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Post femminismo - [IFE Italia]
IFE Italia

Post femminismo

di Michael Walzer
mercoledì 7 maggio 2014

Un articolo dello scorso anno che offre molti spunti di riflessione

dal quotidiano "La Repubblica" del 22.4.13

Un’amica femminista mi ha chiesto di scrivere un pezzo che rispondesse a questo interrogativo: in che misura il mio lavoro sarebbe stato diverso se mi fossi confrontato con le femministe di fine anni Sessanta e Settanta e avessi imparato da loro? Ho provato a soddisfare la sua richiesta, con uno stile più personale di quello che adotto di solito ma — spero — con la consueta sollecitudine. Prima di cominciare, devo fare una premessa. Nel 1953 mi sono fidanzato — e successivamente l’ho sposata — con una femminista “bolscevica”, che non mi avrebbe mai permesso di tenerle aperta la porta, di aiutarla con il cappotto, di pagarle il cinema o di fare qualsiasi altra delle cose che si dava per scontato i ragazzi facessero per le ragazze a quei tempi arretrati. Abbiamo avuto due figlie, paladine dell’uguaglianza e polemiche su questo tema fin dall’esatto momento in cui hanno acquisito coscienza di sé. Ho voluto crescerle in una società in cui fossero libere di fare... qualsiasi cosa volessero. Quindi ben prima di aver letto un qualsiasi opuscolo femminista ero già votato al principio propugnato da August Bebel secondo cui non può esistere una società giusta in mancanza di una «parità dei sessi».

Ma questo po’ di correttezza politica non necessariamente è stato sinonimo di quella che potremmo definire intelligenza di genere. Se avessi avuto quel tipo di intelligenza, cosa avrei scritto con approccio diverso? L’opera su cui concentrarci è innanzitutto Sfere di giustizia, che ho scritto all’inizio degli anni Ottanta. Il saggio tratta della distribuzione dei beni e dei mali sociali, dei vantaggi e degli oneri della vita comune e comprende una dissertazione sui ruoli e i riconoscimenti tradizionalmente attribuiti a uomini e donne. Quel libro ha suscitato moltissime reazioni, parecchie delle quali di orientamento critico, e a mio avviso le critiche più interessanti sono state quelle prodotte da autrici femministe. La più autorevole di queste autrici è stata la Susan Moller Okin degli ultimi anni, membro di punta della straordinaria prima generazione di studiose accademiche che hanno scritto di teoria politica negli Stati Uniti.

Sfere di giustizia è una «difesa del pluralismo e dell’uguaglianza» in cui ci si contrappone all’idea che sia un unico principio o un unico insieme coerente di principi a definire la giustizia distributiva per ogni epoca e ogni luogo. Nel saggio sostengo invece che i beni sociali andrebbero distribuiti in conformità con il significato che hanno nell’esistenza della gente che li produce e che li divide o condivide. Beni diversi si inseriscono in “sfere” diverse, nell’ambito delle quali principi distributivi diversi vengono applicati da agenti diversi, in diversi modi, con diversi risultati. La mia teoria era che se i meccanismi di distribuzione fossero autonomi, se ogni bene venisse distribuito per le giuste ragioni, nelle varie sfere prevarrebbero diverse tipologie di individui. Il successo in una data sfera (l’acquisizione di potere politico, l’accumulo di denaro) non porterebbe con sé altri beni come mera conseguenza, come accade oggi, e il risultato complessivo sarebbe quello di una “uguaglianza complessa”, che può essere meglio compresa come insieme di ineguaglianze sparse ed eterogenee.

Secondo Okin una teoria del genere non sarebbe risultata utile alle donne, perché le convenzioni sociali relative all’istruzione, all’occupazione professionale, alle cariche politiche e a molto altro, nella nostra società e in ogni altro contesto, portano all’esclusione radicale delle donne relegandole in una posizione assolutamente marginale. Okin sosteneva che semplicemente non fossi riuscito a cogliere il carattere totalizzante del patriarcalismo. Il predominio maschile era ratificato ovunque, in ogni aspetto della vita quotidiana, in ogni sfera distributiva, in tutte le creazioni culturali e le esperienze storiche in grado di produrre “significato” (nei testi religiosi e nelle pratiche di fede, nella vita politica, nei vari generi di letteratura popolare, nelle convinzioni della gente, nel “senso comune”).

Ovviamente, le donne non si opponevano. In ogni società umana, si conformavano al proprio ruolo subordinato. Solo dei principi universali di giustizia potrebbero spianare la strada a una critica ad ampio spettro del sistema generale di definizioni patriarcali. Una concezione di giustizia che parta dall’uguaglianza umana, e nello specifico dall’uguaglianza tra i sessi, una concezione in radicale contrasto con le “convenzioni” proprie di questa (e di qualsiasi altra) società, è l’unica base da cui potrebbe svilupparsi una politica egualitaria. Quel che credo mi sia sfuggito in tali argomentazioni era il crudo realismo che connotava la descrizione tratteggiata da Okin della posizione culturale delle donne: il senso di costrizione assoluta che le donne avevano provato per gran parte della storia e che ancora provano in gran parte del mondo contemporaneo. L’oppressione delle donne è diversa da qualsiasi altra forma di oppressione. Lo sappiamo tutti, ma la maggior parte degli intellettuali di sinistra continua a scrivere dell’oppressione come se potesse assumere un’unica forma, quella di un gruppo di gente che preme per tenere sotto un altro gruppo. Le donne però non sono un “gruppo” come tutti gli altri; non vivono tutte insieme come i nativi di una nazione conquistata o gli operai di un quartiere degradato o gli ebrei o i neri di un ghetto. Le donne vivono con i loro oppressori, che sono anche i loro padri, i loro mariti, i loro amanti, i loro figli.

Avevamo ancora un ulteriore motivo di disaccordo. Io sostenevo che la disparità all’interno della famiglia dovesse essere gestita indirettamente. Prima bisognava riformare tutte le altre sfere di distribuzione: assicurarsi che le donne venissero trattate equamente in tutti gli ambiti in cui venissero applicati criteri meritocratici. Ero diffidente riguardo a eventuali interventi più diretti nell’intimità della vita familiare, o forse semplicemente non mi andava di pensarci. Okin si congratulò con me, con una punta di sarcasmo, per aver inserito in Sfere di giustizia «una postilla e una nota a piè di pagina» in cui definivo i lavori di casa un’attività che sarebbe stata da dividere equamente tra uomini e donne.

È vero, oggi scriverei molto di più a questo riguardo di quanto non feci negli anni Ottanta e ora mi preoccuperei, come non ho invece fatto allora, del perché una maggiore eguaglianza nelle sfere della politica, dell’istruzione e dell’economia non si sia riverberata nella vita familiare come avevo pensato che accadesse. La famiglia dev’essere quello che Christopher Lasch ha definito un «rifugio in un mondo senza cuore». Ma non può continuare a essere una fonte delle diseguaglianze che rendono questo mondo senza cuore. Difendere al tempo stesso l’intimità e la giustizia: è questo il compito della prossima generazione di teorici della politica.


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