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Per una storia delle storie del femminismo. 2 - [IFE Italia]
IFE Italia

Per una storia delle storie del femminismo. 2

di Lidia Cirillo
giovedì 26 febbraio 2015

Pubblichiamo con il consenso dell’autrice il secondo articolo della serie.

Fonte: www.communianet.it

Una precisazione che avrebbe dovuto essere la premessa al primo articolo della serie. Questo articolo, il precedente e i successivi vogliono essere il canovaccio del sesto dei Quaderni Viola della nuova serie, da cui il “per” del titolo “Per una storia delle storie del femminismo”. In quel numero sarà cura delle redattrici garantire (come sempre) tutta la documentazione e tutte le citazioni necessarie e un’articolazione dei temi a cui nel canovaccio solo si accenna. La proposta vuole anche sollecitare commenti, critiche e suggerimenti alcuni dei quali sono già arrivati e altri sono attesi.

Quasi tutti i femminismi esistenti ed esistiti sono stati attraversati nel corso della loro storia da una domanda esplicita o implicita. Le ragioni per cui l’interrogativo “Che cosa è una donna?” continuamente ritorna non sono proprio semplici. Si può tuttavia provare a spiegarle con semplicità sotto la forma di racconto, accettando il rischio di una banalizzazione estrema e proponendosi di introdurvi con un prossimo articolo un pochino di autentica teoria.

Rapporti di dominio e identità

Nei rapporti di dominio, persuasione e violenza convivono, ma il loro dosaggio è decisamente variabile, secondo i soggetti e le circostanze. Un esercito vincitore può annientare un popolo, cacciandolo da un territorio conteso, seminando sale nei solchi dei suoi campi, riducendolo in schiavitù, disperdendolo o massacrandolo. E’ evidente che in questo caso è la violenza ad avere la parte maggiore e l’ideologia servirà come negazione o al massimo giustificazione agli occhi di terzi in assenza ormai del vinto. Una classe dominante può prendere a cannonate la ribellione di una classe subalterna, ma non può liberarsi del suo effettivo o potenziale nemico perché per esistere ha bisogno di appropriarsi di una parte del suo lavoro. In questo secondo caso si manifesterà l’esigenza di coinvolgerla nei valori e nella visione della realtà dominanti. Per le donne le modalità della sottomissione sono state costruite con un dosaggio ancora diverso. E non perché non sia stata usata la violenza, che al contrario è uno dei fenomeni non eliminati dalle dinamiche emancipative del Novecento. Anche se la violenza diretta sembra relegata oggi nell’ambito dei fenomeni criminali. La questione è che nel caso delle donne la persuasione – chiamiamola così per il momento per intenderci – ha uno spessore senza uguali nella storia dei rapporti di dominio. Le donne garantiscono la riproduzione, allevano i figli maschi degli uomini, dormono nel loro letto, preparano il loro cibo, si prendono cura dei padri, dei mariti e dei figli. Sarebbe poco credibile l’idea che tutto questo sia stato possibile con una prevalenza di minacce a esseri sottomessi e perciò anche schiumanti di rabbia. Insomma gli uomini avevano bisogno non solo di essere assecondati ma anche di essere amati e di potersi fidare e affidare. Dovevano impossessarsi dell’anima stessa delle donne e plasmarne l’identità, fino al punto di ottenere che si sviluppasse nelle loro compagne l’attitudine masochista, rilevata dagli esperimenti clinici di Freud. L’identità femminile è stata costruita nel tempo attraverso le religioni, le istituzioni, le scienze, le tradizioni orali che costituiscono il senso comune. Ed è stata trasmessa alle nuove generazioni attraverso la catena che legava le madri alle figlie, a cui insegnava che cosa fosse una donna, che cosa potesse o non potesse fare, quali dovessero essere i suoi compiti, comportamenti e doveri. Il femminismo quindi si imbatte dalla sua nascita in un fantasma che combatterà con armi diverse, secondo le esigenze delle donne di cui è l’espressione e i linguaggi degli uomini su cui sceglie di esercitare le pressioni e di cui ha occupato gli spazi. Il fantasma è la Donna cioè l’insieme degli stereotipi, delle norme e dei divieti che hanno costretto le donne reali a vivere in funzione degli uomini e a immaginare di non poter esistere senza una complementarità necessariamente subalterna. Una serie di studi femministi lontani e recenti hanno mostrato come le presunte caratteristiche comuni delle donne non solo corrispondono a interessi maschili, ma variano con il variare degli interessi e delle culture.

