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Per una storia delle storie del femminismo. 3 - [IFE Italia]
IFE Italia

Per una storia delle storie del femminismo. 3

di Lidia Cirillo
lunedì 9 marzo 2015

Terza puntata.

Pubblichiamo il terzo articolo della serie con l’assenso dell’autrice

http://www.communianet.org/gender/

I discorsi femministi sulla Donna approderanno negli anni Ottanta alla tematica del genere o gender, come preferibilmente si designa l’argomento, per indicarne l’origine nordamericana. In questo periodo l’onda lunga del movimento femminista e l’ingresso di un numero maggiore di donne nelle accademie produce una vera e propria ristrutturazione della teoria. Espressione dei progressi del pensiero femminista è anche il fatto che esso comincia a interrogarsi su se stesso, sulle proprie contraddizioni e diversità e sui loro presupposti materiali e culturali. Si parlerà poi di femminismo delle docenti universitarie, come negli anni Sessanta e prima del ’68 si era parlato di marxismo dei professori universitari, per indicare lo spostamento della rivoluzione dalle masse e dalla politica ai saggi e ai dibattiti accademici. I risvolti del fenomeno, come spesso accade, sono contraddittori. E’ stata criticata la “deriva accademica” del femminismo ma, altrettanto fondatamente è stato rilevato quanto il pensiero femminista si sia irrobustito negli ultimi decenni. Non che fossero mancate prima intellettuali di notevole valore, come per esempio Virginia Woolf e Simone de Beauvoir, ma l’una e l’altra erano scrittrici sia pure in camere con vista sulla filosofia del loro tempo. La propensione di entrambe al racconto nulla toglie all’importanza delle loro intuizioni, anzi in una certa misura le spiega. In modo particolare Simone de Beauvoir con la famosa frase “Donne non si nasce, si diventa” anticipa il gender e la sua versione più radicale del queer. Le preoccupazioni non mutano e il fantasma della Donna in cui ci si identifica e da cui ci si de-identifica alternativamente è sempre presente, solo che adesso il corpo a corpo con il maschile si fa meno impari.

Genere e queer in un’assemblea di vescovi francesi

Una parentesi per chi credesse che le avventure della Donna e le teorie sul gender e sul queer siano solo divertenti giochi del pensiero politicamente di scarsa utilità. C’è qualcuno nel mondo attentissimo a tutto ciò che accade su quel versante, che segue i dibattiti, si informa, entra nel merito e prende le parti di un femminismo contro l’altro. Il “qualcuno” è la burocrazia cattolica, l’istituzione con l’esperienza più lunga di gestione del potere nella storia dell’umanità. La Chiesa quindi si prepara al conflitto da sua pari, con acuto senso di ciò che le serve per configgere. Non trascura quindi la teoria e si fa prima di tutto istruire sulle tesi dei suoi avversari, il gender e il queer appunto, attraverso vere e proprie lezioni. La relazione fatta una decina di anni fa all’Assemblea plenaria dei vescovi francesi da un addetto ai lavori (lo psicoanalista Arenès) spiega agli anziani gerarchi che cosa è il gender e che cosa è il queer. Dal momento che il relatore parla un linguaggio più semplice di quello delle teoriche femministe, che negli ultimi decenni hanno contribuito a rendere la teoria un mistero glorioso, per orientarsi si può partire dalla sua esposizione. Tanto più che l’uso interno limita l’interesse alle deformazioni e la competenza del relatore riduce il margine dei fraintendimenti. L’obiettivo del gender nel femminismo – spiega Arenès – è quello di costruire uno scudo teorico contro il determinismo biologico e la naturalizzazione dei fenomeni culturali, di rendere evidenti le numerosissime specificità di origine culturale e soprattutto di stanare le gerarchie nascoste dietro le differenze. Fin qui M. Arenès sembra condividere e il suo assenso spiega le ragioni per cui questa interpretazione del genere verrà rapidamente respinta dagli ambiti femministi e LGBT. In questa versione il genere sarebbe soltanto la parte sociale delle differenze biologiche tra maschi e femmine, identificati attraverso i loro organi genitali e il loro ruolo nella riproduzione. La sessualità non etero sarebbe solo un accidente al margine dei due sessi, a prescindere da ogni giudizio etico ed estetico nel merito. Proprio per questo limite nei discorsi dei movimenti i generi in un secondo momento aumentano e si precisano. Al maschio e alla femmina eterosessuali si aggiungono le lesbiche, i gay, i trans e qualche altra voce che si leva a rivendicare la propria differenza. Questo non avviene – sia chiaro – solo nella teoria e nelle tenzoni accademiche. La separazione delle lesbiche dalle femministe sarà un capitolo non pacifico di separazioni organizzative e di conflitti politici. Ma anche la nuova fase del gender subisce presto un’usura. Il movimento della sessualità non conforme si spezzetta in differenze ciascuna normativa e rigida. La galera dell’identità diventa certo meno sgradevole, ma le porte restano comunque chiuse e talvolta viene soppressa perfino l’ora d’aria. I comportamenti e le teorie che li rappresentano conoscono perciò un’evoluzione, che lo psicoanalista dei vescovi spiega più o meno così. Col passare del tempo - spiega il relatore - il pensiero femminista ha conosciuto un’evoluzione verso un costruttivismo sempre più marcato. L’esigenza di non sottovalutare la dimensione sociale dell’identità sessuale è stata sostituita da una visione che riduce la dimensione simbolica della sessualità a puro gioco normativo. Per sostenere la tesi si passa attraverso un truismo metodologico, che sostituisce all’affermazione “tutto passa attraverso il linguaggio” con quella di significato ben diverso “tutto è linguaggio”. Questo gioco di prestigio riguarderebbe soprattutto il queer in cui Arenès vede una versione estrema del gender. La qualità delle critiche è nota: la queer theory non tiene conto della natura, che non viene negata ma ignorata in quanto non operativa; affermando che il sesso è performativo, fa scomparire con un gioco di prestigio le strutture astoriche della sessualità; utilizza l’eccezione (la figura della transessualità) per riformulare la regola; ecc. Questo tipo di critiche possono essere attribuite ai limiti di comprensione di chi parla e all’interesse dell’istituzione per cui parla a costruire le premesse ideologiche dei soliti discorsi sulla famiglia naturale. Altre invece sono più insidiose perché adottano la tattica di attaccare l’avversario sul suo lato più debole.

