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La denutrizione dell’immaginario - [IFE Italia]
IFE Italia

La denutrizione dell’immaginario

di Laura Ghianda
martedì 11 agosto 2015

Interessante articolo, ricco di spunti per la discussione ed il confronto.

Fonte: http://comune-info.net/2015/07/la-d...

L’Expo 2015, con il tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, lancia la sfida di come sfamare la popolazione mondiale, destinata a raggiungere quota 9 miliardi di individui entro la metà del XXI secolo, a partire da scelte politiche e dalla promozione di stili di vita sostenibili. Uno sguardo veloce sulla situazione attuale ci mostra un pianeta suddiviso tra chi muore per denutrizione e chi invece per “malattie del benessere”; tra chi non riesce ad accedere a sufficiente cibo per la sua stessa sopravvivenza e chi al contrario ne ha troppo. Secondo il World Food Programme, le attuali risorse del pianeta sarebbero in grado di soddisfare le esigenze alimentari dell’intera popolazione umana non solo sufficientemente ma persino abbondantemente. Ovvero, la Terra sarebbe ancora la fertile e ricca Madre colma di nutrimento per tutti, piuttosto che una rinsecchita tirchia matrigna. Le varie possibili risposte al dilemma vanno cercate a partire proprio dallo squilibrio attuale. L’analisi che qui si propone vuole indagare una direzione poco valutata quando non proprio trascurata: il valore del cibo nell’immaginario umano.

Il dominio del denaro

1,3 miliardi di tonnellate di cibo sprecato ogni anno ci danno la dimensione del problema. Ciò che definiamo “cibo” è una somma di “beni alimentari” che, in quanto appunto beni, sono soggetti alle medesime leggi economiche di ogni altro bene commerciabile. E come qualsiasi altro bene, vengono quindi considerati nel processo di produzione, distribuzione e consumo finale.

Il concetto di valore ha molte accezioni, ma tutto si sta riducendo al mero valore commerciale, quello quantificabile con somme di denaro, convertibile di valuta in valuta in un sistema globalizzato.

Cosa sta diventando il cibo nell’immaginario collettivo? La British Nutrition Foundation, nel 2013, ha presentato una ricerca effettuata sui bambini inglesi riguardante la conoscenza dei più comuni alimenti e la loro provenienza. I risultati (consultabili in rete) dipingono un mondo in cui le verdure crescono nelle buste dei surgelati, il formaggio si raccoglie sugli alberi e il latte proviene dallo scaffale del supermercato, per citare qualche esempio. La lontananza tra il consumatore finale e il mondo della produzione alimentare sembra trasformarsi in un abisso.

Questo è forse un altro paradosso del ricco Occidente: ai corpi sempre più sovralimentati corrisponde in rapporto inversamente proporzionale una drammatica denutrizione dell’immaginario legato al cibo, alla sua sostanza e al suo valore simbolico.

Il considerare i beni alimentari solamente in questa veste “cosificata”, non può che essere una forma mentis che rischia di ostacolare il raggiungimento dell’obiettivo di nutrire 9 miliardi di persone entro il 2050. L’attuale sistema di organizzazione dei processi di produzione alimentare è ben lontano dallo scopo di occuparsi filantropicamente di quello che è un bisogno fondamentale dell’umanità; siamo piuttosto in un macrosistema economico dove mezzi e fini sembrano essersi scambiati i compiti e il principale obiettivo degli attori in gioco è il perseguire i propri interessi commerciali. Nell’attuale cornice neoliberista, quello alimentare è solo uno dei tanti mercati possibili.

“Non sono io che cambierò le cose”

Quando si parla di risorse necessarie alla stessa sopravvivenza umana, l’asse dell’interesse del singolo, così come accentuato dal modello economico attuale, andrebbe spostato verso una dimensione che consideri anche il bene/interesse comunitario. Questo spostamento coinvolge necessariamente in modo attivo tanto il produttore-proponente del bene, quanto il consumatore finale: vanno discusse certamente le politiche di produzione, conservazione, distribuzione dei beni in questione, ma va discusso anche l’attuale diffuso approccio acritico al consumo.