La Donna e le strategie di sopravvivenza delle donne

La guerra femminista alla Donna è stata combattuta su due terreni paralleli per logica astratta, ma che nella realtà si sono sovrapposti e confusi. La strategia dell’uso alternativo della Donna è consistita nel mettere sul tavolo della trattativa con un ambiente a dominanza maschile la sua parte più attraente, vale a dire le sue immagini più capaci di fare breccia e convincere. Quella della Madre per esempio, l’unica figura di prestigio di cui in qualsiasi società le donne abbiano potuto usufruire. La lotta delle donne per l’accesso alla sfera pubblica è stata poi sostenuta a suo tempo dall’argomento che la propensione alla cura, l’attitudine pacifica, la capacità relazionale ecc. esercitate tradizionalmente dalle donne nel privato avrebbero potuto essere esercitate proficuamente per la società intera e quindi anche per gli uomini. L’espediente avrebbe dovuto avere anche la funzione di antidoto all’inquietudine per la comparsa nei primi anni del XX secolo di un tipo di donna emancipata che appariva agli occhi dei suoi contemporanei troppo simile agli uomini. Questo modo di utilizzare la Donna ha il limite di rafforzare inevitabilmente la norma. Le vere donne sono pacifiche, relazionali e con attitudine alla cura e se non lo sono è perché subiscono i cattivi esempi maschili, sono invidiose del fallo o suggestionate dal femminismo dell’uguaglianza (nel senso errato di somiglianza, identificazione). Non per caso gli strumenti culturali di cui queste idee si servono sono reperibili nella parte più moderata della rivoluzione borghese, al cui fianco il femminismo comincia a elaborare i propri discorsi. Si trovano cioè nel cristianesimo democratico, ma segnano anche un mutamento di tattica della Chiesa cattolica, che passa da un sessismo non di rado misogino all’elogio della dignità e delle virtù femminili. Virtù che ovviamente rappresentano anche norme al di là delle quali c’è solo il “disordine” dei comportamenti non conformi. La Donna però ha una personalità contraddittoria e polimorfa. Può essere anche Arpia vendicatrice, Strega che contende all’uomo il potere della conoscenza, Puttana perché sessualmente libera e Pazza perché non ubbidiente. Di queste figure è ragionevole pensare che interpretino lo stigma con la medesima logica di ogni altro rapporto di potere. Vale a dire demonizzando prima di tutto ciò che lo rimette in discussione. Nelle immagini negative quindi, assai più che in quelle elogiative, sono reperibili tracce degli atteggiamenti che significano il rifiuto della norma e il conflitto. Negli anni Settanta del secolo scorso l’evocazione della Strega servì come segnale di rivolta per giovani donne di ambienti di quell’opposizione radicale che si chiamò “sinistra rivoluzionaria”. Ma anche questi aspetti della Donna non hanno superato la prova. Il loro principale limite è che sono in ultima analisi funzionali all’insieme. Non è fondata infatti l’idea che la Puttana interpreti la trasgressione, quando al contrario è solo l’elemento di una triade, di cui gli altri due sono la Vergine e la Madre. Quanto alle figure dell’Arpia e della Strega, non riflettono tanto ciò che le donne desiderano e possono, quanto le paure degli uomini e i loro sensi di colpa, maturati nelle età e nei contesti di patriarcato assoluto. Per queste ragioni e per altre la maggioranza delle donne non regge il peso di un’identificazione che non corrisponde ai suoi bisogni e desideri. Quando si cerca allora di uscire da ambienti giovanili caratterizzati da un’estetizzazione della trasgressione e della rivolta per interloquire con il resto della società, le immagini riacquistano il significato che gli attribuisce il senso comune e con cui per altro sono state costruite. La prova è che le stesse donne che hanno cominciato ad agire “in quanto donne” travestite da streghe, con il cambiamento del contesto politico e la fine dell’età dei giochi, hanno assunto le pose pacifiche, relazionali e dedite alla cura, puntando sulla carta più sicura della maternità biologica e simbolica.

