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Il movimento femminista in Francia negli anni 60 e 70 - [IFE Italia]
IFE Italia

Il movimento femminista in Francia negli anni 60 e 70

tratto dal libro:"L’avventurosa storia del femminismo"di Gabriella Parca
venerdì 8 agosto 2014

dal sito: http://www.cpdonna.it/cpd/

FONTE : "L’avventurosa storia del femminismo" di Gabriella Parca

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. - Milano - Prima edizione Collana Aperta maggio 1976 Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981 Copyright by Gabriella Parca - Terza Edizione -

CAPITOLO XXXIX

Il nuovo femminismo arrivò in Francia sull’onda del famoso maggio 1968, quando, durante la rivolta studentesca, molte ragazze poterono “prendere la parola” nelle assemblee ed esprimersi liberamente per la prima volta. Però fu subito chiaro che le donne avevano molto meno peso degli uomini anche in quell’occasione. Cioè, mentre i ragazzi rappresentavano i cervelli e i porta-parola del Movimento studentesco, le loro colleghe erano relegate nel ruolo di ausiliarie, di esecutrici, di piccole segretarie della rivoluzione.

Perciò molte di loro si staccarono dal M.S., come altre vennero via dai partiti della sinistra tradizionale, e cominciarono a riunirsi tra di loro per esaminare i problemi specifici della condizione femminile, discutendone in prima persona. La cosa però non piacque al Movimento studentesco, come non piacque ai partiti, che accusarono le donne di essere delle piccolo-borghesi, se non capivano che la lotta di classe avrebbe risolto anche i loro problemi. Ma le femministe risposero che erano più di cent’anni che sentivano ripetere quei luoghi comuni, smentiti dagli avvenimenti: infatti, anche nei paesi socialisti il potere politico e decisionale era rimasto in mano agli uomini, sebbene le donne avessero in parte migliorato la loro condizione. A Vincennes, una delle università parigine, ci furono degli scontri fra studentesse aderenti al M.L.F. (Mouvement de libération des femmes) e ragazzi del Movimento studentesco, che non accettavano di essere esclusi dalle riunioni e dalle lotte femministe. Poi, un po’ alla volta, il conflitto si chiarì e rientrò, visto che l’esclusione dei “maschi” riguardava quella prima fase della lotta ed era necessaria perché le ragazze si esprimessero con spontaneità, anche quando parlavano delle loro esperienze più intime. Tuttavia una certa ruggine e diffidenza da parte della sinistra rimase sempre, confermando in definitiva quello che pensavano le donne, ossia che non le si rispettava al punto da accettare le loro scelte quando non erano condivise, e che gli uomini continuavano a considerarle una loro proprietà, una colonia senza autonomia. Il Movimento di liberazione della donna nacque dunque in Francia nelle aule universitarie, ma passò del tempo prima che si estendesse alle casalinghe e alle operaie. Le femministe si riunivano generalmente una volta a settimana alla Facoltà di Belle Arti, nel Quartiere Latino, e lì, in una grande assemblea, discutevano di tutto. Poco lontano, in un locale colmo di stampati e manifesti, c’era il loro quartier generale e il telefono squillava notte e giorno, perché da ogni angolo della Francia si chiedevano notizie, si volevano informazioni. Ma ben presto, come era accaduto in America, l’unità di misura del movimento divenne il “piccolo gruppo”, composto da Otto o dieci ragazze, che si riunivano in casa dell’una o dell’altra. All’inizio si fece soprattutto “dell’autocoscienza”, parlando delle proprie esperienze e discutendo i problemi della sessualità; poi, un’ala del movimento si dedicò a delle azioni spettacolari, capaci cioè di richiamare l’attenzione del pubblico e di suscitare l’interesse della stampa. Fu verso la metà del 1970 che il movimento uscì allo scoperto con una di queste azioni: era il giorno in cui si ricordava il Milite ignoto, e varie delegazioni si recavano a deporre corone d’alloro sotto l’Arco di Trionfo. A un tratto si vide un gruppo di ragazze insieme a una nota scrittrice, Christiane Rochefort, avvicinarsi al famoso Arco con una grande corona di fiori e contemporaneamente si aprì sulle loro teste un enorme striscione con la scritta “Metà degli uomini sono donne”. I poliziotti accorsero, convinti che si trattasse di un insulto, e solo allora si accorsero che anche la corona non era dedicata al Milite ignoto, ma alla “donna ignota del milite ignoto”. Le femministe furono caricate sul furgone della polizia - che i parigini chiamano “paniere da insalata” - e portate precipitosamente in questura, dove poterono finalmente spiegare il significato del loro gesto: richiamare cioè l’attenzione sul fatto che metà del genere umano è composto da donne, le quali vengono continuamente ignorate, come accade appunto all’ignota compagna del più “oscuro eroe”. Rilasciate qualche ora dopo, le componenti di quel primo “commando” furono intervistate alla televisione, e da quel momento anche la grande stampa francese cominciò a interessarsi del femminismo. Un’altra azione spettacolare che suscitò un’eco in tutto il mondo e fu anche imitata in altri paesi, fu il famoso Manifesto delle 343, in cui altrettante donne più o meno celebri si autodenunciavano, dichiarando di aver abortito. In testa alla lista delle firmatarie c’era la famosa scrittrice Simone de Beauvoir, seguita da altri grandi nomi della letteratura e dell’arte. E la cosa dovette impressionare non solo l’opinione pubblica ma anche la magistratura, perché quella spettacolare confessione di un reato punibile con anni di carcere, fu presa per quello che era in realtà: una protesta collettiva contro una legge da modificare. Il manifesto con tutte le firme fu pubblicato da uno dei maggiori settimanali francesi, Le nouvel observateur e fu diffuso così a centinaia di migliaia di copie. Eccone per intero il breve testo che suscitò tanto scalpore: «Un milione di donne abortiscono ogni anno in Francia. Esse lo fanno in condizioni pericolose a causa della clandestinità alla quale sono costrette, mentre questa operazione praticata sotto il controllo medico è tra le più semplici. Si fa il silenzio su questi milioni di donne. Io dichiaro di essere una di loro: ho fatto ricorso all’aborto. Come reclamiamo di poter usare liberamente mezzi anticoncezionali, così reclamiamo l’aborto libero”.