In questa analisi, la responsabilità è suddivisa tra chi rappresenta la domanda e chi l’offerta: le azioni e le scelte di una massa di 7 miliardi di individui-consumatori non sono affatto ininfluenti. Il sentirsi “piccoli” dinanzi alla mole della popolazione mondiale ha un effetto deresponsabilizzante. “Non sono io che cambierò le cose”, “da solo non faccio la differenza”, “tanto lo fanno anche gli altri” sono frasi prodotte da sistemi di pensiero non più sostenibili. L’azione deresponsabilizzata del singolo è moltiplicata per una moltitudine di persone che adottano le medesime vedute. Quando per miliardi di persone rapportarsi al pane equivale al rapportarsi a un paio di occhiali da sole di tendenza, occorre fare un passo indietro e porci qualche questione.

Per interrompere l’attuale autopoiesi del sistema economico alimentare, ormai non più al servizio della collettività umana bensì del perpetuarsi nelle dinamiche sopradescritte, si auspica che le eventuali future scelte politiche “dall’alto” vengano affiancate a un massiccio nutrimento all’anoressico immaginario dei consumatori “dal basso”.

Terra

Nutrire l’immaginario sul cibo, significa riconsiderare la relazione tra l’umanità e l’entità che fornisce le materie prime del nutrimento: la Terra/terra, come pianeta e come suolo. Si può sintetizzare il rapporto Terra-umanità in tre tappe temporalmente consecutive: la Terra vista come Grande Madre di vita e di morte nelle concezioni che stanno alle radici delle civiltà umane, entità sentita come viva dall’immaginario delle nostre antenate e che rappresenta la sacra Totalità di cui è parte ogni cosa e ogni essere esistente o esistito; una Terra che in tempi più recenti è stata trasformata in “matrigna” i cui “capricci” dovevano essere dominati dalla presunta superiorità umana; fino a una Terra che oggi è stata ridotta a materia morta, agglomerato di potenziali risorse monetizzabili e sfruttabili a piacimento.

La rimozione della vitalità e sacralità della Terra dall’immaginario equivale alla rimozione della dimensione del valore dell’agire nella coscienza del singolo. Ha significato la censura di quel senso di “interdipendenza” che intercorre tra una madre che nutre e ciascuno dei suoi figli e figlie; ha portato alla perdita di un senso della vita come una grande tessitura ove l’entità Madre pone la trama, le creature tessono l’ordito, e ogni filo dipende da ed è in connessione con i fili delle altre creature.

La difficoltà, di cui sono conscia, nel chiedere l’attenzione rispetto a un tema come l’immaginario si deve probabilmente al passaggio dalle precedenti “culture della narrazione” all’attuale cultura ove il primato spetta alla razionalità, alla tecnica e al linguaggio scientifico. Perfettamente coerente con il quadro appena descritto, il linguaggio tecnicistico è quello più adatto alla “morte della materia”, in grado di produrre descrizioni (e percezioni) di mondi senz’anima.

Le “culture della narrazione” sono quelle che riconoscevano l’importanza delle storie e dei loro significati, e prestavano molto tempo e attenzione all’arte del narrare e del raccontare. Si teneva in gran conto l’importanza dell’immaginario come orientatore di pensieri, comportamenti, significati e azioni e lo si curava come un giardino fiorito. Il narrare aveva una spiccata funzione sociale. Ciò che accade oggi, è che lo spazio lasciato vuoto dalla magrezza dell’immaginario solo apparentemente è stato riempito dal linguaggio razionale. L’immaginario esiste ancora, ma viene nutrito dal cibo spazzatura offerto frettolosamente da media che seguono anch’essi le leggi del guadagno e del consumo, o lasciato al caso. Nella migliore ipotesi, spetta comunque alla singola persona trovare il proprio nutrimento e decidere come “tenerlo in vita”. Continua di fatto la sua funzione di orientatore di significati, pensieri, comportamenti. Ma questo non viene più ufficialmente riconosciuto, di conseguenza non viene curato nella sua portata sociale.