Come uccidere la Donna e vivere felici

Gli inconvenienti dell’uso alternativo della Donna hanno convinto un altro femminismo che meglio sarebbe stato liberarsene una volta per tutte, essendo la signora nulla di più che un’accozzaglia di stereotipi normativi o stigmatizzanti. Per questa seconda operazione sono stati adoperati gli strumenti di altri ambienti maschili, per esempio quello del liberalismo rivoluzionario che rifiutava le appartenenze in nome della libertà dell’individuo. “Non è mai esistito, né mai esisterà in futuro, nessun mortale che sia uguale all’anima che è appena stata gettata nel mare della vita”, scrive Elizabeth Cady Stanton. La Donna sarà poi disfatta anche con altri linguaggi, filosofie e saperi. Per esempio con l’esistenzialismo che a suo modo recupera l’individuo e la sua angosciante possibilità di scelta. Per esempio con le correnti della psichiatria impegnate, dopo la seconda guerra mondiale, a liberare la cultura dagli essenzialismi che avevano giustificato il razzismo, il sessismo e l’omofobia. Oppure con le tecniche di decostruzione e con l’uso del gender e del queer, di cui si dirà qualcosa di più in altri articoli. Questo atteggiamento nei confronti della Donna ha consentito efficaci contestazioni di ogni rivendicazione femminile di alterità. Rimandarla alle mittenti non significa adottare l’ossessione del femminismo politico francese per cui ogni diversità viene attribuita al dominio maschile. Come se il solo ammetterne l’esistenza fosse in sé un atto di sessismo. La questione riguarda l’utilità e la sensatezza dell’uso della differenza come paradigma politico. Ogni volta che si fa appello a qualcosa in cui tutte le donne differiscono da tutti gli uomini necessariamente si imboccano sentieri che riconducono al punto di partenza. Si può per esempio tornare a forme di biologizzazione, che non passano necessariamente per la biologia, cioè per l’indagine sulla diversità dei cervelli o sugli effetti degli ormoni. Negli ultimi decenni è stato piuttosto un certo uso della psicoanalisi, con i suoi riferimenti ai fantasmi legati alla morfologia del sesso e al ruolo nella riproduzione, a evocare indirettamente ma obbligatoriamente la biologia. Quando non biologizza, l’uso della differenza riconduce di nuovo le donne tra le braccia della Donna. Anche della differenza va infatti messa alla prova la capacità di farsi intendere dai milioni di persone, che ogni rivoluzione culturale deve necessariamente coinvolgere. Se ci si appella all’irriducibile diversità femminile, il richiamo immediatamente rimanda alla maternità, alla cura, alla natura pacifica e al resto di cui si è già detto. E non può essere diversamente poiché non si può dire che le donne volino o che abbiano costruito qualche grande civiltà distrutta poi dagli uomini. Malgrado il fascino e la complessità di alcune teorizzazioni, sul piano politico la differenza non ha prodotto nulla di particolarmente nuovo e utile per le donne, se non per gruppi ristretti e specifici di donne. Ne è la prova un testo recente di donne di Sel o vicine a Sel, che torna sul tema della cura e in cui è evidente la preoccupazione di schivare le ovvie obiezioni. Si critica per esempio la “torsione” del termine cura, identificato con la dedizione femminile, ma non si vede in che cosa altro (nel contesto dato) si possa identificare. Quando un testo firmato da femministe ha come unico marcatore di femminismo la “cura” e come punto di riferimento ancora rivendicato la differenza, i casi sono due. O il riferimento alla differenza non significa nulla, non esiste cioè alcun legame tra “differenza femminile” e “cura” oppure siamo di nuovo nel territorio della Donna. In realtà in Italia il riferimento alla differenza ha finito col non significare quasi nulla. Dopo una prima fase di essenzialismo, biologizzazione, ripetizione di stereotipi e idealizzazione della miseria, il femminismo che la aveva eletto a proprio paradigma ha compreso la critica e ha evitato di porgerle il fianco. In nome della differenza quindi è stato detto tutto e il contrario di tutto. Cose giuste che possono essere dette a prescindere dalla differenza e cose sbagliate di cui non è responsabile la differenza. Spesso il termine viene ormai usato in sostituzione di altri, come sinonimo di femminismo o di un certo femminismo. La questione non è solo di stereotipi. Che le donne abbiano una naturale propensione alla cura è certo un interessato stereotipo, ma che siano soprattutto loro a farsene carico è la pura e semplice verità. L’inconveniente in questo caso è l’idealizzazione di uno stato di cose. Si crede o si finge di credere che le donne siano capaci di prendersi meglio cura del mondo grazie alla loro tradizionale funzione nel privato. Si dimentica prima di tutto di dire che si tratta di due piani del tutto diversi che richiedono virtù e vizi diversi. In secondo luogo che per prendersi cura del mondo (in maniera meno enfatica, per fare politica) la condizione sine qua non è smettere o ridurre drasticamente i compiti di cura nella vita privata.

