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Per una storia delle storie del femminismo.1 - [IFE Italia]
IFE Italia

Per una storia delle storie del femminismo.1

di Lidia Cirillo
mercoledì 18 febbraio 2015

Pubblichiamo, con il consenso dell’autrice, il primo articolo sulla "storia della storia del femminismo" che Lidia Cirillo, una delle nostre compagne di strada più care, sta redigendo.

Fonte: http://www.communianet.org/gender/u...

Sarebbe utile affrontare il tema del genere prima di tutto con un sospetto. Forse bisognerebbe chiedersi quali effetti abbia avuto sul femminismo l’insieme dei fenomeni di cui spesso parliamo: il vicolo cieco in cui il capitalismo si è infilato, la fine per decomposizione e metamorfosi del movimento operaio del Novecento, i mutamenti geopolitici e culturali e tutto il resto ancora… Il sospetto, a sentire ripetere sempre le stesse parole, è che si sia creata un’eccessiva distanza tra discorsi e pratiche del femminismo e la realtà dell’esistenza di decine di milioni di donne. Insomma, per i rapporti di genere non può non valere ciò che vale per le altre relazioni sociali: l’ampiezza e la profondità dei mutamenti potrebbe aver prodotto ovvi ritardi e difficoltà nella ricostruzione di pensiero e di senso.

Le ragioni del sospetto

Il sospetto legato al confronto tra ciò che nel mondo è cambiato e ciò che si continua a dire e a fare può essere rafforzato dalla conoscenza di una storia. Il femminismo (cioè l’insieme dei femminismi esistiti ed esistenti nelle loro caratteristiche comuni) ha sempre avuto problemi di rapporto con le donne. Non si consideri l’affermazione un paradosso: esiste un’ampia letteratura che testimonia il rammarico di femministe di tempi e luoghi assai diversi per l’indifferenza o addirittura l’ostilità della stragrande maggioranza delle donne. Il fenomeno ha ragioni facilmente spiegabili, anche perché il femminismo non è l’unico soggetto di liberazione che ne è a suo modo implicato. I soggetti politici i cui punti di riferimento sociali sono caratterizzati da una più forte subalternità culturale e che operano invece per un’autonomia di pensiero ed elaborano discorsi alternativi a quelli dominanti, sono spesso condannati all’estremo margine. E d’altra parte il margine non è solo virtuoso, non è solo il luogo dell’utopia possibile, che anticipa i tempi e ne trasforma il ritmo. Il margine è anche (e più spesso) l’ambito storico del non-potere, dove “potere” sta come verbo e non come sostantivo. Ed è soprattutto il luogo in cui la carenza di rapporti con il mondo allontana ulteriormente dalla realtà e cristallizza discorsi che non parlano abbastanza del presente. Da una parte, quindi, la voce del femminismo giunge già flebile alle donne; dall’altra quella voce ripete parole sempre meno capaci di costringerle a drizzare le orecchie perché “de te fabula narratur”. In quale misura le fabulae del femminismo narrano davvero della vita presente delle donne?

