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Irlanda, il merito va alle donne

di Laura Fano Morrissey
venerdì 1 giugno 2018

(...) Venerdì 25 maggio è stata una giornata storica per l’Irlanda. Nessuno si sarebbe aspettato una vittoria così schiacciante del Sì, soprattutto dopo una campagna estremamente divisiva e aggressiva da parte del fronte del No.

Le scene di donne con le lacrime agli occhi hanno fatto il giro del mondo. Quelle lacrime non sorprendono chi conosce l’orribile ottavo emendamento che, equiparando il diritto alla vita del nascituro a quello della madre, di fatto spogliava ogni donna incinta di qualunque diritto. Non sorprende chi conosce la storia di questo paese, stretto per decenni tra le morse di una letale alleanza tra Stato e Chiesa, sentire donne dire: “Finalmente siamo libere”.

Purtroppo non sorprende neanche la lettura ancora una volta patriarcale che i media mainstream stanno fornendo di questa vittoria. Questa lettura ci racconta che sarebbe tutto merito di un giovane leader modernizzatore, per di più gay e di origini indiane. Niente di più lontano dalla realtà. Questa vittoria si deve solo alle donne e a quel movimento di massa che è andato crescendo a partire dalla tragica morte di Savita Halappanavar nel 2012. Un enorme movimento che ha riempito le strade, e che semplicemente il premier Leo Varadkar, da politico intelligente e astuto, non ha potuto più ignorare come avevano fatto tutti i suoi predecessori. Il referendum è stato il risultato di un movimento composto prevalentemente da donne, ma anche da uomini, soprattutto giovani, che hanno condotto una campagna senza tregua nelle piazze e bussando ad ogni singola casa del paese. Migliaia di volontari che da mesi, se non da anni, hanno speso i loro weekend, le loro sere, ogni attimo libero, a mobilizzare, informare e soprattutto a mettere sotto pressione l’establishment in parlamento.

Lo stesso vale per la proposta di legge, che è il risultato di un lungo iter legislativo e che, senza la pressione costante della società civile e la tenacia di parlamentari di opposizione come la socialista Ruth Coppinger, non avrebbe mai visto la luce. La prima tappa sono le state le deliberazioni dell’Assemblea Cittadina, un gruppo di 99 cittadini estratti a sorte che, dopo aver ascoltato pareri di esperti, hanno elaborato una loro proposta. Questa stessa proposta è passata poi al vaglio di una commissione parlamentare composta da rappresentanti di partiti di governo e opposizione. Anche loro hanno ascoltato attentamente i pareri di esperti nazionali ed internazionali, di medici, di avvocati, di donne che gli effetti di quell’emendamento li hanno subiti sulla propria pelle. Questa commissione interparlamentare ha redatto la proposta che infine è stata fatta propria dal governo.

La proposta prevede la possibilità per le donne di effettuare un’interruzione volontaria di gravidanza entro le 12 settimane, e l’aborto terapeutico entro le 24 settimane. La proposta prevede che dopo aver consultato un medico, la donna si prenda una pausa di tre giorni prima di ultimare la decisione. Infine, i medici potranno praticare l’obiezione di coscienza, con tuttavia l’obbligo di indirizzare la paziente ad un medico non obiettore. Più che l’obiezione di coscienza, su cui bisognerà vigilare attentamente per evitare che minacci l’applicazione efficace della legge come è successo in Italia, preoccupano problemi di natura pratica. Mentre tutto il parlamento preme giustamente per un’approvazione della legge in tempi brevissimi, un sistema sanitario allo stremo riuscirà ad adeguarsi? Le associazioni dei medici fanno già sapere che le risorse attuali non gli permetterebbero al momento di ottemperare alla legge. Tocca ora al governo far sì che la vittoria del Sì si trasformi in realtà e su questo sarà giudicato.

Ma va ribadito che questa enorme vittoria non è stata affatto il culmine di una ‘rivoluzione silenziosa’ come ha detto Leo Varadkar. Il rumore nelle piazze è stato fortissimo, così assordante che neanche lui ha potuto ignorarlo. E il merito va alle donne che hanno manifestato, a quelle che hanno distribuito volantini, a quelle che hanno condotto una campagna porta a porta. A quelle che hanno raccontato pubblicamente le loro esperienze dolorose. A quelle che hanno sfidato la legge distribuendo pillole abortive. Alle donne immigrate, maggiormente colpite dall’ottavo emendamento e che, pur non potendo votare, si sono impegnate attivamente nella campagna. Alle adolescenti che hanno riempito le piazze, anche loro senza diritto di voto. A quelle donne che hanno cominciato a combattere l’ottavo emendamento trentacinque anni fa quando è stato introdotto nella Costituzione, e da allora non hanno mai smesso. Infine, a quelle donne che, a causa di quell’emendamento, hanno perso la vita.



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