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Paternità postmoderne - [IFE Italia]
IFE Italia

Paternità postmoderne

di Rossella Valdrè
venerdì 23 settembre 2011

dal sito della Rivista di Psicoanalisi (www.psicoanalisi.it) un interessante punto di vista sulla paternità

Leggendo l’ultimo libro di Massimo Recalcati, "Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna (Cortina, 2011)", breve e agile esplorazione socio-psicoanalitica intorno a quella che Lacan chiamava «evaporazione del padre», fenomeno tipico e drammatico della cultura contemporanea, più che pensare ad una classica recensione, si sono automaticamente aperte, dentro di me, numerose finestre. L’ultimo adolescente visto nella stanza d’analisi, con la sua rabbia impotente di non avere alcuna autorità da contrastare, i genitori allo sbando, e poi film, libri, discussioni televisive, commenti e impressioni della gente. Se ne parla molto, non si fa che denunciarlo, questo grande scomparso, il Padre, di cui acutamente Lacan (cui il nostro Autore fa riferimento) denunciava lo sfaldamento già in piena «rivoluzione» sessantottina. Ma cosa resta di questa polverizzazione? Apro una finestra su un piccolo e bellissimo film, relativamente poco notato (Sundance festival, 2010), Un gelido inverno (Winter’s bone) di Debra Granik. Nel gelido inverno del povero e desolato Midwest americano, tra emarginazione e baracche, un’adolescente, Ree, già troppo gravata dal carico dei fratellini e della madre malata e inconsistente, saputo che il padre è uscito di prigione, si mette ossessivamente alla sua ricerca. Bussa di porta in porta nella microcomunità ostile e criminale di quest’angolo del Missouri, di baracca in baracca. Rischia di venire uccisa, sfida i pregiudizi: ciò che conta è ritrovare il padre, questo padre che è l’immaginario di un padre mai veramente esistito dentro di lei, che entra ed esce di galera e non deve averla mai vista, mai riconosciuta. Eppure, anche di qualcosa che non si è avuto, ma che avrebbe dovuto esserci, si può sentire la struggente mancanza. Ma non è per la ricerca del padre – rintracciabile in fondo in molti film – che si segnala Winter’s bone, bensì per la qualità del suo ritrovamento: i resti, le ossa. Il titolo originale, meno edulcorato, esprime meglio la cifra poetica, e insieme terribilmente concreta, di questo ritrovamento: Ossa d’inverno, sono questo i resti del padre. Cosa resta del padre, dunque, nell’universo chiuso al simbolico della postmodernità, a quarant’anni dalle analisi lacaniane e pasoliniane, che avevano denunciato, con linguaggi diversi, la «retorica del dialogo» (100) e il fasullo mito della libertà come scivoloso terreno dell’antiedipo? Per Recalcati, quello che resta è nella testimonianza: «quello che resta del padre nel tempo del tramonto della sua funzione simbolica è la possibilità di una testimonianza incarnata» (171). Vivere, assumersi la responsabilità etica del proprio desiderio, testimoniare di esserci, compiendo azioni e pronunciando parole, non sottraendosi all’esser chiamati in causa, esprimendo scelte. Gli ultimi, poetici film di Clint Eastwood (Million dollar baby e Gran Torino) sono presi a prestito dall’Autore per esemplificare quest’unica, ma efficace possibilità di resistere attraverso la testimonianza, come atto singolo e personale, al dramma di una società che, in debito di padre e quindi di Legge, limite e conflitto, rischia di essere preda del disordine e della pulsionalità mortifera. Vi aggiungo la toccante metafora concreta (mi si passi l’apparente contraddizione in termini) del film di Debra Granik: i resti del padre, le sue ossa d’inverno, congelate, che non hanno dato calore, ma di cui la figlia ha tuttavia un lacerante bisogno, esistono, si possono vedere, toccare, sono contenute in una scatola che la piccola, testarda Ree porta con sé, reliquia di un oggetto interno che non ha potuto farsi simbolo, ma che alla fine deve comunque essere trovato per crescere. Valore etico della testimonianza incarnata e paternità come atto di «adozione simbolica» (89) che consente alla vita di umanizzarsi, trasformando un evento biologico in evento specificamente umano, sono i messaggi incoraggianti che il testo suggerisce, i resti possibili, non congelati ma potenzialmente trasformativi, del padre nell’Occidente postmoderno. I poeti lo avevano ben visto: «Signori giurati, che cosa è mai un padre, un vero padre, quale sublime parola è mai questa, quale sublime idea si racchiude in questo nome? […] Un amore filiale non giustificato dal padre è un assurdo, un’impossibilità. […] Chi ha procreato non è ancora padre, padre è colui che ha procreato e ha meritato il proprio nome» (Dostoevskij, I fratelli Karamazov).


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