L’interesse a non comprendere

Vediamo prima di tutto ciò che i critici dei discorsi più radicali sul gender e sul queer hanno l’interesse a non comprendere. Prima di tutto che cosa significa che il sesso e sessualità sono performativi? L’atto linguistico performativo è il fenomeno per cui è la parola a produrre la cosa e non viceversa. Dire che il sesso è performativo significa allora dire che il genere precede il sesso e lo determina. L’affermazione, malgrado le apparenze non è assurda, può essere falsa naturalmente ma non è assurda. In sé significa che il sesso non esisterebbe come elemento di classificazione con le sue conseguenze sul piano dell’identità e delle relazioni sociali, se non esistesse il genere. E il genere è una costruzione del potere con le sue norme e la sua capacità di assoggettamento. Come si vede la Donna dei racconti pre-teorici ritorna come insieme di stereotipi, norme e stigmi. Si capirà meglio la questione con qualche accenno alla razza, che da qualche decennio torna a essere nominata senza timore, ma con il significato di ordine gerarchico naturalizzato. E’ il razzismo che ha creato non solo i discorsi razzisti su razze gerarchizzate secondo capacità intellettuali e morali, ma il concetto stesso di razza. Nell’interesse e a giustificazione delle imprese coloniali dell’Europa, che a partire dal XVI secolo hanno imposto agli esseri umani di altri continenti un trattamento intollerabile anche nei confronti di animali. Così come l’antigiudaismo ha creato l’ebreo e l’antisemitismo un’intera nazione a riprova che le parole possono creare le cose non meno di quanto le cose producano le parole. L’analogia, come tutte le analogie, ha i suoi limiti ma aiuta a comprendere il senso della nozione di performatività. Quanto all’interesse della burocrazia cattolica in funzione della quale Arenès parla, è la natura stessa dell’assemblea a renderlo evidente. In conclusione il relatore dà ai vescovi alcuni consigli: rompere con i modelli maschili, abbandonare l’opposizione tra destino biologico e libertà, comprendere che la critica dell’eterocentrismo ha la sua ragione nel machismo. Se i vescovi si sono ben guardati dal seguirli è perché la lotta politica e teorica al gender e al queer non serve solo a scongiurare il rischio che il rimescolamento delle carte dell’identità legittimi l’omo e la transessualità. Serve anche a mantenere ferma una differenza fondata sul corpo e assolutamente biologica, il cui discrimine è segnato dal pene ancora e tenacemente feticcio del fallo. La burocrazia cattolica è infatti l’unica struttura di potere nel mondo occidentale esplicitamente chiusa alle donne, quando perfino l’esercito e la mafia ne hanno introdotte alcune in gerarchie rigidamente maschili. E forse vale anche la pena di ricordare che la Chiesa cattolica francese va diligentemente alla scuola di una psicoanalisi compiacente, ma mobilita anche centinaia di migliaia di persone contro la legge del “matrimonio per tutti” voluta da Hollande e poi approvata nel maggio del 2013, dopo che dai sondaggi era risultato che i due terzi dei Francesi erano più infastiditi che convinti dalla mobilitazione cattolica. L’ultima delle grandi manifestazioni tra l’altro si concluse con scontri tra polizia e gruppi di estrema destra, a cui seguirono circa trecento fermi.