Assistiamo così a una massa di individui che sembrano spesso perduti nel loro proprio piccolo mondo, volando come api impazzite senza alveare che non sanno più quale è la ragione del loro raccogliere nettare.

Una volta smarrito il senso di appartenenza a una collettività, il passo è breve perché si smarrisca anche la consapevolezza delle conseguenze delle proprie scelte oltre la propria personale sfera. Rimane una sensazione di profonda perdita di identità che rischia di alimentare quelle derive fanatiche ove ciò che si rivendica di essere è definito per “differenza dall’altro da sé”. Quando si lasciano agire queste illusioni identitarie, “l’altro” è sovente spersonalizzato, disumanizzato, considerato “meno meritevole”. Un “altro” che può anche essere fisicamente vicino, ma già investito dei panni del “nemico”, con il quale rivaleggiare su ogni fronte.

Collaborare

Stiamo diventando una popolazione di miliardi di singoli che creano il loro proprio mondo con indifferenza o in competizione con altri singoli. Una competizione che è anche nell’economia delle risorse alimentari, dove a vincere non è la Dichiarazione dei Diritti Umani, ma l’interesse più forte. Eppure … Considerando le strategie di protezione dai pericoli esterni che ogni specie possiede, l’essere umano non ha artigli affilati, non ha canini sporgenti, non è dotato di una forza fisica particolare e tantomeno corre così velocemente. La “forza” nell’essere umano risiede nel fare gruppo, nel collaborare e aggregarsi, nel mettere a disposizione il suo ingegno alla sua comunità per creare cultura. Sembrerebbe che, almeno all’interno della propria specie, uomini e donne possano adoperare queste doti naturali, volte a mantenere relazioni basate sulla partnership, anziché esasperarsi e sprecare energia in lotte competitive in ogni settore, come è attualmente nel mondo occidentale. Sono molte le prove che delineano un passato in tempi preistorici in cui esistevano (come esistono ancora oggi nell’indifferenza generale) comunità fondate proprio su questi valori e che mettono in discussione l’idea stessa di civiltà umana così come ci viene insegnata: come fondata su guerre, violenza e conquiste.

In questa cornice l’homo homini lupus sembra più una scelta ideologica-culturale che un destino necessario. E, prova della potenza dell’immaginario, quando all’interno di questo crolla il dogma della cultura umana come naturalmente violenta e competitiva nel suo progredire, si apre lo spazio della scelta di quale mondo vogliamo creare. Ci si può dare il permesso di indagare altri ambiti, e provare a praticarli.

Riane Eisler nel suo libro Il piacere è sacro teorizza che competizione e collaborazione sono entrambe potenzialità insite nella natura umana. Alcune culture hanno istituzionalizzato la prima, altre la seconda. Si può quindi scegliere quale tipo di cultura tessere. E si può consecutivamente decidere che valore attribuire e quale distribuzione operare delle risorse fondamentali per l’umanità, il cibo in questo caso.

Come possiamo quindi sfamare il nostro immaginario deperito? Occorre tornare a prima che la natura diventasse la cosa morta da sfruttare che è oggi. Prima anche del suo essere matrigna. Occorre tornare a narrare la Madre, vivente. Occorre riprendere a nutrire questo archetipo di altri, nuovi, significati. Man mano che l’archetipo sarà nutrito, l’archetipo stesso tornerà a nutrire l’umanità in un proficuo e collaborativo scambio.

Madre, d’accordo. Ma quale?

Prima di proseguire e per non incappare in malintesi che possono insorgere quando si parla di “Madre”, è di fondamentale importanza aprire una digressione sul significato che si vuole attribuire a questo termine.