Gli spazi del femminismo

Queste osservazioni sembrano in contrasto con un’altra: in un modo o nell’altro idee e rivendicazioni elaborate dai molteplici femminismi che hanno attraversato la storia contemporanea sono diventate realtà materiale e senso comune. Quando dicevamo, in anni passati ma recenti, che la rivoluzione delle donne è l’unica rivoluzione non sconfitta, constatavamo un semplice dato di fatto. Spesso però dimenticando di aggiungere che nessuna verità resta tale per sempre. La contraddizione si spiega con il rapporto che il femminismo ha intrattenuto con settori maschili interessati, per propri specifici bisogni, all’attivizzazione sociale e politica delle donne. Non c’è mai stata, se non nelle più ingenue fantasie separatiste, un conflitto delle donne contro gli uomini. Se questa fosse stata la logica, la sconfitta sarebbe stata certa, vista l’iniziale gigantesca sproporzione nei rapporti di forza. Se si guarda alle dinamiche che hanno caratterizzato le due grandi ondate femministe della storia (una tra la fine del XIX secolo e la prima guerra mondiale; l’altra che dalla metà degli anni Sessanta del XX secolo giunge quasi a lambire l’inizio della crisi) si vedrà come a renderne possibile la dimensione di massa e la diffusione siano state soprattutto combinazioni di interessi maschili. Il femminismo ha utilizzato gli spazi che si sono aperti di volta in volta al fianco di classi, movimenti politici e culture. Di solito con una logica specifica e costante, cioè prendendo corpo in ambiti politici democratici, riformisti o rivoluzionari in cui era più facile costringere la dominante componente maschile a fare i conti con la contraddizione tra i propri ideali e il trattamento riservato alle donne. La convivenza poi è stata quasi sempre tutt’altro che pacifica, faticosa e ostacolata da resistenze consapevoli o anche inconsce ma proprio per questo più tenaci. Non si è trattato tuttavia di un fenomeno prevalentemente politico-culturale perché entrambe le ondate sono scivolate sulla solida base dell’uso capitalistico della forza lavoro femminile. Nella prima parte degli anni Settanta fu l’andirivieni tra i luoghi della riflessione femminista e quelli della militanza in partiti, sindacati, gruppi rivoluzionari e movimenti a fornire al femminismo una base femminile di massa. Le manifestazioni che riempirono le piazze di giovani donne servirono a sollecitare l’ascolto di partiti che erano allora di massa, cioè capaci di organizzare stabilmente settori di popolazione e non esclusivamente ceti politici. E non solo di partiti perché anche i sindacati ne furono a loro volta contagiati. Servirono soprattutto a coinvolgere centinaia di migliaia di ragazze che non frequentavano i piccoli gruppi dell’autocoscienza, i quali piccoli in proporzione rimasero, anche quando cominciarono ad affollarsi oltre il limite tollerato da una pratica che funziona solo se adottata contemporaneamente da un numero limitato di persone. La loro attivizzazione sotto il titolo di slogan e simboli femministi contribuì a diffondere una diversa percezione di sé delle donne nelle professioni, nelle istituzioni, nei rami diversi del sapere e nella vita quotidiana. Insomma il femminismo esercitò la sua spinta propulsiva in uno specifico contesto, che gli consentì di superare l’isolamento a cui teorie e pratiche femministe sono spesso condannate. A partire dagli anni Ottanta si è poi dispiegato anche in Italia, a dire il vero in misura minore che in altri paesi europei, il fenomeno che è stato chiamato “femminilizzazione del lavoro”. Ottimisticamente se ci si riferisce alla quantità, realisticamente se ci si riferisce alla qualità. Il desiderio di autonomia economica, incentivato dal nuovo modo di percepirsi delle donne, è stato utilizzato come uno degli strumenti della messa in concorrenza della forza lavoro sul piano nazionale e globale. Mentre i movimenti degli anni Settanta rifluivano e progressivamente si chiudevano i canali del movimento operaio del Novecento, cresceva invece l’interesse dei possessori di capitali a servirsi delle donne, soprattutto della loro disponibilità al lavoro precario. Si mettevano in moto così nuove dinamiche di emancipazione, sia pure pagate al prezzo di un’inclusione ancora subalterna e traversata da conflitti di classe e di genere. L’onda lunga dei movimenti di donne ha potuto perciò continuare a scorrere, con deviazioni certo, ma senza insormontabili ostacoli.