Foucault e il biopotere

Per comprendere quale sia il lato debole è necessario aprire una parentesi. La queer theory è debitrice di un filosofo francese omosessuale, docente al Collège de France e morto nel 1984. Michel Foucault ha esercitato la sua notevole intelligenza in una critica del potere e in un’analisi della sua capacità di determinare il modo di pensare, i comportamenti e la percezione di sé degli individui. E ha lanciato nel dibattito politico e teorico il concetto di biopotere, ripreso poi anche da intellettuali di formazione marxista che l’hanno accostato a quello marxista di sussunzione reale. Cioè a un tipo di assoggettamento che nel processo di produzione sottomette totalmente il lavoratore, privandolo di ogni autonomia nell’organizzazione del lavoro, di ogni possibilità di decidere e di creare. Il biopotere secondo Foucault condiziona la vita intera degli individui attraverso una rete di tecniche, il cui insieme chiama “dispositivi”. Insomma attraverso discorsi, norme, istituzioni, riti, ripetizioni ecc. un potere esterno impone agli individui ciò che devono essere e pensare e il soggetto ne è quindi il prodotto. Foucault si è occupato anche di sessualità, che considera l’esempio più significativo della capacità del biopotere di impossessarsi dei corpi come luogo privilegiato del suo esercizio. Non crede affatto che il problema sia la repressione, che la società borghese occulti e reprima la sessualità: proibizioni e regole sui comportamenti sessuali in nome della religione, della scienza o delle norme sociali l’hanno invece prodotta. I discorsi sul sesso si sono moltiplicati, la sessualità è stata enfatizzata, raccontata, analizzata fino al punto di costruire una vera e propria scienza. La sua logica di fondo è quella di differenziare e classificare per rispondere alla sua specifica esigenza di controllo. La libertà sembra qui essere la stessa concessa dal femminismo per cui “donne non si nasce”, vale a dire la disidentificazione. Donne e uomini esistono solo perché il potere li crea e liberarsi quindi è vivere la propria vita diversamente, non obbedendo agli imperativi dell’identificazione. Si può capire perché queste idee, qui banalizzate e ridotte ai minimi termini, a un certo punto della vicenda femminista sono diventate un punto di riferimento con tutti i cambiamenti necessari e le inevitabili diversità interne.

