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La carriera e le donne che rinunciano.

di Umberto Veronesi
martedì 26 giugno 2012

Mi ritengo un uomo privilegiato perché la mia professione mi ha insegnato a capire e condividere il pensiero delle donne: quelle che ho curato come medico, e quelle di cui mi sono da sempre circondato sul lavoro in ospedale, in laboratorio, nelle attività sociali e culturali. Ciò che ho imparato è presto detto: il futuro è donna. Penso che siamo alle soglie di una rivoluzione copernicana. L’organizzazione sociale che oggi ruota intorno all’uomo, inevitabilmente domani ruoterà intorno alla donna, perché è più adatta a garantire lo sviluppo della civiltà. La sua attitudine naturale — alla mitezza, l’amorevolezza, la tolleranza, la solidarietà, la libertà di pensiero, la capacità di dialogo, la flessibilità — riuscirà dove l’aggressività, la violenza e l’istinto di prevaricazione, tipici dell’uomo, hanno fallito. Oggi però siamo in un periodo di transizione, in cui la società non è ancora strutturata per favorire la carriera femminile. Pesa, in particolare, un innegabile pregiudizio: la convinzione che l’uomo sia dotato di una maggiore capacità decisionale. Per questo una donna oggi non ha grandi problemi a entrare nel mondo del lavoro, ma, se arriva ai vertici del potere, il timone passa facilmente all’uomo. In alcuni campi, come la scuola, gli ospedali, la giustizia, il fenomeno è meno evidente, ma in altri, come la finanza, le alte cariche le sono precluse. Nella scienza poi il pregiudizio è ancora più pesante: non molti anni fa il rettore di Harvard, Lawrence Summers, ha dichiarato che le donne sono geneticamente inadatte alla ricerca scientifica, ignorando il contributo femminile alla storia della scienza, che va da Ipazia nell’antico Egitto fino a Rita Levi Montalcini. Per sradicare i retaggi ancestrali, le Elite Women — su cui «Atlantic» e «New York Times» hanno aperto il dibattito — devono fare uno sforzo che spesso giudicano sproporzionato rispetto all’obiettivo. Accade così che rinunciano a carriere brillanti perché intuiscono che per avanzare ulteriormente devono affrontare una competizione quotidiana, demotivante e logorante. Per un centimetro di strada in più, devono investire troppo di sé o rinunciare a troppo del loro mondo privato, soprattutto a figli e nipoti (quando arrivano i nipotini, la donna riscopre una seconda maternità e questo è un tema da approfondire), e se giudicano che il rapporto costo /beneficio non sia vincente, abbandonano quel centimetro. Se la donna ancora fa un passo indietro sul lavoro, non è perché non ha le capacità o perché è alla ricerca di identità o di ruolo, ma perché i tempi non sono maturi. Ma la generazione che verrà si profila più libera dai luoghi comuni, prima di tutto da quello di sesso forte e sesso debole.


In risposta a:

La carriera e le donne che rinunciano.

16 agosto 201211:05, di ccocoo
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