Gli stereotipi che aiutano e quelli che uccidono

Ma che cosa pensare degli stereotipi? Sono utili o dannosi? Inevitabili o da evitare? Di loro si può davvero fare un uso alternativo o vanno rifiutati con sdegno? In una lettera pubblicata dal quotidiano Il Manifesto il 31-03-2014 Luisa Muraro critica il progetto di due associazioni, concludendo così il suo ragionamento: “Dare la caccia agli stereotipi sessisti, razziali o altro che si formano nell’infanzia è sbagliato – scrive Muraro – sesso e genere ci costituiscono in quello che siamo, stereotipi compresi che si possono sciogliere come nodi, ma non contrastare. Chi avesse questa pretesa metterà al loro posto le sue pensate e le sue servitù”. Ora, il discorso è in parte giusto. E’ vero che gli stereotipi ci costituiscono, come dimostra sia la strategia di sopravvivenza dell’uso alternativo della Donna, sia la difficoltà di liberarsene una volta per tutte. E’ falso invece che non vadano contrastati. Gli stereotipi non sono tutti uguali ci sono quelli che vanno utilizzati, quelli che saranno sciolti nel tempo e quelli che vanno combattuti in un conflitto che può anche essere per la vita e per la morte. Come diavolo si fa a dimenticare quale sia stato l’effetto ultimo degli stereotipi che hanno costituito l’identità ebraica nel mondo cristiano? Le donne poi hanno fatto uso tattico di tutti e tre gli espedienti: se ne sono servite per dirsi ora angeli ora streghe, li hanno sciolti con grande pazienza e li hanno contrastati con efficace sdegno.