L’archetipo antico della Grande Madre ha subito negli ultimi 5.000 anni circa un processo di smembramento: da un’ipotetica e complessa unità, alcune parti sono state mutilate, totalmente demonizzate e infine scartate, come degne nemmeno di essere prese in considerazione. È il caso, ad esempio, dell’erotismo femminile come energia vitale e fonte di piacere, ancora rappresentato con vergogna nell’immaginario collettivo.

Ciò che è rimasto della sua antica unità è stato a sua volta riassorbito da un sistema di pensiero duale dicotomico (ancora corrente): un aspetto “buio”, già citato, di “matrigna cattiva” proiettato negli aspetti ritenuti controversi e difficili della natura; e un “luminoso” secondo aspetto, idealizzato da uno sguardo androcentrico, che si riferisce invece alla “buona natura” proiettata in un ruolo materno che è diventato modello patriarcale per le donne madri nel sistema sociale, da numerosi secoli ad oggi (leggi, ad esempio, Note critiche a margine dell’Expo di Gea Piccardi, ndr). Un ruolo che è stato e ancora per qualcuno è pretesto, “per legge divina o naturale”, di oppressione nei confronti della donna il cui compito è stato ridotto alla mera riproduzione, con la conseguenza di dover soffocare ogni “peccaminosa” aspirazione all’agire sociale.

Un ulteriore passo liberatorio può compiersi solo se si fa lo sforzo di uscire dalla tirannia dei significati che il pensiero patriarcale conserva su questo modello dualista di natura. Questa appena descritta non è la Grande Madre che vogliamo narrare. Questa “madre” è la madre ideale di un’organizzazione sociale che vuol mantenere la sua stabilità attraverso un sistema di dominio su parte degli esseri viventi che ne fanno parte. Ed è già stata narrata a sufficienza.

La stessa maternità biologica può e deve arricchirsi di differenti significati, che non devono mai più essere visti in antitesi con la scelta di non avere figli: perché anche questa è una falsa contrapposizione che è dipesa solamente dal fatto di adottare un sistema di pensiero duale.

Rompere gli schemi del pensiero duale

La Grande Madre in sé sintetizza ogni illusoria dicotomia come ben si può scorgere nell’antica preghiera a Iside, rinvenuta in Egitto, risalente al III-IV sec. A.E.C:

“Perché Io sono la Prima e l’Ultima. Io sono la Venerata e la Disprezzata. Io sono la Prostituta e la Santa. Io sono la Sposa e la Vergine. Io sono la Madre e la Figlia. Io sono le braccia di mia Madre. Io sono la Sterile, eppure sono numerosi i miei figli. Io sono la donna sposata e la nubile. Io sono Colei che dà alla Luce e Colei che non ha mai partorito. Io sono la consolazione dei dolori del parto. Io sono la Sposa e lo Sposo. E fu il mio Uomo che nutrì la mia fertilità. Io sono la Madre di mio Padre. Io sono la sorella di mio marito. Ed Egli è il mio figliolo respinto. Rispettatemi Sempre. Poiché Io sono la Scandalosa e la Magnifica”.

La Madre che vogliamo ri-narrare, prima di ogni cosa, è complessità ed è scelta. La Grande Madre valorizza l’agire e, anzi, vive anche nelle azioni di ogni sua figlia e figlio, tutte e tutti chiamati in egual misura a compartecipare al Grande Ricamo sempre in corso, che ha ovviamente anche una dimensione sociale.