L’isolamento spezzato

Quali sono i meccanismi che spingono al margine e isolano il femminismo, cioè potenzialmente ogni femminismo esistente ed esistito? All’isolamento rispetto al complesso della società, più facilmente spiegabile, bisogna aggiungere infatti quello che tende a crearsi negli stessi canali in cui il femminismo trova i propri spazi. Anche in questo caso la descrizione di una specifica dinamica può essere più comprensibile di alcune astrazioni. Quando si pensa agli anni dei movimenti femministi, non bisogna immaginare che esistesse al di fuori della radicalizzazione un soggetto politico che è poi saltato sul treno giusto. Esistevano certo un pensiero e una storia, per esempio l’opera di Simone de Beauvoir che, una quindicina di anni prima della rinascita di piccoli gruppi femministi in USA e in Europa, aveva scritto il Secondo sesso, dando vita a un decostruzionismo ante litteram e a una vera e propria linea di pensiero. Il femminismo prese corpo nella radicalizzazione stessa, attraverso gli strumenti di critica che essa forniva, a partire dalla contestazione nelle università statunitensi, nei cui documenti si trovano idee che l’ingenuo provincialismo di frammenti del femminismo italiano immagina nate al di qua delle Alpi. L’isolamento si verifica nel momento stesso in cui gruppi di donne decidono di mettere al centro della loro attenzione il conflitto fondato sui rapporti di genere. Scatta allora sia la resistenza maschile, sia la resistenza femminile a estendere la critica ai propri compagni di militanza e di vita. La solidarietà di classe, di comunità, di ideale politico possono essere in determinate circostanze e a giusta ragione fortissime. Ai primi del secolo scorso saggiamente le operaie avevano imparato a diffidare di certe femministe cultivèes, che utilizzavano l’antagonismo uomo/donna per sottrarle al conflitto e alla sindacalizzazione. Sforzo al quale gli operai contribuivano attivamente con la loro ostilità nei confronti della presenza femminile nelle fabbriche, nelle lotte e nel sindacato. L’isolamento può essere accentuato dalle pratiche di autonomia che talvolta le donne sono costrette a adottare. Il separatismo è invece un’altra cosa: in articoli successivi si tenterà di spiegare quale sia la differenza tra l’una e l’altro, perché talvolta possano coincidere ma siano invece due nozioni concettualmente diverse. Negli anni Settanta è poi esistita una ragione congiunturale di isolamento, legata all’assolutizzazione della pratica dell’auto-coscienza a quei tempi benefica e forse ancora oggi utile come propedeutica. Il femminismo della seconda ondata superò l’isolamento in cui era respinto all’interno degli stessi canali in cui era rinato perché questi furono investiti da una forte spinta dal basso, che reagiva anche a disuguaglianze e a veti anacronistici. Venuta meno quella spinta si sono progressivamente affermate le tendenze congenite sia delle strutture organizzative del movimento operaio del Novecento sia del femminismo, alla lontananza dai propri punti di riferimento sociali. Per ragioni profondamente diverse, anzi opposte. Le prime perché tendono a diventare i luoghi dell’autorganizzazione di apparati, i cui interessi sono diversi da quelli di coloro che essa dovrebbe organizzare e rappresentare. Il secondo perché non costruisce apparati: è frammentario, fluido, tende per lunghi periodi a ridursi a singole voci e non dispone di altri mezzi per mantenere la memoria che la scrittura cartacea o virtuale. Il femminismo quindi ha avuto a disposizione solo piccoli e fragili canali e ha potuto sempre meno utilizzare quelli altrui per la semplice ragione che quei canali sono ostruiti o interrotti. Gli apparati politici e sindacali, riuscendo sempre meno a difendere contemporaneamente se stessi e il lavoro salariato, hanno fatto la scelta più ovvia. Lasciamo perdere con quanta lucidità e preveggenza.

