ucciso quel che resta della tua intelligenza e del tuo senso etico, se ascolti la seconda deve rassegnarti ad essere considerato dai molti un po’ scema/scemo o un po’ folle. Le persone più mediocri –i “furbi”, i “vincenti”, i “duri”- sanno ergere tali barriere per difendere le proprie illusorie certezze che una piuma che li sfiori (tu) stravolge la legge di gravità; la piuma si ritrova, come se avesse il peso del piombo, scaraventata sul suolo più arido… Allora tu, “piuma”, devi innanzitutto dimostrare di essere inoffensiva. “Visto? Ora che non avete più paura di me mi lasciate esprimere per favore?” 3-01-2009 Perché non denunciai? Perché non cercai di affermare i miei diritti? Non mi erano rimaste le energie sufficienti. E’ a questo punto che tutto precipita. Sai che è profondamente ingiusto, ma il circolo vizioso dei pregiudizi, distanziamenti, chiusure, resistenze…aggiunti alla trappola degli stereotipi, costituiscono il colpo di grazia. L’infelicità però giunge al culmine quando, nel momento stesso in cui cerchi di risollevarti, qualcuno allude all’onta di quel luogo da te visitato e all’inevitabilità del doverti ora accontentare… “che pretendi? Ora i diritti non sono più gli stessi, e neppure il tuo valore” 4-01-2009 Ahimè non avevo fatto i conti con le tendenze conservatrici di chi sta ai vertici delle corporazioni, che legittimando i timori individuali più meschini ed egoistici sviliscono le tendenze più nobili e dignitose (degli appartenenti alla categoria), consolidando in tal modo il solito circolo vizioso dell’autoreferenzialità. E’ cosa ben triste aver bisogno di “casi” clinici da enfatizzare per valorizzarsi individualmente, magari con abilità artigianali da certosino, trasformando una fase critica in tratto caratteriale permanente, la banalità di una frase in esemplare dimostrazione di patologia. E…guai a mettere in discussione dal basso i sacri dogmi. Quasi gli stessi difetti di una religione monoteista…

Il commento lucido di questi vissuti può essere fornito da Benasayag, il quale mette in guardia dalle “etichette” (p.163). Esempi: fa strano che il presidente del Cile sia donna, mentre è considerato “normale che il presidente del Messico sia uomo. Altro esempio è l’handicap o il disagio psichico. “L’occidente ha costruito questa categoria che raggruppa indifferentemente i malati psichici, le vittime di incidenti stradali, le persone colpite da malformazioni congenite. Nessun’ altra cultura aveva prodotto in passato una simile etichetta autorizzando i suoi membri a collocare nello stesso gruppo un guerriero che ha perso una gamba, l’idiota del villaggio, l’obeso, il cieco, il sordo, il bambino nato con una malformazione. Tutto ciò sarebbe frutto di un lunghissimo lavoro di costruzione e normalizzazione della percezione dove si intrecciano i meccanismi della norma dominante sul supporto dei nostri corpi. L’origine stessa della differenza tra maggioranza e minoranza in una società ha questa origine.”

Per concludere: gli stereotipi hanno sempre un nesso con la cultura dominante,che li esprime, Il linguaggio esprime o occulta il pensiero che vi è sotteso. Per questo noi in quanto donne dovremmo usare il linguaggio nel suo ancoraggio materiale con il reale, il corpo senza occultare il nostro immaginario e nella demistificazione di quell’immaginario e di simbolico che ci offende, ci umilia. Non dovremmo porci tanto il problema di come essere adeguate al lessico politico attuale – autoreferenziale – ma come esercitare un contropotere senza mai perdere di vista la condizioni di esistenza delle donne proletarie .


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