Un’affascinante ipotesi epistemologica e una misera proposta politica

Tra le ragioni che hanno consentito al cosiddetto femminismo della differenza di avere in passato tanto spazio nel nostro paese, ce n’è una che non vale solo per l’Italia. Al di là delle sue stranezze e inadeguatezze, l’attenzione al tema della differenza ha prodotto un’affascinante ipotesi epistemologica. L’ipotesi si basa sull’idea che la morfologia del sesso, i desideri, la relazione con i genitori e il ruolo nella riproduzione influenzino anche il nostro modo di pensare. Ma che, avendo avuto gli uomini per millenni il monopolio della tradizione simbolica, il corpo femminile sia restato muto. Le donne non hanno accesso al simbolico dice Lacan e nella più suggestiva delle sue opere (Speculum) Luce Irigaray conferma. Più tardi tenterà di dargli finalmente la parola con qualche esperimento, su cui sono state già espresse numerose riserve. Il problema è che si tratta di un’ipotesi assai vaga ed incerta. Le teorie che consentono di formulare l’ipotesi che il corpo femminile contenga un sapere inespresso, che può cambiare la cultura e la società, sono difficilmente maneggiabili. E soprattutto contengono al proprio interno meccanismi che rendono impossibile sperare che quel corpo possa cominciare a parlare. Se infatti per decine di migliaia di anni ha parlato solo il corpo maschile, non si vede come le donne possano bucare la crosta della stratificazione dei significanti maschili per far emergere il loro linguaggio. L’ipotesi per il suo fascino e la sua vaghezza può anche essere lasciata aperta, ma guai a farne un uso politico. Quando Irigaray a suo tempo ci provò, diede più o meno questo tipo di giudizi, reperibili in un ciclo di conferenze pubblicate con il titolo “Il tempo della differenza”. Accusò il femminismo (femminismo tout court e non questo o quello) di confondere le idee alle donne, distogliendole dai loro doveri riproduttivi. Affermò poi (bontà sua) di essere favorevole ai diritti delle donne purché legati allo statuto di Vergine e di Madre, che avrebbe consentito un’emancipazione senza oblio della femminilità. Non dovrebbero essere necessari commenti.

L’intempestivo funerale della Donna

Uccidere la Donna è quindi per il femminismo la soluzione? Per diverse ragioni la risposta deve essere negativa. Il rifiuto senza se e senza ma della Donna è stata di gran lunga la strategia di sopravvivenza con la maggiore carica liberatrice, ma questo non significa che sia davvero la soluzione. Prima di tutto liquidarla nella teoria non significa cancellarla dal mondo reale. Quando dai racconti dei circoli culturali femminili e dal femminismo accademico si passa appunto ai milioni di donne, si capisce che non basta sopprimere la Donna nei discorsi e nelle teorie. In qualche modo infatti essa continua a vivere, sia pure con volti diversi dal passato. I condizionamenti sociali e culturali non si cancellano con un colpo di spugna, anche perché determinano esperienze e condizioni di esistenza che rendono vero ciò che in teoria sarebbe falso. Si può dire che non è vero che le donne abbiano un’innata propensione alla cura, ma non si può negare che, avendone avuto così a lungo l’esclusiva, siano state costrette per sopravvivere a fare di necessità virtù. Tornare alle donne vuol dire anche in una certa misura tornare alla Donna, imparare cioè a interloquire con Lei, applicando la decostruzione nel suo significato autentico di smontare un discorso dall’interno, accettandone quindi all’inizio la logica e il linguaggio. Ma non si tratta solo di questo. Si tratta anche di prendere atto che nella Donna c’è qualcosa che resiste alla decostruzione, una specie di nocciolo duro che proprio questo femminismo riesce meno dell’altro a gestire. Del resto l’idea che la Donna sia per intero una costruzione della dominazione maschile apre la porta a un’angosciante conclusione. Se davvero della Donna non c’è nulla delle donne bisogna credere che davvero esse siano state per millenni del tutto determinate e mute. E chiedersi dunque da dove possano aver attinto il margine di libertà necessario a dare il via alla ribellione e a vincere tante battaglie. C’è infine un inconveniente più immediatamente politico. Il puro e semplice rifiuto della Donna rende problematico elaborare il “noi” che consente al femminismo di esistere. Che cosa hanno in comune le donne che autorizzi l’esistenza di un soggetto fondato sulla comune proprietà di una vagina e di un utero? La comune oppressione, risponderanno in molte. Il problema è che anche l’oppressione rischia di diventare un’identità e che, in quanto identità, risulta sempre più spesso sgradita e non in sintonia con l’esperienza di quei milioni di donne con cui bisognerebbe proporsi di parlare.