Ostruzione o interruzione dei vecchi canali

Questi ragionamenti aprono la via ad altre domande. A che cosa si allude, quando si parla di ostruzione e interruzione? E che cosa più concretamente questo implica per le donne e la loro attività politica? Quando diciamo che non esiste più il movimento operaio non pensiamo che un colpo di bacchetta magica abbia fatto sparire un insieme di potenti forze materiali. Il proletariato industriale ancora esiste e si rafforza a livello globale; gli apparati burocratici di sindacati e partiti devono in qualche modo difendersi dal rischio concreto di diventare del tutto superflui; negli ex “stati operai burocraticamente degenerati” il capitalismo convive con i resti di una statizzazione che li rende non esattamente uguali ad altre economie di mercato e difficilmente definibili; persone disposte a giocarsi l’esistenza sulla speranza di relazioni umane meno autolesioniste e dementi, continuano a vagare alla ricerca di una leva con cui sollevare il mondo. La questione è che fenomeni di decomposizione e metamorfosi, ma anche di vera e propria scomparsa hanno disfatto l’insieme internamente conflittuale ma sinergico che nel Novecento aveva opposto resistenza alle dinamiche distruttive del capitalismo. Le logiche con cui l’insieme si è decomposto spiegano le differenze di situazione e di congiuntura; non dappertutto c’è solo terra bruciata e nuove superfici di contatto hanno continuato a esistere anche in anni non lontani. Si pensi per esempio all’uso fatto dalla CGIL e dal PD della disponibilità di donne politicamente attive su qualcosa che le chiami in causa “in quanto donne”, per esempio con le esperienze di Usciamo dal Silenzio e Se non ora quando. In entrambi i casi la credibilità residua del sindacato è valsa a accendere una miccia, immediatamente spenta dagli apparati stessi che l’avevano accesa, con tecniche di uso prima e di neutralizzazione poi, in cui sono diventati maestri. E che per altro rappresentano la principale abilità acquisita nell’esercizio del proprio mestiere. A proposito della distanza tra femminismo e donne vale la pena di fare un’altra osservazione. La ricostituzione di canali politici attraverso i quali le resistenze del corpo sociale possono ricongiungersi con un progetto di alternativa, in sé non garantisce uno spazio adeguato per il femminismo. Si veda per esempio il governo senza donne di Syriza, attento a presenze femminili altrove, ma che non ha sentito il bisogno di salvare almeno la forma, inserendo una donna e una sola nel punto più alto della responsabilità politica. Bisogna che un femminismo in qualche modo si annidi di nuovo in quei canali e ricominci a esercitare la sua critica.

Le dee dell’Olimpo non bastano

La ragione per cui sono stati fondamentali i canali organizzativi del movimento operaio del Novecento ha bisogno di poche spiegazioni. Altri canali sono esistiti ed esistono e continuano ad esservi un po’ dappertutto brecce e spiragli. Per esempio nelle accademie, dove gli studi di genere hanno aperto la strada a numerose carriere femminili e prodotto opere talvolta utili e pregevoli, più spesso ripetitive e formali. Per esempio nelle istituzioni del neo-liberismo, dove una lobby femminista esercita pressioni per la propria porzione di torta. Per esempio in ceti politici e apparati, in cui la presenza femminile può rappresentare quel segnale di novità, di cui una politica universalmente detestata ha assoluto bisogno. Il “rottamatore” oggi al governo in Italia può continuare la politica degli ultimi venti anni anche perché con uno spostamento ha utilizzato come simboli dell’innovazione il proprio corpo giovane e i corpi femminili delle proprie collaboratrici. Questi canali tuttavia esistono e restano ancora parzialmente aperti, perché è esistita l’onda che ha cominciato a sollevarsi alla metà degli anni Sessanta e ha continuato a fluire e a diffondersi nei decenni successivi. In tempi diversi da quelli della politica, alla fine anch’essi tendono ad ostruirsi o a chiudersi. La verità è che le eccezioni non hanno mai cambiato la regola. La solita solfa sulle “religioni monoteiste” deve rimuovere il particolare che il cristianesimo delle origini, monoteista ancora senza compromessi, rappresentò per le donne uno spazio ben più agibile di quello della religione pagana. L’esistenza di dee dell’Olimpo non migliorava la vita di merda, a cui in Grecia e a Roma erano condannate le donne di ogni condizione sociale. Così come non cambiò l’esistenza delle donne inglesi per il solo fatto che, tra il 1558 e il 1603, il trono fosse occupato da una regina come pochi altri sovrani intelligente ed energica. Le élites, se restano tali e non diventano portatrici di pensieri e di pratiche utili alla grande maggioranza delle donne, alla fine non sono capaci nemmeno di difendere gli spazi in cui si prendono cura dei propri privilegi. Oggi la grande maggioranza delle donne appartiene all’area amplissima del proletariato, con la crisi dell’ex-ceto medio condannato alla precarietà, allo sfruttamento e non di rado alla miseria. E in un modo o nell’altro tutte le donne, o quasi, vivono la duplice crisi del capitalismo e delle alternative al capitalismo.