L’esigenza di dis-identificarsi e i suoi problemi

Le dinamiche politiche che hanno portato dagli essenzialismi alla disidentificazione sono abbastanza evidenti. Nella fase di riflusso dei movimenti di donne e quando il conflitto di classe vede la presenza attiva del lavoro salariato diventare sempre più debole, per alcuni anni le mobilitazioni delle persone omosessuali e trans rappresentano una delle rare occasioni di movimentazione della scena politica. Nella teoria esse escono allo scoperto, ri-analizzando i temi del sesso e della sessualità da posizioni più radicalmente critiche nei confronti dei discorsi dominanti. Inoltre le logiche identitarie hanno subito un forte processo di logoramento, mentre i cambiamenti del contesto politico inducono a mutare anche le strategie di sopravvivenza. L’ascesa di una destra razzista erode i margini di credibilità di ogni forma di essenzialismo e di ogni rivendicazione di alterità. Infine il separatismo conosce una crisi legata alla sua incapacità di toccare le donne, venuti meno i canali attraverso i quali il contatto con il resto del mondo femminile si era realizzato. In questo contesto la queer theory ristruttura i racconti di una parte del femminismo, che in Italia coinvolge soprattutto le giovani generazioni e l’area politica dell’antagonismo. Nelle sue versioni più diffuse il queer ripropone la carica di liberazione ma anche i limiti di ogni sommaria esecuzione della Donna o, per dirla in altra lingua, cancella il genere oltre il limite in cui è utile cancellarlo. Attinge da Foucault l’idea di un soggetto in realtà oggetto perché i suoi discorsi e la sua percezione di sé sono interamente determinati dal potere. A questo suggerimento si deve in gran parte la smaterializzazione perché si suppone che nel genere non vi sia nulla dell’essere umano in-generato in posizione subalterna. Inoltre Foucault è stato accostato al liberalismo radicale, al cui fianco sono nati i primi discorsi femministi e gli strumenti culturali che hanno consentito di disfare la Donna. Con il liberalismo radicale il filosofo francese condivide l’oppressione come categorizzazione, a cui si oppone la capacità dell’individuo di non crederle e di sottrarsi, di essere cioè non conforme. La conseguenza principale sul piano della politica delle donne è la difficoltà di pensare soggetti collettivi, capaci di agire anche in quanto donne. Bisogna chiedersi allora se esiste una possibilità di non rinunciare al genere senza cadere nella biologizzazione, nella ripetizione di stereotipi e nell’idealizzazione della miseria. Una parentesi a proposito della biologizzazione: che il corpo ci determini è una pura e semplice ovvietà. Un gatto è un gatto con comportamenti da gatto perché ha un corpo da gatto e questo vale per tutti gli esseri viventi. Solo che per gli esseri umani, per natura esseri di cultura, il passaggio dalla biologia al pensiero avviene attraverso una tale complessità e molteplicità di mediazioni che ogni volta che si prova a descriverlo si casca nelle peggiori delle semplificazioni. La psicoanalisi fornisce una possibilità di parlare di questo rapporto schivando il pericolo, anche senza evitarlo del tutto. Non è stato forse il padre della psicoanalisi a dire che la biologia è il destino? Ma al di là di ogni altra considerazione, è pur vero che essa consente di pensare un passaggio credibile. Le pulsioni che hanno origine nel corpo possono essere conosciute attraverso i contenuti delle fantasie inconsce, che diventano immagini e narrazioni e strutturano la vita psichica dell’individuo. Queste fantasie sono legate al desiderio, alla morfologia del sesso, al ruolo nella riproduzione, al rapporto con il genitore del proprio sesso e dell’altro e quindi creano in una certa misura persone diverse. Anche in questo caso però la complessità dei passaggi e il peso della costruzione sociale non consentono semplificazioni. Si può pensare allora che debba esserci un modo per non ignorare l’esistenza del corpo, senza tornare indietro nelle braccia della Donna. La tesi più credibile è di un’intellettuale italiana che ha insegnato a lungo negli Stati Uniti, Teresa de Lauretis e che lanciò il termine queer theory nel 1990 in un convegno sull’omosessualità. De Lauretis prova a rendere ragione di un soggetto costituito nello stesso tempo sia dalla significazione sociale sia dalla realtà materiale, utilizzando criticamente Foucault e Freud. Per quanto sia difficile elaborare un concetto di soggetto donna – dice de Lauretis – si tratta di una necessità vitale della teoria. Ma come farlo senza cadere nelle solite trappole logiche di sempre? Se infatti si priva la soggettività del genere, il femminismo perde la sua ragione di esistere. Se si definisce il soggetto in base al genere, articolando la soggettività femminile in uno spazio chiaramente distinto da quello della soggettività maschile, si viene catturate in una contrapposizione dicotomica governata da un discorso misogino. Come deve accadere, quando una domanda troppo a lungo non riesce a ricevere una risposta, a questo punto de Lauretis cambia la domanda. Non si tratta più di chiedersi “Che cosa è una donna?”, ma “Come si costruisce una donna?” La soggettività non è un dato dell’essere ma un’esperienza derivante da un’interazione tra mondo interno e mondo esterno, cioè dal continuo coinvolgimento del soggetto con le sue personali vicende e con le vicende del suo corpo nella dimensione sociale. La soggettività insomma è un cantiere di lavori sempre in corso. Il corpo viene così recuperato ma non è l’origine, la causa di cui il genere sia l’effetto. E non è nemmeno non-operativo come nelle ipotesi culturaliste. Non meraviglia quindi il fatto che proprio la studiosa che ha proposto alla discussione sul genere la queer theory, ne abbia poi criticato le sue versioni più diffuse. Obiettivo della polemica è il transgender, cioè la metamorfosi “subitanea, indolore e autogestita” in un essere al di là dei due generi (maschile e femminile), dei due sessi (maschio e femmina) e delle due forme ora considerate tradizionali di organizzazione sessuale (eterosessuale e omosessuale). Il transgender – commenta de Lauretis – cancella sesso e sessualità, ne evacua il peso specifico e gli effetti sulla soggettività. E’ una pura figura del discorso e ripropone la mitologia americana del self-made man.