A questo punto, ancora più importante è sottolineare che la Madre non si narra solo per l’universo femminile. L’archetipo di madre che va ri-membrato riguarda l’intero genere umano, compresi gli uomini. Il compito materno diviene quindi sfaccettato, rompe gli schemi classici cui siamo abituate, e può essere distribuito a ogni essere attraverso ogni differente agire. L’azione può essere biologicamente creativa, oppure no. Quindi la maternità biologica non va necessariamente rigettata: il senso di mancata libertà che deriva dall’essere madri qui ed oggi, nonché la difficoltà a conciliare davvero troppi aspetti della propria vita, sono dovute alla peculiare organizzazione familiare che non consente una serena coesistenza di più ruoli e identità. Non usciremo dal pensiero e dall’organizzazione patriarcale rifiutando reattivamente la maternità: agiremo solo secondo le medesime regole del gioco che ci è stato imposto, all’interno del medesimo sistema, operando solamente un ribaltamento della vecchia attribuzione di valore alla donna con figli come “bene” versus la donna senza figli come “male”, ma di fatto conservando la dicotomia. In quest’ottica inoltre, la maternità resterebbe una “maledizione”, la punizione scagliata per l’antica disobbedienza al Dio maschio. Col risultato che saranno poi le donne che hanno desiderato diventare madri per scelta (esperienza che accade ed è anche comune, faremmo meglio a tenerne conto) e quelle che rivendicano il diritto ad avere l’ultima parola sulla significazione della loro capacità generativa a ribellarsi contro un pensiero che si propone di rappresentare e difendere la totalità dell’universo femminile.

Un esempio di organizzazione sociale in cui la Madre è ancora narrata, è quello dei Moso, in Cina. I clan familiari sono predisposti così che i figli possano essere gestiti in modo comunitario, sia dalle donne che dagli uomini del clan (solitamente non il padre biologico del bambino bensì lo zio) e le donne hanno totale libertà di scelta. È comunque consuetudine per i Moso non essere troppo prolifici, proprio per dare modo alle madri di occuparsi liberamente delle attività che desiderano portare avanti. In questa cultura la maternità è un concetto che ha molto valore e appare ben differente da quello presente in occidente. Sono gli stessi appartenenti alla cultura moso ad autodefinirsi con la parola “matriarcato”, nel significato di “all’origine le madri”. Quando la Madre sta “all’origine” della cultura, “origine” nel duplice senso di genesi temporale e genesi di significati, il suo volto si esprime attraverso i volti di tutti i suoi membri: maschi e femmine, bambini e anziani (su questi temi leggi anche All’inizio le madri di Luciana Percovich e Tracce di mutualità nella storia di Daniela Degan, ndr).

Solo dopo aver specificato quali differenti ingredienti può offrire questo archetipo, è possibile continuare a esplorare alcune delle pietanze che ne possono derivare. Un pianeta che è sentito come Madre viva, come casa, è un pianeta che è significato come importante con tutte le sue risorse. Per le nostre antenate la Madre era anche sacra. La sacralità era in tutte le cose. Oggi il sacro è stato confinato in una irraggiungibile dimensione trascendente, lontano dalla vita e dall’esperienza umana. Per logica conseguenza del pensiero duale, le cose di questo mondo sono quindi diventate profane. Se non persino impure. Materia contrapposta a spirito. La terra non più sacra può quindi essere dominata e poi sfruttata. Il paradigma materno si è così totalmente rovesciato.

Le radici di un altro modello possibile si scorgono in una sacralità che non contrappone materia e spirito e lascia libertà all’umanità di agire nella materia per quanto è necessario al mantenimento dei propri bisogni, richiamandola però a conservare un principio di equilibrio. L’archetipo di madre nutrito di questa sacralità nutrirà della stessa dimensione anche l’immaginario della cultura di riferimento. E l’immaginario nutrito di questi nuovi sapori, nutrirà a sua volta l’agire di ogni singolo, figlio tra i figli che, da conquistatore e dominatore, potrebbe tramutarsi in guardiano. Il rapporto uomo-Terra, è così ribaltato: non è la Terra ad appartenere all’uomo, ma l’uomo (e la donna!) ad appartenere alla Terra.

Quando la materia è sacra, lo diventa anche il modo di produrre il proprio cibo. Lo diventa il cibo stesso. Quando la materia ha la sua importanza, la sua propria dignità, il concetto di valore di questa torna ad arricchirsi di nuovi significati differenti da quelli puramente economici. Una Terra/terra intesa come Madre pone all’umanità figlia un qualcosa che l’umanità stessa pare aver smarrito con il mito (immaginario) della crescita vettoriale e continua: il concetto di limite (leggi anche Recuperare il concetto di limite di Serge Latouche, ndr).