Il presente è illuminato dal passato

Torniamo al sospetto. Un sospetto in sé non genera risposte ma solo domande, fondamentali però per cominciare. Di una risposta invece non si può fare a meno e riguarda la direzione in cui muoversi per i passi successivi al dubbio metodico. Si tratta per il femminismo della stessa direzione che vale per l’insieme dei conflitti sociali, quella cioè verso i luoghi in cui si manifestano le resistenze alla duplice crisi. In quei luoghi l’eredità del femminismo vive in forme specifiche e apparentemente paradossali. Ha prodotto mutamenti culturali che portano le donne a essere spesso le più attive; non agisce come pensiero vivo che aiuti davvero a interpretare il presente. Comportamenti di tipo femminista continuano a manifestarsi motu proprio nelle aree in cui ci sono donne in movimento, ma la carenza di rapporti con una storia di pratiche e pensieri crea il rischio di dover ricominciare sempre daccapo. Questo era già accaduto con la seconda ondata, che dalla metà degli anni Sessanta del Novecento ha ripreso il filo di discorsi già fatti ma in gran parte non conosciuti, attardandosi a sbrogliare fili di una matassa già ripetutamente sbrogliati. Ma allora la smemoratezza era giustificata dopo mezzo secolo di assenza del femminismo dalla scena politica. Oggi la storia recente che abbiamo alle spalle rende ingiustificabile uno spreco di esperienze e di intelligenze che sarebbe comunque di grandi dimensioni. La ripresa di contatti è solo una delle due necessità complementari. L’altra è quella di un contemporaneo lavoro per parlare e scrivere con le parole nuove di un femminismo capace di aderire al presente. Questo compito non può essere banalizzato con la produzione delle ideuzze, formulette e metafore con cui talvolta si dilettano ambienti femministi nostrani. Il nuovo nasce prima di tutto dalla realtà materiale e proprio la mancanza di contatti con quella realtà ne rende più difficile la costruzione. Il nuovo emerge poi dalle inadempienze del vecchio, che bisogna perciò conoscere bene ed esplorare attentamente per individuare al suo interno le brecce e i passaggi. Del nuovo sono invariabilmente portatrici le giovani generazioni, ma non è detto che siano sempre capaci di dirlo. Basti pensare che anche la corrente che in Italia sembra nuova di zecca (il queer) ha una madre, che più o meno tra un paio d’anni, festeggerà il suo ottantesimo compleanno. L’appello alle parole nuove – che per il suo velleitarismo appare spesso un po’ ingenuo – può quindi valere solo come espressione della consapevolezza di un ritardo e nulla di più. Esiste invece qualcosa che può essere realisticamente fatta sul piano della teoria. Si può tentare di passare attraverso le ideologie per una esplorazione e verifica delle esigenze, dei desideri e dei problemi di cui sono state l’espressione. Non con l’illusione di potere così accedere a un femminismo de-ideologizzato perché ogni soggetto, che costruisca racconti e storie in funzione della propria liberazione, vi inserisce sentimenti che non possono avere come effetto un’analisi obiettiva della realtà obiettiva. Ammesso, ma assolutamente non concesso, che questa sia poi possibile. Tornare alle donne significa allora tentare di comprendere perché certi discorsi continuamente ritornano, da dove derivano differenze e conflitti, quali sono stati i rapporti con linguaggi e culture maschili, che cosa davvero fanno e pensano oggi le donne…. Significa insomma tentare di scrivere una storia delle storie che il femminismo ha raccontato alle donne in funzione della loro liberazione e con l’uso politico dei propri margini di libertà. Significa non dimenticare mai che il presente è illuminato dal passato.


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