De te fabula narratur

Anche per quel che riguarda gender e queer si possono dire cose, che non sono certo un punto fermo ma aiutano a orientarsi nella complicata storia delle storie del femminismo. A. Dagli anni Ottanta lo sforzo femminista di liberarsi della Donna si è dotato di nuovi strumenti, i quali però a loro volta si ispirano al femminismo assai più di quanto siano disposti ad ammettere. Molte idee degli intellettuali a cui il femminismo si riferisce sono legate a suggerimenti femminili con una logica simile a quella per cui la cultura popolare (formula criticatissima ma che ha invece una sua ragione di essere) ha fornito spunti, angoli di visuale e materiali di ogni tipo agli intellettuali di professione o vocazione. Il femminismo accademico, soprattutto ma non solo, ha poi rielaborato il loro lavoro spesso mettendoli in contraddizione con se stessi. B. Esiste quindi un’evidente continuità tra i discorsi elaborati tra la seconda metà del XIX e la prima del XX e quelli sulla differenza, sul gender e sul queer. La continuità nella logica delle teorie e dei discorsi testimonia il permanere di desideri, bisogni e aspettative delle donne, sia pure in contesti radicalmente mutati. In modo particolare sul versante della politica, che è quello poi che ci interessa, si riproduce il problema di tutti i soggetti di liberazione. Da una parte l’esigenza di agire collettivamente spinge alla costituzione di recinti e identità che consentano di poter opporre un “noi” a un “loro”; dall’altra questi recinti possono rappresentare trappole in cui è più difficile vivere che nello stesso mondo a cui ci si oppone. La verifica della loro natura comunque gerarchica e di potere, periodicamente rivaluta anarchismo e liberalismo più o meno radicale. La verifica di non poter fare a meno di quei recinti dopo un certo periodo li riabilita, ne crea la nostalgia e in altra forma finisce col riproporli. C. La versione più diffusa del queer sembra essere oggi in Italia quella criticata dalla sua madre accademica. Essa testimonia prima di tutto un blocco nella capacità di trasmissione delle vecchie generazioni. Questo blocco non ha a che fare con le modalità della comunicazione o, per meglio dire, non è tanto e soprattutto un problema di comunicazione ma della teoria stessa e dei problemi che non è riuscita a risolvere. Se ne parlerà nell’ultimo articolo, quello sulla costruzione di soggetti politici femminili. Per ora può essere utile annotare che l’effetto del blocco è una carenza di cultura e di senso di sé nelle giovani generazioni femminili. Si accetta cioè la dissoluzione del genere non perché lo si è superato, ma perché non è ancora nella coscienza come griglia di lettura delle relazioni sociali che interpella direttamente le donne. Le giovani donne soprattutto. Talvolta ci sono dietro anche furbesche operazioni di maschi eterosessuali che, dichiarandosi in astratto aperti a ogni esperienza sessuale e in nome del queer, ottengono lo dissoluzione di piccoli e fastidiosi nuclei di autonomia femminile che qua e là continuano incessantemente a formarsi. Le esperienze dei collettivi queer sono certo utili per risolvere problemi che oggi non è possibile risolvere in altro modo. Purché le donne non dimentichino che c’è anche dell’altro. Quello cioè contro cui ogni operazione di decostruzione è stata ogni volta costretta a fermarsi


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