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I beni comuni come categoria dell’essere e non dell’avere

di Chiara Giunti , rete@sinistra Firenze
venerdì 3 febbraio 2012

I beni comuni si riferiscono non alla categoria dell’avere ma a quella dell’essere: non ai valori di scambio del mercato ma a quello d’uso delle relazioni (tra persone e con l’ambiente).

Questa felice definizione di Lucarelli trova interessanti declinazioni nell’ambito della democrazia partecipativa, e ne suggerisco brevemente qui due aspetti.

Il primo è il tempo: il tempo dell’avere in cui siamo immerse/i e spesso travolte/i – e parto dal femminile perché nella vita delle donne questa dimensione è ancor più drammatica nel moltiplicarsi ossessivo di funzioni di cui essere sempre all’altezza – Il tempo sempre più frammentato e accelerato in cui si affanna una folla di solitudini, quello scandito dai “mercati” nuove divinità senza volto, quello del prendere o lasciare, del salire o cadere. Una scommessa effimera continua. Il tempo dell’essere inverte la corsa e cambia gioco: la democrazia partecipativa si nutre infatti del tempo lento e intenso della comunicazione fra le persone, alla frammentazione spietata del cogliere l’attimo propone una riunificazione dinamica fatta di processualità e di continuità.

Il secondo aspetto su cui invito a riflettere è lo spazio: gli spazi - i luoghi - dell’avere del capitalismo globalizzato sono sempre più grandi uniformi e pieni di merci e consumatori (le stesse e gli stessi ovunque), quelli dell’essere sono piccoli molteplici e popolati di pensanti e parlanti.

La democrazia partecipativa si nutre della dimensione del piccolo gruppo, quella inventata dai movimenti femministi degli anni Settanta e poi rivissuta nelle esperienze dei Social forum. Tanti piccoli cerchi di persone che parlano intorno a un tavolo e comunicano con gli altri cerchi in base a regole condivise di ascolto e risposta. Così anche il luogo più ampio dell’assemblea plenaria può acquistare un senso più pieno della discussione e della decisionalità collettiva, frenando il leaderismo di pochi. Ma dare valore d’uso allo spazio come bene comune vuol dire anche prendersene cura: questi luoghi diventano così occasione di creatività, colorati, espressivi e belli. Uno spazio in cui stare bene con se stessi e con gli altri. Ritrovare insomma una connessione con la fisicità e le emozioni è un altro volto intrinseco della dimensione spaziale della democrazia partecipativa, su cui finora forse non si è riflettuto abbastanza.


In risposta a:

I beni comuni come categoria dell’essere e non dell’avere

9 aprile 201205:00, di mary
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