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La fatica felice di Sisifo per salvare la democrazia - [IFE Italia]
IFE Italia

La fatica felice di Sisifo per salvare la democrazia

di Gunter Grass
martedì 16 agosto 2011

dal : http://www.fondfranceschi.it/cogito...

Una lucida analisi sul presente dal punto di vista di Gunter Grass, scrittore tedesco vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1999

Albert Camus ha offerto una nuova interpretazione di Sisifo e del suo mito. Già il fatto che il suo saggio, tanto breve nella lunghezza quanto duraturo per l´influenza, sia stato pubblicato dalla Librairie Gallimard a Parigi nel 1942, quando la Francia oscillava tra la resistenza e la collaborazione, è una prova di ciò che può aver indotto Camus a dare una vivida forma concettuale all´assurdità degli eventi: la pietra che non sta mai ferma. Ma non sarà che al giorno d´oggi molte pietre stiano muovendosi verso di noi? Considerando l´ultimo semestre, risulta evidente quanti grandi eventi, uno dopo l´altro, abbiano gonfiato i titoli dei giornali di ogni angolo e di tutte le province del mondo e si siano a vicenda disputati la precedenza. Sembravano già finiti, acqua passata, e nondimeno continuavano a condizionare le vicende politiche ed economiche. (...) In sintesi si può dire che il giornalismo di cui oggi parliamo e che vuole mettersi in questione, vive alla giornata, si nutre di sensazioni e non trova tempo o non si prende abbastanza tempo per illuminare i retroscena di tutto ciò che a intervalli sempre più brevi ci porta a crisi di lunga durata. Ma il giornalismo o – per porre la questione in termini più diretti – i giornalisti sono davvero pronti a interrogarsi criticamente? Nel frattempo, il Parlamento eletto e il governo sono ostaggi, non ultimo, del lobbismo delle potentissime banche. Le banche giocano il ruolo di un destino ineluttabile. Conducono una propria vita. Le loro direzioni e i loro grandi azionisti costituiscono una società parallela. Le conseguenze della loro economia finanziaria, che punta sul rischio, alla fine vengono pagate dai cittadini in quanto contribuenti. (...) Naturalmente, anche i quotidiani e i settimanali, cioè i giornalisti, sono soggetti a questa onnipotenza. Non c´è più bisogno di nessuna censura ormai fuori moda; per ricattare i media della carta stampata a rischio di esistenza è sufficiente la minaccia di non commissionare loro inserzioni pubblicitarie. Questo però significa che, nonostante le tacite consegne del silenzio, il giornalismo radicale, ossia il giornalismo che va alle radici, dovrà informare l´opinione pubblica sull´uso illegittimo del potere della lobby. Esso minaccia la democrazia ben più dei pericoli istericamente evocati, che diffondono paura e terrore nello stile di Thilo Sarrazin. Esso rende poco credibili i parlamentari e il governo e contribuisce alla crescita dell´astensionismo fra gli elettori. Dal momento che non lo si può eliminare, poiché le rappresentanze degli interessi sono legittime, occorre imporgli dei limiti rigorosi, anche nella forma di un´area protetta attorno al Parlamento, in modo che l´esercito dei lobbisti venga tenuto a debita distanza. Non è nemmeno opportuno che i politici, e tra loro alcuni di primo piano, subito dopo essersi sbarazzati della loro carica come di una fastidiosa zavorra vadano ad occupare allettanti posizioni nelle dirigenze aziendali e nei gruppi di interesse. Per questo ritengo che occorra una moratoria prescritta per legge, di almeno cinque anni, anche se in genere la gente e in particolare i giornalisti concordano nel ritenere che la politica sia e rimanga qualcosa che si può comperare. È il caso di menzionare altri esempi che chiariscono cosa viene trascurato e quali compiti rimangono, tra gli altri, ai giornalisti: è necessario mettere il dito nella ferita, finché è aperta. Mi riferisco alle conseguenze del precipitoso compimento dell´unità tedesca in base ad interessi e criteri esclusivamente tedesco-occidentali. Oggi l´Est appartiene all´Ovest. Il declassamento dei cittadini dell´ex DDR e dei loro figli a tedeschi di seconda classe è diventato un fatto concreto a tal punto che i giovani perlopiù lasciano i loro paesi, le loro cittadine e le loro città per trasferirsi all´Ovest. Qualche regione comincia a spopolarsi. E abbastanza spesso a rimanere sono gli estremisti di destra, che si annidano come orde e danno inequivocabilmente il tono alle regioni abbandonate. L´opinione pubblica sa ben poco di tutto ciò e anche quando ne è al corrente non ne conosce le cause. (...) Lo so, il flusso continuo delle notizie quotidiane, rafforzato dall´effluvio di Internet, spossa chiunque desideri essere informato. Nondimeno, nessuno può fare a meno di preoccuparsi per il futuro della democrazia regalataci dai vincitori e per i diritti e le libertà ancora tutelati dalla Costituzione. Non è necessario e non intendo richiamare, a mo´ di esempio e di monito, Weimar; gli attuali fenomeni di affaticamento e di declino della struttura del nostro Stato offrono occasioni a sufficienza per dubitare seriamente che la nostra Costituzione garantisca ancora ciò che promette. La progressiva divaricazione di una società di classe tra una maggioranza sempre più povera e un ceto separato di ricchi privilegiati, la montagna di debiti la cui cima è ormai stata oscurata da una nuvola di zeri, l´incapacità e la palese impotenza dei parlamentari liberamente eletti di fronte alla forza concentrata delle associazioni di interesse e, non ultimo, la stretta alla gola delle banche rendono a mio avviso urgente la necessità di fare qualcosa di indicibile, ossia porre la questione del sistema. Niente paura, non sto evocando la rivoluzione. Si tratta piuttosto di porre questioni stringenti, che investono l´intera società, come del resto stanno già facendo molti cittadini: un sistema capitalistico legato quasi forzatamente alla democrazia, nel quale l´economia finanziaria si è ampiamente staccata dall´economia reale, ma minaccia ripetutamente quest´ultima con crisi autoprodotte, è ancora credibile? Gli articoli di fede del mercato, del consumo e del profitto possono continuare ad essere un idoneo surrogato della religione? (...) Perciò la domanda successiva è questa: la forma di Stato che abbiamo scelto, cioè la democrazia parlamentare, ha ancora la volontà e la forza di evitare questo declino che incombe su di essa? Una cosa mi pare certa: se le democrazie occidentali si dimostrassero incapaci di contrastare con riforme radicali i pericoli prevedibili e concreti che le minacciano, non sarebbero in grado di far fronte a tutto ciò che diventerà ineluttabile nei prossimi anni: crisi che generano altre crisi, la crescita sfrenata della popolazione mondiale, i flussi di migranti prodotti dalla mancanza d´acqua, dalla fame e dalla miseria e il mutamento climatico causato dagli uomini. Tuttavia, un declino degli ordinamenti democratici creerebbe un vuoto – ce ne sono esempi a sufficienza – del quale potrebbero approfittare forze la cui descrizione va al di là delle nostre capacità immaginative, considerando come siamo stati scottati dalle conseguenze ancora percepibili del fascismo e dello stalinismo. Ho esagerato? Se sì, non abbastanza. (Traduzione di Carlo Sandrelli)


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