CAPITOLO XL

La campagna per la depenalizzazione dell’aborto, condotta da tutti i movimenti femministi dei vari paesi, in Francia come in America, in Italia come in Svezia, può essere considerata l’equivalente della lotta condotta dal primo femminismo per ottenere il voto. Trattandosi di un problema che riguarda tutte le donne, a qualsiasi classe sociale appartengano, questa battaglia rappresenta un punto d’incontro fra i gruppi di diversa tendenza e un elemento catalizzatore anche per le non militanti. Ogni donna sente infatti come una violenza che le viene usata il non poter decidere liberamente se e quando mettere al mondo un figlio.

Spesso si esalta la maternità: ma quante volte, se non è desiderata, essa si trasforma in un dramma perché sconvolge la vita della donna, oppure mette in crisi il bilancio familiare, o porta a trascurare gli altri figli?. É chiaro che per evitare la gravidanza è molto meglio ricorrere alla contraccezione. Ma fino a qualche anno fa i mezzi anticoncezionali non erano meno proibiti dell’aborto, e per questa ragione ancora oggi sono relativamente poche le donne che li usano, o per mancanza d’informazione o per una forma di resistenza psicologica, provocata ad arte da quelle forze religiose e politiche che vi si oppongono. La campagna femminista era nata in Francia per appoggiare un progetto di legge in cui si allargavano le possibilità dell’aborto “terapeutico”, consentito cioè per ragioni di salute della madre o per malconformazione del feto. Ma era anche una risposta alla decisa opposizione organizzata dalla destra conservatrice, che aveva lanciato lo slogan “Lasciateli vivere”. Per una strana contraddizione, in difesa di quegli esseri non nati si levavano proprio coloro che considerano morale la guerra, con tutte le sue distruzioni di vite umane, e naturale la fame che dilaga nel mondo, facendo in un solo anno oltre settanta milioni di vittime, come è risultato alla Conferenza mondiale della FAO. Tutto ciò dovrebbe far capire quanto poco, in realtà, chi si oppone all’aborto si preoccupi di salvare degli esseri viventi. Dall’inizio del ‘75 è entrata in vigore, in Francia, la legge che autorizza l’interruzione della gravidanza entro le prime dieci settimane. Ma in pratica è molto difficile abortire in ospedale, in parte perché le attrezzature sono insufficienti, in parte perché molti medici si rifiutano di praticare l’intervento, che dovrebbe essere semigratuito, adducendo motivi religiosi. Quindi le femministe debbono continuare la loro battaglia, affinché la legge venga applicata. Del resto, non tutti i medici chiudono gli occhi di fronte alla realtà dell’aborto clandestino. Poco dopo il famoso Manifesto delle 343 ne apparve un altro, detto appunto dei medici, in cui molti nomi illustri nel campo della scienza medica approvavano la campagna femminista e ne condividevano gli obiettivi. Una manifestazione di origine piuttosto diversa furono invece gli Stati generali della donna, che si svolsero a Versailles nel novembre 1970. Era stata un’iniziativa della rivista femminile Elle, e subito le femministe vi videro la tipica manovra della società consumista per trarre profitto dal movimento di liberazione, riconducendolo entro gli schemi tradizionali e ricavandone vistosi effetti pubblicitari. Oltre trecento donne, scelte dagli organizzatori secondo un criterio di rappresentatività, si riunirono per tre giorni a congresso con sociologi, medici, politici e industriali, per discutere sulle rivendicazioni femminili. In realtà, erano questi vistosi personaggi a esprimere le loro opinioni, nel corso del dibattito: cosicché, ancora una