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“IL POTERE IPNOTICO DEL DOMINIO” (Virginia Woolf)

di Elisabetta Teghil
martedì 28 giugno 2016

Il dominio maschile è talmente radicato nell’inconscio, degli uomini e delle donne e di tutt*, che non lo si percepisce più come tale.

E’ tanto in sintonia con le nostre(costruite)attese che è difficile rimetterlo in discussione.

I meccanismi e le istituzioni che compiono l’opera di riproduzione del dominio maschile sono tanti e tante, ma, se dobbiamo individuare due ambiti che svolgono una funzione particolarmente importante, dobbiamo parlare della famiglia e della scuola.

Nel primo ambito, la presenza delle donne è al 50% con quella maschile, nel secondo la quota di presenza femminile è, addirittura, fortemente maggioritaria. Famiglia e scuola sono i luoghi nei quali l’ordine stabilito, con i suoi rapporti di dominio, con i suoi favoritismi, i suoi privilegi e le sue ingiustizie si perpetua e dove le condizioni di esistenza più intollerabili appaiono tanto spesso accettabili o, persino, naturali.

E’ proprio in questi due ambiti dove una lingua, una declinazione, uno stile di vita, un modo di pensare, di parlare, di agire sono un’occasione privilegiata per perpetuare la logica del dominio maschile. Allora è palese che non è la quota di rappresentanza delle donne nelle situazioni di riproduzione dell’eterno maschile che ne mette in discussione i principi fondanti e autoriproduttivi, anzi, in assenza di coscienza di genere, li rafforza.

Occorre una strategia che liberi le forze del cambiamento, incentrata su una lotta politica contro tutte le forme di dominio. E’ questo il passaggio ineludibile.

E non è una posizione ideologica, ma viene dalla nostra esperienza femminista, dall’analisi di quanto è successo da quando abbiamo perso di vista la nostra lotta di liberazione e l’abbiamo barattata con l’emancipazione, contribuendo, così, paradossalmente, al rafforzamento di questa società che tutto vuole tranne che la liberazione degli individui e, perciò, anche delle donne.

Le “quote privilegiate” non sono state create per noi donne. Sono nate negli Stati Uniti per “garantire” percentuali di accesso ai neri/e nelle istituzioni pubbliche e nell’istruzione.

Il presidente degli USA è nero, la percentuale dei neri/e in magistratura e in polizia è uguale, se non superiore , a quella dei bianchi/e, ma i neri /e che sono il 12% degli statunitensi, danno il 60% alla popolazione carceraria, detengono lo 0,3% della ricchezza del paese, la percentuale di proprietari della propria casa si attesta sullo 0,2, l’80% è analfabeta in prima battuta o di ritorno, il 90% non ha accesso alla sanità nazionale.

Evidentemente la strada, non certo della liberazione, ma nemmeno della loro elevazione sociale ed integrazione, non passa attraverso quella che, negli USA, si chiama “discriminazione positiva”. A conferma che le lotte corporative ed i progetti interclassisti, al di là di qualche immediato successo, sono caduchi e rafforzano l’impianto del modello socio-economico nel suo complesso che è fondato sulle discriminazioni di classe, di genere, di razza ed è colmo di ingiustizie sociali.

Dobbiamo fondare le nostre lotte su una analisi delle economie dei beni e dei simboli, materialista e liberatrice ,sfuggendo all’alternativa rovinosa fra il niente o il poco in cambio di tanto, leggendo l’asimmetria tra i sessi come ci ha chiarito la nostra esperienza di femministe: frutto delle condizioni di produzione e della società patriarcale.

“Ottenere nuove leggi non era la preoccupazione principale del Mfl. Il suo scopo era più ambizioso, più utopico. Le leggi sono state il positivo sotto prodotto di un lavoro gratuito, privo di finalità concrete immediate, come la ricerca di base. E se un sottoprodotto è nato, è anche perché non era lo scopo ultimo, o piuttosto perché si mirava più in alto. Questa ambizione “irrealistica” -che si permetteva di mettere fra parentesi la realizzazione immediata- ha prodotto un tale slancio, che alcune cose sono poi state ottenute in concreto.” ( Christine Delphy )

Non è trasfigurando le istituzioni che migliora la nostra condizione di genere oppresso, ma attraverso la capacità di abbattere le costruite differenze tra il maschile e il femminile, smascherando la pretesa di trasformare la storia in natura e l’arbitrio culturale e politico in naturale. Bisogna attuare una rivoluzione tesa a trasformare lo stato attuale dei rapporti di forza materiale e simbolica tra i sessi.

La visione e le proposte interclassiste ci allontanano dal nostro obiettivo che è la liberazione e ci fanno impegnare contro i nostri stessi interessi.

Non ci dobbiamo limitare a rovesciare il rapporto tra la causa e gli effetti, ma tagliarne il filo.



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