Limite

“Limite” è una parola che ha assunto un significato totalmente negativo nel pensiero liberista occidentale: sembra esserci un tabù che ne decreta l’impronunciabilità. Non essendo il pianeta Terra dotato della stessa capacità di espandersi di cui è dotata la linea teorica di crescita economica così gelosamente difesa, sembrerebbe opportuno riflettere su questa dimensione, che comunque non è una sconosciuta all’interno dell’esistenza umana. A tal proposito, l’umanità che abita la fetta di mondo nella quale sono nata sembrerebbe soffrire di una sorta di sindrome adolescenziale che sfocia in un distruttivo senso di onnipotenza, come se sentisse la necessità di affermare in questo modo la sua presenza. Tuttavia, se ogni restrizione alla libertà è un male, cosa accade quando questa libertà ha conseguenze terribili nei confronti di un’altra parte di umanità? Quando arreca ingiustizie, sofferenza, morte, violenza, inquinamento? Come è possibile perseguire gli interessi di pochi, quando a rimettercene sono i bisogni primari di miliardi di persone?

Sembrerebbe quasi che per qualcuno la libertà fosse “un po’ più libera”, e ciò mi risuona con la metafora, sentita per la prima volta dal giornalista e scrittore Giancarlo Zizola ai tempi dell’università, di “liberi pescecani in liberi nuotatori”.

Urgente e opportuno è quindi domandarsi se debba essere sempre possibile assoggettare le risorse primarie al libero mercato e alle sue spietate leggi.

Il limite allora potrebbe essere quello al senso di onnipotente sfruttamento, con il significato di mantenimento di un equilibrio: alcune culture matrifocali antiche e attuali riconoscevano e riconoscono Madre Terra come colei che ha in sé meccanismi di regolazione e di produzione atti a mantenere ben bilanciato il sistema uomo-natura. Ciascun membro di queste società ha l’interesse di fare la sua parte affinché questo bilanciamento venga mantenuto. L’equilibrio pertanto può riguardare anche la giusta distribuzione delle risorse vitali, o l’equo accesso alle stesse.

Ancora, limite può essere inteso nel senso di ricerca di una sintesi della dicotomia individuo versus comunità, argine quindi all’odierno individualismo esasperato. Una sintesi auspicata al riparo dal pensiero o dalle ideologie dei secoli scorsi: nella peculiare complessità della nostra attuale epoca, vanno cercate nuove, differenti soluzioni. Laddove, ribadisco il concetto, ad agire e consumare nel mondo saranno 9 miliardi di persone, vedo molto difficile che possa nuovamente funzionare il “dominio” da parte di un’entità esterna, sia questa individuata in Dio, sia nella potenza di uno Stato forte. Un nuovo immaginario potrebbe contribuire con slancio alla fondazione di un nuovo paradigma dove il focus non è sull’obbedienza e sul servilismo per mantenere un qualche tipo di stabilità, ma su quell’agire sopracitato, che diviene anch’esso sacro perché partecipante della creazione: una creazione non data una volta per tutte, ma sempre in formazione. Un “sacro agire cultura” in cui anche la natura (purché spogliata dalla gabbia di significato duale in cui è stata inserita!) ha il suo posto, per una cultura della natura e una natura nel fare cultura. E dove anche l’essere umano è re-investito di importanza e di valore, al pari del suo prodotto e del contesto in cui è inserito.

Il limite ha un suo volto anche nella ciclicità temporale. La linea vettoriale non è solo modello grafico con cui è rappresentata la crescita economica, è anche linea temporale nella quale si svolge la vicenda storica umana, secondo l’attuale pensiero occidentale. La ciclicità del tempo è stata arricchita da significati negativi dai tempi in cui Sant’Agostino, in De civitate Dei, ne tratta come una sorta di schiavitù: l’uomo, come un bue che gira attorno al suo solco, sarebbe in questo sistema privato del rapporto con la storia e la politica, de-responsabilizzato, intrappolato in cicli che si ripeterebbero sempre uguali a se stessi in eterno.