De te fabula narratur

La vicenda sommariamente narrata consente di giungere ad alcune conclusioni forse utili a intravedere qualcosa della relazione tra femminismo e donne. A. Se davvero si tratta di strategie di sopravvivenza le figure della femminilità non sono necessariamente spiegabili con i giudizi di valore di giusto o sbagliato. Esse corrispondono a bisogni diversi di donne diverse in congiunture e contesti diversi. Se si ricostruisce la storia delle storie del femminismo, si vede come talvolta sono le stesse persone a sostenere una tesi e quella opposta. E non perché le donne siano per natura contraddittorie come negli stereotipi sessisti o nelle tattiche di uso alternativo della Donna. Semplicemente perché nel tipo di conflitto aperto dal femminismo i problemi delle alleanze e delle tattiche sono stati ipertrofici per l’impossibilità di pensare e attuare (ma anche di volere) uno scontro frontale. Si può realisticamente pensare che le donne continueranno a usare nei loro conflitti ora un’immagine della Donna ora l’altra o semplicemente a rimandarla al mittente. L’importante è adottare un’attitudine laica e soprattutto comprendere che i problemi più importanti riguardano sempre meno l’identità, sulle cui secche il femminismo italiano sembra essersi arenato.

B. Se è vero che le tattiche del femminismo sono tutte a loro modo legittime come espressione di specifiche esigenze di donne, questo non significa che siano tutte equivalenti. Ci sono esigenze che riguardano solo piccoli gruppi femminili e che si consumano in un ambiente circoscritto. Oppure che si costituiscono contro altre donne o addirittura contro la maggioranza delle donne. Dei milioni appunto, i cui cambiamenti cambiano davvero i rapporti sociali. Si è già accennato a proposito delle alleanze come gli spazi aperti dal movimento operaio del XX secolo siano stati quelli in cui il femminismo europeo è rinato a partire dalla metà degli anni Sessanta. E come e perché quei canali ne hanno consentito la diffusione, dandogli la possibilità di uscire dal margine a cui è spesso condannato. Con il venir meno delle spinte dal basso e per i processi di decomposizione e metamorfosi del movimento operaio del Novecento, altri canali hanno continuato a offrire spiragli. Nelle istituzioni del neo-liberismo, nelle accademie e negli apparati di sindacati e partiti gruppi di donne hanno agito esclusivamente per se stesse e non di rado contro gli interessi delle altre. La stessa cosa vale per le strategie di sopravvivenza che si sono mosse intorno alla questione dell’identità per occupare una delle figure della Donna o per negarle tutte. Un solo esempio. Nella rozzezza con cui alcune tesi psicoanalitiche sono state calate nella politica senza tutte le necessarie e molteplici mediazioni è evidente quello che una psicoanalista francese chiama imperialismo della psicoanalisi, cioè la pretesa che essa sia in grado di spiegare la fava e la rava. Sono in questo caso evidenti gli interessi di accademiche a cui si dovrebbe ricordare che per il sutor non è saggio andare ultra crepidam. Vale a dire che la competenza del calzolaio si limita a ciò che riguarda le scarpe.

C. Questi discorsi hanno un senso in una storia delle storie, cioè come preoccupazioni che almeno in parte appartengono al passato. Non solo nel cosiddetto mondo occidentale, anche se non dappertutto, le donne si percepiscono come libere e capaci di concorrere alla lotta per la vita. Il rischio magari è che sopravvalutino le libertà conquistate e non vedano le minacce alla loro esistenza come persone e come donne che si manifestano in ciò che avviene sul piano geopolitico, economico e culturale. Non è un caso che la discussione sull’identità si sia trasferita altrove, nell’ambito cioè dell’attivizzazione politica lesbica, gay e trans dove l’oppressione identitaria mantiene ancora un notevole spessore. Bisognerebbe ora chiedersi perché un settore di giovani femministe si sia identificato con quel tipo di problemi, adottando i paradigmi e le figure del queer.


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