volta, le donne si videro trattare come minorenni che delegano agli uomini adulti il compito di pensare e agire per loro. L’assemblea comprendeva una dozzina di commissioni per affrontare i seguenti argomenti: - vita culturale, vita pratica, amore e matrimonio, status sociale, divertimenti, urbanismo, moda e bellezza, lavoro, politica, informazione, salute, educazione e insegnamento. Ma le discussioni furono di carattere assai generale e non apportarono nulla di nuovo, quando non sfociarono addirittura in dichiarazioni inconsciamente sessiste. Ad esempio il ministro Chaban-Delmas, dopo aver osservato che le donne costituivano già un terzo dei lavoratori francesi, aggiunse: « Ma come immaginare che la carriera di una donna possa essere, in un campo qualsiasi o a un grado qualsiasi, identica a quella di un uomo? ». A quel punto le intervenute rimasero senza fiato e un brivido corse nella sala, ma l’atmosfera assai mondana evitò l’incidente. Poi ci fu un accademico di Francia, M. Jean Guitton, lo stesso che una quindicina d’anni prima si era scagliato contro il parto indolore, il quale rese omaggio al gentil sesso dicendo: « La donna non fa, è.. - L’uomo è creatore, ma quello in cui la donna è superiore, sta nel fatto che essa crea veramente: crea la vita! ». Però si trattenne dallo spiegare perché essa debba creare a tutti i costi con dolore, e perché debba pagare la sua “superiorità” con l’emarginazione sociale. Forse a svelare l’arcano furono le conclusioni della commissione moda e bellezza, che fece voti affinché “le donne trovino nella stampa femminile i mezzi e gli elementi che le aiutino a realizzare pienamente la loro personalità; i modelli di abiti già confezionati siano diffusi dappertutto allo stesso prezzo, e la medesima cosa avvenga per le creme di bellezza”! Dunque, tutto il travaglio di questa rivoluzione culturale, che dovrebbe portare a una radicale trasformazione della società, sfocia in una raccomandazione perché tutto resti tale e quale. Alle donne si dice, infatti, che realizzeranno la loro personalità vestendosi in un certo modo e curandosi la pelle, perché solo così potranno piacere al loro signore e padrone, l’uomo. Sembra già di vedere l’ombra del consumismo protendersi sull’assemblea per riacciuffare le poche pecorelle smarrite, che hanno osato levare qualche voce discorde. Tuttavia voci realmente discordi, e cariche di aggressività in quell’atmosfera mondana, si fecero sentire ugualmente: furono quelle di un commando femminista, che a un tratto interruppe l’assemblea gridando: “Avremmo voluto ascoltare qul che le congressiste avevano da dire, invece non abbiamo sentito che uomini ripetere sempre le stesse cose. Ne abbiamo abbastanza... ». Quelle voci erano le stesse che continuano a “portare avanti il discorso” sulla liberazione della donna, e che non hanno mai cessato di esprimersi in questi anni. Infatti nel giugno del ‘71 iniziarono la pubblicazione de Le torchon brûle (Lo strofinaccio brucia) dove apparivano articoli, testimonianze, lettere, che riflettevano le infinite sfaccettature della condizione femminile. Poi nel ‘74, per iniziativa di un altro gruppo, sorgeva a Parigi la casa editrice “Les éditions des femmes”, che ha pubblicato da allora un libro al mese e dispone di una libreria centralissima, divenuta un punto d’incontro per donne di tutti i paesi. Nel ‘75 è cominciato ad apparire Le quotidien des femmes, un giornale che nonostante il nome esce all’incirca ogni quindici giorni, e che si colloca accanto alle altre pubblicazioni, di cui il movimento francese è ricchissimo.


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