Quel che si scorge, in questa visone, è che con il rigetto dei cicli si è rigettata anche una dimensione fondamentale per l’agire umano: la terza dimensione, il legame con il mondo (Madre Terra), con i suoi meccanismi regolatori e con le sue creature. Su un piano fisico, la ciclicità è ciò che richiama l’agire umano alla consapevolezza del contesto nel quale è inserito. Il che, è tutt’altro che deresponsabilizzante. L’equivoco può sorgere dalla mancanza di prospettiva tridimensionale nell’analisi della circolarità temporale: ciò che appare come cerchio, può e deve essere visto come una spirale. Ogni ciclo diviene esperienza, a ogni compimento si è davanti a nuove scelte attraverso le quali ri-misurare la propria posizione rispetto alla comunità e all’universo. Torniamo qui a un agire che non dimentichi di cercare l’equilibrio. Al termine del ciclo non torna quindi mai l’uguale, come mai uguale è il colore del cielo dinanzi al ripetersi dell’esperienza del tramonto.

Rinarrare la Madre significa anche rinarrare un’egual unità di misura nei confronti delle figlie e dei figli. La madre non discrimina. Un’eguaglianza dinanzi ai diritti inviolabili dell’umanità e che riconosce a tutte e tutti l’eguale accesso alle risorse vitali. Allo stesso tempo, ogni figlia e ogni figlio rimangono differenti per aspirazioni, interessi, doni, capacità … ciascuno in grado di apportare peculiari risorse nel processo di creazione. Lo stesso ruolo di figlio/a si può arricchire. Non è riducibile alla stregua di un “parassita”, metafora infelicemente utilizzata anche da qualche medico per spiegare il processo di nutrimento del feto durante la gestazione. Tra madre e figlio/figlia lo scambio è continuo. La madre nutre e cura i figli con una abbondante varietà di cibi, i figli nutrono e curano la madre nel loro agire creativo. Non c’è, in questa visione, uno sbilanciamento eccessivo verso il “prendere” a scapito del “dare”. E ancora una volta, siamo alla ricerca di equilibrio.

Non cristallizzare ruoli e identità

Arricchendo la visione archetipica della Madre, che non è stasi ma mutamento, non cristallizzazione di ruoli e identità ma movimento continuo, anche la cura può assume altri significati. Potendo finalmente divorziare dal matrimonio imposto con i concetti di “sacrificio” e “abnegazione di sé”, può diventare un valore condiviso e agito in molti ambiti e da tutti i membri di una comunità. La cura potrebbe essere adottata anche all’interno degli scambi, per abbandonare questa sorta di “economia di guerra” in cui il “come si guadagna” è del tutto irrilevante al punto che, recentemente, attività criminali quali narcotraffico e sfruttamento della prostituzione sono entrate legalmente a fare parte del calcolo del Pil delle nazioni europee (leggi anche Le gioie del mestiere di Maria G. Di Rienzo, ndr). Quando la cura è un valore condiviso, può cambiare anche il concetto di “ricchezza”: spostando l’attenzione dal puro calcolo monetario dei beni accumulati a una qualità del vivere che consideri le relazioni, le emozioni, e un generale stato di salute psico-fisica. La ricerca di una “buona vita”, qui e ora.

Ogni crisi si configura come un’opportunità. Non è nel momento del benessere che si mettono in discussione pratiche e significati. Dinanzi alle crisi si assiste sovente alla ricerca di risposte vecchie alle difficoltà, alle retoriche di “si stava meglio quando si stava peggio”: se questo accadesse, l’umanità intera avrebbe perduto l’occasione irripetibile di un grosso cambiamento. Ma si può apprendere a cavalcare l’onda, con la creatività che ha distinto il genere umano sin dalla sua comparsa sulla terra. Una sacra creatività (leggi anche È il mondo di tutti, dicono le donne di Veronika Bennholdt-Thomsen, ndr).


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